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Dalla politica estera all’ordine pubblico, le prime settimane di agenda Meloni

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Politica estera e rapporti con i partner internazionali

La discontinuità che l’attuale esecutivo segna col precedente deve aver preoccupato, almeno in un primo momento, i partner internazionali dell’Italia.
Prima fra tutti, l’Unione Europea (UE), non particolarmente entusiasta delle troppe assonanze tra le linee seguite da alcuni esponenti dei partiti che compongono l’odierna maggioranza e quelle tracciate da personalità (come il presidente ungherese Viktor Orban) considerate minacce ai valori fondanti della stessa UE, in quanto pericolosamente vicini a Vladimir Putin ed alla sua ideologia. Tali motivazioni avevano addirittura spinto la stessa presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen, proprio alla vigilia delle elezioni del 25 settembre, a dichiararsipronta ad utilizzare gli strumenti a sua disposizione” nel caso in cui il pattern della politica estera italiana fosse risultato troppo simile a quello di Ungheria e Polonia.

D’altro canto, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha deciso – una volta appurato che avrebbe vinto le elezioni – di mantenere un profilo non troppo alto su questi temi, conscia probabilmente della freddezza con cui gli alleati europei avrebbero accolto l’esecutivo da lei guidato: se già lo slogan da lei utilizzato in campagna elettorale, “Pronti”, aveva tra i propri obiettivi quello di rassicurare mercati finanziari e governi esteri sul fatto che Fratelli d’Italia (FdI) sarebbe stato in grado di passare dall’opposizione delle ultime due legislature alla maggioranza, il discorso programmatico dello scorso 25 ottobre sembra confermare l’intenzione della Premier di non distaccarsi troppo da quella che storicamente è stata la collocazione italiana in ambito geopolitico: un Paese fedele all’alleanza atlantica (e perciò dalla parte dell’Ucraina in questa particolare congiuntura storica) e collaborativo rispetto alle istituzioni e gli alleati europei.
Le posizioni assunte da Giorgia Meloni sull’invasione russa dell’Ucraina e sulla potenziale minaccia cinese, inoltre, hanno tranquillizzato anche la Casa Bianca, che tramite il segretario di stato Anthony Blinken ha fornito un endorsement alla leader di FdI.

Sul piano dei rapporti con l’estero, però, le maggiori fonti di preoccupazione per una Giorgia Meloni riscopertasi almeno a parole molto meno euroscettica rispetto a quando si trovava all’opposizione, sembrano essere gli alleati di governo: tra un Matteo Salvini che non ha ancora fugato i dubbi che aleggiano sui rapporti tra il partito da lui guidato e la Russia di Vladimir Putin e un Silvio Berlusconi protagonista di dichiarazioni piuttosto particolari con riguardo all’invasione dell’Ucraina da parte della stessa Russia, sarà proprio lei ad avere il compito. di far trasparire, soprattutto al di fuori dei confini, una posizione univoca della maggioranza.

Maggioranza spaccata o insieme fino alla fine? Le tensioni interne

Una delle sfide più importanti per il neonato governo Meloni è proprio quella legata alla compattezza delle forze che compongono la coalizione: nonostante la maggioranza possa certamente considerarsi più omogenea rispetto ad un’opposizione piuttosto dispersa che va dal polo centrista e liberale di Carlo Calenda e Matteo Renzi al Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, non pochi sono i punti di attrito tra i tre maggiori partiti dell’esecutivo, ed alcuni di essi sono emersi anche in queste prime settimane.

Già durante la campagna elettorale non era difficile notare le differenze nei toni dei tre principali partiti, con Fratelli d’Italia che rivendicava il suo ruolo all’opposizione del governo Draghi, Forza Italia che si proponeva come componente moderata rispetto alle altre due forze più radicali e la Lega che si collocava in mezzo, spaccata tra la corrente più sovranista di Salvini e quella più istituzionale di Giorgetti e Zaia. Dopo le elezioni, però, qualcosa è cambiato: FdI, passando alla guida del Paese ed aprendosi ad Europa e NATO, minaccia l’esclusiva di Berlusconi sull’elettorato moderato di destra, generando dunque una sovrapposizione che non è vissuta particolarmente bene all’interno della coalizione.

Tornando al tema della guerra in Ucraina, invece, non si può fare a meno di notare la linea di demarcazione tra l’appoggio quasi incondizionato garantito a Zelensky da Giorgia Meloni e le posizioni molto più accomodanti nei confronti di Putin da parte di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, i quali spingono per il cessate il fuoco, col primo che addirittura si dichiarava contrario alle sanzioni alla Russia sino a pochi giorni prima del voto del 25 settembre.

Alcune tensioni tra i partiti della maggioranza, poi, si sono manifestate anche al momento delle scelte della squadra di governo: Forza Italia, infatti, ha mal digerito la decisione della Premier di non includere nell’esecutivo Licia Ronzulli, capogruppo al Senato del partito fondato da Silvio Berlusconi. Lo stesso Cavaliere, che ha vissuto come una sorta di attacco personale tale rifiuto da parte della leader di FdI, non ha appoggiato (insieme ai suoi) il candidato di FdI Ignazio La Russa, poi eletto ugualmente grazie anche ad alcuni voti provenienti dalle opposizioni. Un rapporto, dunque, quello tra Forza Italia e Fratelli d’Italia, tutt’altro che idilliaco, complice anche l’imbarazzo suscitato nella Premier dalle dichiarazioni del leader forzista sul proprio riavvicinamento a Putin.

Più serenità – ma non si può certo parlare di armonia – invece, nei dialoghi tra Fratelli d’Italia e Lega, con quest’ultima che ha a lungo reclamato il Viminale per il proprio leader Matteo Salvini, il quale però ha dovuto cedere ed accontentarsi del Ministero delle Infrastrutture (all’Interno è stato nominato il prefetto Piantedosi) di fronte all’inflessibilità della Meloni.

Se il centrodestra vuole restare al governo fino a fine legislatura, quindi, sarà fondamentale la capacità dei partiti della maggioranza di restare uniti nonostante le differenze e le polemiche interne, soprattutto in un’ottica di comunicare a cittadini e terzi l’immagine di un esecutivo coeso e il più scevro possibile da personalismi.

Dalle università ai rave, passando per le ONG: la questione dell’ordine pubblico.

Gli ultimi giorni non sono stati di certo facili per il nuovo Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ex capo di gabinetto di Salvini prima e di Luciana Lamorgese in seguito, quando questi ultimi sedevano al Viminale. L’ormai ex prefetto della Capitale, infatti, è pressato dalle opposizioni a causa di una serie di provvedimenti e prese di posizione piuttosto divisivi; Piantedosi, tecnico ma non estremamente lontano dal modus operandi di Salvini, è infatti visto da sinistra come espressione di una linea dura tipica della destra più radicale.

Tutto è cominciato con le tensioni dello scorso 25 ottobre alla Sapienza di Roma, teatro di un violento scontro tra le forze dell’ordine ed alcuni studenti che protestavano contro lo svolgimento di una conferenza promossa dall’associazionismo universitario di destra. Secondo alcune associazioni di sinistra, la risposta della Polizia (tramite l’uso anche di scudi e manganelli) non sarebbe stata altro che una repressione violenta della protesta; Piantedosi, però, la pensa diversamente, sostenendo che le forze dell’ordine non hanno fatto altro che fare in modo che si svolgesse una manifestazione autorizzata, messa a repentaglio dalle proteste di alcuni studenti.

A proposito di manifestazioni e di autorizzazioni, sta animando moltissimo il dibattito pubblico la stretta del governo sul tema dei rave party, con la norma nata nei giorni scorsi (per contrastare il fenomeno delle “invasioni di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico”, a seguito dei fatti di Modena) che prende il nome proprio dal Ministro dell’Interno. Anche qui le opposizioni e il mondo dell’associazionismo incalzano: l’articolo 434 bis del codice penale sarebbe infatti, secondo alcuni, estendibile ad altre forme di raduno rispetto ai rave party, ledendo la libertà dei cittadini di manifestare; molte critiche, inoltre, sul punto delle intercettazioni telefoniche, che verrebbero applicate a chi viola la norma in questione in quanto la pena prevista è superiore ai 5 anni. 

Giorgia Meloni, che in Consiglio dei ministri aveva chiuso all’opzione intercettazioni, dovrà dunque cercare di mediare su alcune questioni delicate come quelle sollevate nelle ultime settimane nell’ambito della sicurezza e dell’ordine pubblico, in modo da cercare di prevenire il più possibile le critiche che accusano l’esecutivo di eccessivo autoritarismo. Anche dall’Europa, però, alcune mosse del Viminale potrebbero non essere viste particolarmente bene: in particolare quella del 26 ottobre, quando Piantedosi ha emanato una direttiva che sostanzialmente blocca l’approdo sulle coste italiane di tre navi delle ONG cariche di migranti, sostenendo che la responsabilità della gestione delle persone a bordo è propria degli Stati di bandiera delle navi e motivando tale provvedimento con il semplice ricorso al diritto internazionale.
Una mossa, quest’ultima, che senz’altro segna maggiore continuità con la gestione Salvini che non con quella Lamorgese, e riguardo alla quale si aspettano le risposte di Bruxelles, avendo Piantedosi dichiarato di “voler lanciare un messaggio ai partner europei”.

Vittorio Fiaschini
Nato a Perugia 22 anni fa, dopo una triennale in Economia e finanza studio Economics of government and international organizations alla Bocconi. Amante di sport, cinema e storia, la mia passione numero uno è però la politica. Fanatico della Prima Repubblica, dico frequentemente "quando c'era lui", ma con riferimento a De Gasperi.

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