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La riammissione della Siria nella Lega Araba e gli effetti sul Medio Oriente

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Sono passati oltre 12 anni dalla primavera araba in Siria. Da quel momento la situazione all’interno del Paese si è fatta sempre più complicata. Alla guerra civile scaturita da quelle manifestazioni si è aggiunta la lotta contro i movimenti estremisti. Diversi attori internazionali, tra cui Russia, Iran, Stati Uniti e Turchia, si sono inseriti nei complicati affari siriani, trasformando i problemi interni del Paese nel terreno di attrito tra varie potenze. Attualmente il regime siriano ha ripreso il controllo delle città principali, anche se il Paese rimane frammentato tra forze governative, ribelli, estremisti islamici e curdi. Se negli ultimi anni l’autoritarismo del presidente Bashar Al-Assad e l’instabilità del Paese hanno causato la rottura delle relazioni diplomatiche con gli Stati della regione e dell’Occidente, avvicinando la Siria a Russia e Iran, oggi questo isolamente sembra essere giunto al termine. Infatti, il 7 maggio Damasco è stata riammessa nella Lega Araba e sono stati ristabiliti alcuni rapporti diplomatici. 

La riammissione porta innanzitutto ad una modifica del sistema di sicurezza regionale e degli equilibri da cui dipende. Questo è un processo che, seppur fortemente influenzato, non è stato messo in moto solo dalla recente normalizzazione dei rapporti tra Damasco e i Paesi dell’area ma anche da altri eventi, come ad esempio l’accordo tra Israele e Libano circa la definizione delle proprie ZEE (Zone Economiche Esclusive) marittime, il riavvicinamento tra il Qatar e i Paesi del Gulf Cooperation Council seguito alla crisi diplomatica iniziata nel 2014, e l’accordo siglato con la mediazione della Cina, tra Arabia Saudita e Iran.

Perché la Siria è stata riammessa nella Lega Araba?

Anche alla luce di questi eventi, ci si può chiedere come mai la Siria sia stata riammessa all’interno della Lega Araba proprio in questo periodo. È evidente che vi sia stato un deciso cambiamento nel modo in cui i vari Paesi arabi si pongono nei confronti della Siria e soprattutto di Assad stesso, passando dall’esplicita preferenza per il regime change ad un più diplomatico regime embrace del governo siriano. Ad aver spinto maggiormente per questa nuova linea sono stati Emirati Arabi (interessati già dal 2018 a migliorare i rapporti con la Siria), Oman e Giordania, avanguardie del processo di normalizzazione. 

Questo processo sembra volto non solo a ristabilire i contatti dopo un decennio con un Paese comunque importante dal punto di vista regionale, ma anche a coinvolgere la Siria all’interno delle dinamiche mediorientali e allontanarla dall’orbita iraniana. Diminuire l’influenza che l’Iran esercita in Medio Oriente sembra essere, almeno per alcuni stati, in cima alla lista delle loro preoccupazioni. Siria e Iran sono alleati storici e proprio quest’ultimo è stato tra i primi Paesi ad aiutare il regime di Assad dall’inizio della guerra civile. Inoltre, non è da sottovalutare, tra le cause che hanno favorito la normalizzazione, il terremoto che ha colpito Turchia e Siria questo febbraio. L’invio di aiuti umanitari ha offerto l’opportunità di ristabilire contatti con la Siria e di sondare il terreno, permettendo di prepararlo per futuri sforzi diplomatici.

Il presidente siriano Bashar al-Assad a colloquido con Ali Khamenei nel 2019 [credit photo: Khamenei.ir, via Wikimedia Commons, CC BY 4.0]

Cosa guadagna la Siria dal processo di normalizzazione?

La normalizzazione può senza dubbio essere considerata una notevole vittoria simbolica per Assad. Dopo essere stato trattato come un pariah internazionale per oltre un decennio, infatti, la riammissione della Siria nella Lega Araba significa il riconoscimento del fatto che lui è ancora al comando. Questo riconoscimento può portare anche benefici più concreti, come un piano di ricostruzione e aiuti proposto dalla Giordania, che andrebbe ad intervenire non solo sulla ricostruzione del Paese, martoriato da un decennio di guerra civile e dal recente terremoto, ma anche sulla gestione delle varie fazioni armate, specialmente quelle legate all’estremismo islamico, e soprattutto sul rimpatrio dei rifugiati siriani stanziati nei Paesi limitrofi. 

Lo sblocco del piano di aiuti avverrebbe a patto che gli sforzi di riforma del regime siriano e il suo allontanamento graduale dall’orbita iraniana vengano ritenuti credibili e tangibili non solo dalla Giordania, ma anche dagli altri Paesi della regione. 

Non altrettanto chiaro è, invece, l’impatto del processo di normalizzazione sulla crisi umanitaria nel Paese. Quasi il 90% della popolazione siriana vive sotto la soglia di povertà, una situazione che difficilmente migliorerà in poco tempo, anche tenendo conto della normalizzazione e del possibile sblocco del piano avanzato dalla Giordania per la ricostruzione. Anche se così fosse, da un punto di vista pratico la normalizzazione gioverebbe alla popolazione siriana più dal punto di vista materiale piuttosto che politico o dei diritti umani. Lo sforzo internazionale per la consegna di aiuti umanitari sarà senz’altro semplificato e intensificato se i rapporti tra i vari Stati interessati sono perlomeno tiepidi. 

La normalizzazione dei rapporti con la Siria pone delle problematiche anche circa l’accountability del regime di Assad per i crimini contro l’umanità perpetrati ai danni della popolazione civile. Senza una riforma dell’apparato statale siriano, i Paesi arabi rischierebbero solamente di avallare il regime, sacrificando (nuovamente) il diritto internazionale e soprattutto il rispetto dei diritti in favore della realpolitik. La cornice legale per l’applicazione del diritto internazionale in un contesto complesso come quello della Siria, la quale non è un membro della Corte Penale Internazionale (come la maggioranza dei Paesi arabi) che quindi non ha tecnicamente giurisdizione su di essa, è quantomeno frastagliata. Diversi Stati, la totalità dei quali occidentali e soprattutto europei, stanno comunque portando avanti procedimenti penali contro il regime di Assad, ma tra questi non si annovera nessuno dei Paesi della Lega Araba interessati dal processo di normalizzazione. Il rischio che in questo processo l’aspetto giuridico e umanitario venga ignorato in nome di una stabilità politica e un mutamento dei rapporti di forza in senso anti-iraniano sembrerebbe essere un dato di fatto.  

Quali sono state le reazioni alla normalizzazione siriana?

Non tutti i Paesi percepiscono in modo positivo questo nuovo processo. Gli Stati Uniti si sentono infatti parzialmente esautorati dall’influenza che hanno esercitato per decenni sulla regione, vedendo vanificare gli sforzi per isolare e far cadere il regime di Assad. La politica mediorientale americana sembra essere fuori sincrono con ciò che sta avvenendo nella regione, con una détente non a trazione statunitense. Una linea politica incoerente tra la presidenza Obama e quella Trump, il ritiro dall’Afghanistan e la riduzione dell’impegno militare americano in Iraq hanno contribuito ad erodere l’influenza americana negli affari mediorientali. Nonostante ciò, l’aver ribadito la fondamentale importanza del Caesar Act, che richiede agli Stati Uniti di sanzionare qualsiasi entità intrattenga rapporti finanziari con la Siria, dimostra come Washington sia ancora interessata agli sviluppi internazionali in Medio Oriente.

Il presidente americano Joe Biden rilascia dichiarazioni dopo un’operazione antiterrorismo nel nord della Siria [credit foto: The White House, via Flickr, CC BY 4.0]
Anche l’Unione Europea si è schierata contro il processo di normalizzazione del Paese, escludendo che vi siano delle basi per un riavvicinamento diplomatico. L’allentamento delle sanzioni e la riapertura dei canali di dialogo, anche alla luce dello sforzo umanitario europeo nelle zone terremotate della Siria, non sono sull’agenda di Bruxelles, finché il regime siriano non si impegnerà concretamente a risolvere politicamente e pacificamente il conflitto in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le possibilità che ciò avvenga effettivamente, anche tenendo conto della normalizzazione, sono pressoché nulle. 

La normalizzazione della Siria sullo scenario internazionale non sembra essere più soltanto un’idea, ma si sta configurando come una realtà di cui dover necessariamente tenere conto. Il regime di Assad è uscito scalfito, ma non distrutto, dal tuttora persistente periodo di instabilità, perciò, non appare improbabile aspettarsi un nuovo ruolo della Siria all’interno dell’economia dei rapporti regionali

*Tipico manifesto di propaganda con il presidente siriano Bashar al-Assad. La sua immagine è diffusa in tutto il Paese. [credit photo: watchsmart, via Flickr, CC BY 2.0]

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Lorenzo Pellegrini
Studente di Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Milano. Mi occupo prettamente di Sicurezza Internazionale in tutte le sue sfaccettature.

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