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NATO, Bielorussia e Caucaso: la geopolitica della Russia

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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Dall’Europa orientale al Caucaso, dal Mar Nero al Baltico passando per il Mar Mediterraneo. La stabilità nei territori adiacenti ai propri confini è alla base della grand strategy di Putin per garantire la sicurezza della Russia. Recentemente, abbiamo visto come i mari caldi” rappresentino il primo avamposto della Federazione per la tutela dei propri interessi economici e militari. Il controllo del Mar Nero rappresenta per Mosca una questione di sicurezza nazionale, motivo per cui il Cremlino teme fortemente un’ulteriore espansione verso est della NATO, precisamente in Ucraina, dove il conflitto tra separatisti filorussi e governo centrale preoccupa l’Europa e non solo. Per la Russia, la protezione dei propri confini passa necessariamente dalla Bielorussia e dalle turbolenze del Caucaso, due zone da sempre sotto l’influenza di Mosca e che, negli ultimi tempi, sono tornate al centro dell’attenzione.    

Il collasso del blocco sovietico 

Con la fine della Guerra fredda, i Paesi un tempo inglobati nell’orbita sovietica sono diventati a tutti gli effetti uno strumento di pressione dell’Occidente nei confronti di Mosca. Di ciò che furono l’Unione sovietica e il Patto di Varsavia oggi è rimasto ben poco. Quasi tutti gli Stati una volta sotto il controllo del Cremlino hanno cambiato bandiera, essendo oggi parte integrante dell’alleanza tra Washington e l’Europa occidentale. L’allargamento dell’Ue e della NATO verso est ha concorso alla creazione di un cordone di contenimento dell’influenza russa nel Mediterraneo e al crescente senso di isolamento da parte di Mosca. La Comunità degli Stati indipendenti (Csi), l’organizzazione intergovernativa che ha fatto seguito allo scioglimento dell’Urss, non si è dimostrata un valido strumento di integrazione politico ed economico. Il progetto si proponeva di mantenere le repubbliche ex-sovietiche all’interno dell’orbita moscovita, al fine di evitare un disgregamento del blocco sovietico.  

La centralità della Bielorussia 

La salita al potere di Vladimir Putin alla fine del 1999 ha segnato il cambio di passo della Russia nello scacchiere geopolitico globale. Da quel momento infatti, Mosca ha fatto dell’ingerenza e dell’espansione della propria influenza nei territori dell’ex-Urss il fondamento della propria politica estera, costruendo una ragnatela di alleanze con i governi autoritari che la circondano. In questo schema, un ruolo centrale è giocato dalla Bielorussia. Il presidente Alexander Lukashenko, al potere ininterrottamente dal 1994, è considerato tra gli alleati più fidati del Cremlino. Tra i fondatori della Csi, nel 1999 Russia e Bielorussia hanno dato vita a un’Unione statale, il cui obiettivo a lungo termine era l’unificazione politica, territoriale ed economica dei due Stati. Nonostante poi il trattato non sia mai entrato in vigore, vista anche l’ostilità dei cittadini di entrambe le nazioni a questa soluzione, i governi di Mosca e Minsk rappresentano un solido binomio, rinsaldato ulteriormente dalle proteste antigovernative scoppiate in Bielorussia nel maggio 2020. 

La rabbia popolare è scoppiata in seguito all’annuncio dei risultati delle elezioni presidenziali, vinte da Lukashenko nel 2020, divenute oggetto di critica per le frodi a favore del presidente in carica. La massiccia partecipazione alle proteste ha portato Lukashenko a chiedere il sostegno politico, militare ed economico di Putin. Il supporto dell’Unione europea e degli Stati Uniti all’opposizione, la cui leader Svetlana Tichanovskaja è stata costretta all’esilio, ha riportato in auge il tema delle interferenze occidentali nel giardino di casa del Cremlino. 

I risvolti di un’imprescindibile alleanza

Negli ultimi anni la Bielorussia è stata al centro di una sottile guerra diplomatica tra la Russia e l’Unione europea. Fin dal crollo dell’Urss, i rapporti di Minsk con Mosca sono stati basati sulla concessione, da parte di quest’ultima, di tariffe di favore sull’acquisto di gas e petrolio a prezzi fuori mercato. In cambio, Lukashenko ha sempre garantito una forte lealtà geopolitica al suo omologo del Cremlino. Tuttavia, le tensioni negli ultimi anni non sono mancate, in particolare in occasione delle rinegoziazioni delle tariffe d’acquisto. Non solo, l’aumento delle ingerenze russe nei vari territori ex-sovietici, dalla Crimea alle regioni separatiste dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia in Georgia, ha portato il governo bielorusso verso una strategia di maggior conciliazione con Bruxelles. 

I rapporti con l’Ue sono mitigati dal costante supporto, diplomatico e finanziario, che Polonia, Lettonia e Lituania (membri della Ue e della Nato e confinanti con la Bielorussia) da anni offrono all’opposizione e alla società civile bielorussa. L’Europa lavora a un significativo cambio di direzione da parte di Minsk, anche alla luce della sua strategica rilevanza politica e militare. Nonostante il processo sia al momento congelato, il timore che prima o poi Russia e Bielorussia procedano con l’unificazione territoriale esiste. In tal caso, i Paesi baltici, parte integrante di Ue e Nato, sarebbero circondati interamenti dalla Federazione russa, con l’eccezione del breve corridoio di Suwalki, un lembo di di terra lungo 104 km che separa l’enclave di Kaliningrad dalla Bielorussia, linea di confine tra Polonia e Lituania. Suwalki rappresenta un vero e proprio “fianco scoperto” della NATO che, in caso di un’invasione di Mosca, porterebbe all’isolamento di Riga, Tallinn e Vilnius dal resto del continente. 

Le titubanze filo-occidentali di Lukashenko lo avevano reso inaffidabile e sostituibile agli occhi del Cremlino. Il malcontento popolare nei suoi confronti scoppiato nello scorso maggio ha tuttavia garantito un ripianamento delle tensioni. L’incontro avvenuto a Sochi nel settembre 2020 ha portato all’erogazione di un sostanzioso aiuto economico da parte di Mosca (1.5 miliardi di dollari per evitare il prossimo collasso dell’economia bielorussa) in cambio di una decisa apertura all’influenza russa nel Paese. 

L’instabilità del Caucaso

Divisione politica del Caucaso
La divisione politica del Caucaso all’epoca dell’Urss, all’origine dell’instabilità politica odierna della regione [crediti foto: Hellerick via English WikipediaCC BY-SA 3.0]
La stabilità politica del Caucaso meridionale è anch’essa di vitale importanza per la Russia. Mentre il Caucaso del Nord è parte della Federazione russa, le ex-repubbliche sovietiche di Georgia, Armenia e Azerbaigian sono diventate indipendenti a seguito dello scioglimento dell’Urss nel 1991. A differenza di altri territori, Mosca esercita ancora oggi una potente influenza sulla regione, caratterizzata dalla presenza di conflitti congelati in Georgia e nel Nagorno-Karabakh. Mosca ha saputo sfruttare a proprio vantaggio le tensioni geopolitiche che hanno sconvolto la regione, garantendosi un ruolo preminente per quello che riguarda la mediazione tra gli attori in causa e la protezione dei propri interessi.  

La politica estera russa nel Caucaso si fonda sul mantenimento dello status quo delineatosi nei primi anni ‘90, che Mosca è disposta a difendere a qualsiasi costo. Per questo motivo, le ingerenze occidentali sono meno apprezzate che mai. È il caso ad esempio della cristallizzazione del conflitto che nel 2008 ha contrapposto la Georgia alle repubbliche separatiste dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud. Le due regioni, a maggioranza russofona, si sono opposte alla volontà del presidente Mikhail Saakashvili di avvicinarsi all’Ue, dal momento che l’obiettivo finale era favorire l’ingresso della Georgia nella NATO. L’intervento militare russo a difesa delle regioni separatiste è stato seguito dalla firma di accordi commerciali e dal dispiegamento di militari di Mosca nei suddetti territori. In questo modo, Putin ha saputo offrire forti garanzie di sicurezza ai separatisti, vincolando Tbilisi a tornare sui propri passi

Il Nagorno-Karabakh e il coinvolgimento della Turchia

La guerra nel Nagorno-Karabakh, combattutasi nell’autunno 2020 tra Armenia e Azerbaigian, ha avuto l’effetto di mettere quantomeno in dubbio il controllo della Russia su questo conflitto trentennale. Il fatto che le ostilità siano sfociate in combattimenti su larga scala evidenzia come il Cremlino non sia riuscito nel suo ruolo di mediatore, anche a causa della recente intromissione, più o meno evidente, della Turchia a fronte dei legami con l’Azerbaigian. In questi trent’anni, la Russia ha mantenuto rapporti commerciali e militari sia con Yerevan che con Baku, partecipando attivamente alla creazione del nuovo e moderno arsenale dell’esercito azero, rivelatosi determinante per la vittoria del conflitto. L’intervento tardivo di Mosca nel conflitto ha permesso a Baku di ottenere importanti conquiste territoriali, una mossa che in Armenia è stata presa come un tradimento. Se dunque i rapporti tra Yerevan e Mosca andranno analizzati con il passare degli anni, a Mosca non piace sicuramente la crescente influenza della Turchia di Erdogan, membro della NATO, sul turcofono Azerbaigian, un’alleanza da cui la Russia ha tutto da perdere.

Uno sguardo d’insieme

La politica estera russa si fonda dunque sulla creazione di un cordone di sicurezza attorno ai propri confini. Per Putin è necessario ostacolare l’eccessivo consolidamento dell’asse Nato oltre le proprie frontiere. La presenza nei mari caldi, i bacini del Mediterraneo e del Mar Nero, è dunque cruciale. L’intervento militare in Siria e in Crimea segue infatti questa logica. Per garantire questa protezione, il Cremlino è costretto a impegnarsi perché venga mantenuto lo status quo, politico, militare ed economico, nei territori circostanti, ovvero nelle repubbliche ex-sovietiche. Dal crollo dell’Urss, Ucraina, Bielorussia, Armenia e Georgia rappresentano il fronte ultimo prima dei Paesi NATO. Le ingerenze americane ed europee non sono dunque tollerate, e la Russia ha dimostrato di essere disposta a tutto pur di garantire il controllo su queste regioni. 

 

*Peacekeepers russi stanziati a Dadivank, nel Nagorno-Karabakh [crediti foto: Ministero della Difesa russoCC BY 4.0]

 

Questo articolo è parte di una raccolta sulla politica estera russa. Clicca qui per leggere l’articolo precedente “Tensioni nel Donbass: Russia e Ucraina spaventano la NATO”.

Stefano Mazzola
Milanese, nato nel 1998. Appassionato di politica e Medio-Oriente, studio Relazioni Internazionali all’Università Bocconi di Milano. Il primo libro che mi hanno regalato a cinque anni era una raccolta delle bandiere del mondo e, dopo averle imparate tutte, ho capito che per essere felice ho bisogno di esplorare. Nutro una passione sfrenata per le rivoluzioni e amo raccontarle.

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