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Tra flop e privacy risk: come procedono le app covid in Europa

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Sono ancora tante le riserve avanzate dagli esperti a qualche settimana dal rilascio delle app di tracciamento progettate per spezzare la catena dei contagi da covid-19. La scelta della tecnologia per oleare la macchina di contrasto alla pandemia è stata accompagnata, fin dall’esordio, dal dibattito sulla privacy e la tutela dei dati personali.

Polemiche, queste, in grado di aumentare la diffidenza di vaste sacche di popolazione, già allertate, peraltro, da malfunzionamenti registrati in alcune applicazioni. Il risultato è dunque un quadro composito, dove agli sporadici successi di alcuni Paesi si affiancano i ben più diffusi dietrofront operati da altri governi, a fronte di uno scarso coinvolgimento dei cittadini nelle operazioni di contact tracing.

I modelli di tracciamento delle app per il covid

In assenza di linee guida condivise tra gli Stati, sono tante le app rilasciate in queste settimane. Per comprendere il loro funzionamento, basti precisare che il meccanismo più utilizzato sfrutta la tecnologia bluetooth: le applicazioni generano ogni giorno codici identificativi che vengono trasmessi agli altri dispositivi nelle vicinanze; se un soggetto dovesse contrarre il virus una notifica avvertirà gli utenti con cui è entrato in contatto negli ultimi giorni. 

In Europa il dibattito sul rispetto della privacy è stato vivace, tanto da indurre la Commissione europea a varare alcune indicazioni. Non tutti gli Stati, però, ne hanno tenuto conto e i modelli di tracciabilità utilizzati sono stati principalmente due: il primo, definito “decentrato” (e più vicino ai suggerimenti delle istituzioni europee), consente di conservare i dati prodotti direttamente nel proprio smartphone, senza inviarli a un database centrale; il secondo, definito centralizzato, invia i codici prodotti a un server centrale, aumentando così lo scetticismo sulla sicurezza. 

Italia e Germania, un confronto 

È proprio il sistema decentrato quello utilizzato da molti Paesi Ue, tra cui Italia e Germania. Il risultato nei due Stati, tuttavia, non è stato lo stesso e un dato, più degli altri, ne evidenzia le differenze: il giorno del lancio l’app italiana Immuni ha fatto registrare 500mila downloads, mentre la tedesca Corona Warn App oltre 6,5 milioni. Stando alle dichiarazioni rilasciate dalla ministra dell’innovazione Paola Pisano a Skynews24, sono 4 milioni i downloads in Italia nei primi venticinque giorni di vita dell’app. Un po’ pochi se si pensa allo studio condotto da varie università, comprese Harvard e Cambridge, secondo cui per ridurre la trasmissione del virus del 47% grazie a una combinazione di autoisolamento e app di tracciamento occorrerebbe che almeno il 53% della popolazione scaricasse l’app. Nonostante, su questo punto, non sia unanime il parere degli esperti. 

Rilievi critici sullo stato della diffusione dell’app italiana sono giunti anche dall’amministratore delegato della società creatrice di Immuni Luca Ferrari, che ha fatto intendere di considerare lo stato di diffusione dell’applicazione poco funzionale all’obiettivo prefissato. Cauto ottimismo, invece, si registra in Germania, dove la Corona Warn App – anche grazie alla cassa di risonanza politica – ha raggiunto la soglia dei 13 milioni di downloads in dieci giorni.

L’app di tracciamento tedesca Corona Warn App

Francia, UK, Giappone: modelli diversi stesso risultato

Se nell’olimpo degli Stati in cui il contact tracing sembra incanalato nella giusta direzione c’è la Germania, lo stesso non può dirsi per Francia e UK, Paesi in cui i più critici non si sono astenuti dal definire la tracciabilità un “flop”. La Francia, in particolare, ha scelto il modello di tracciamento centralizzato, rifiutando l’adozione della piattaforma messa a punto da Google ed Apple alla base del modello decentrato.

Stopcovid, questo il nome dell’app francese, a circa 25 giorni dal lancio era stata scaricata da poco meno di due milioni di persone e sarebbe stata già disinstallata da 460mila dispositivi. Poche anche le segnalazioni dei positivi tramite l’app, poco più di una decina su scala nazionale. 

Sorte ancora peggiore ha avuto l’app inglese NHSx, sperimentata inizialmente con successo all’isola di Wight. Il passaggio nelle metropoli, tuttavia, è stato osteggiato da un malfunzionamento: bene l’app nei luoghi insulari a bassa densità, male nei posti affollati, dove andrebbe facilmente in tilt. Per questo il governo ha fatto dietrofront, adottando al momento un sistema di tracciamento analogico: ai positivi il sistema sanitario nazionale chiede la registrazione su un sito, con l’indicazione dei luoghi frequentati e delle persone con le quali si è entrati in contatto nelle ultime settimane. Saranno poi gli stessi operatori a rintracciare i potenziali contagiati per procedere ai controlli del caso. 

Problemi tecnici hanno indotto anche alla sospensione dell’utilizzo dell’app giapponese Cocoa, a soli 4 giorni dal lancio. Il sistema, infatti, interagiva con codici non ufficiali, minando il meccanismo di individuazione del contatto ravvicinato con un positivo. L’app, inizialmente, appariva un successo: era stata scaricata 3,71 milioni di volte in poche ore, ma i problemi registrati hanno costretto a resettare il sistema di controllo dei contagi anche nello Stato nipponico. 

I dubbi sulla privacy dietro l’uso di alcune app per il covid

Stando ai dati diffusi e aggiornati quotidianamente dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) è l’Islanda il Paese con il più alto numero di download delle app di tracciamento: al momento in cui scriviamo, circa 4 abitanti su 10 sono infatti coinvolti nel contact tracing. Seguono Singapore, il cui successo dell’app TraceTogether trova una solida base d’appoggio nelle rassicurazioni fornite dal governo sul fronte sicurezza, con la cancellazione automatica dei dati criptati dopo 21 giorni, e la Norvegia, dove, per contro, al successo iniziale si sono affiancati i problemi legati alla privacy: all’avvertimento sui rischi di un software considerato molto invasivo da parte dell’organismo nazionale per la protezione dei dati, infatti, ha fatto seguito il passo indietro del governo, con la sospensione dell’app Smittestopp. Forti sono state a tal proposito le pressioni di Amnesty International, dopo gli studi degli esperti del security lab sul trattamento dei dati da parte di Norvegia, Bahrein e Kuwait: la situazione era difatti stata descritta come allarmante a causa del tracciamento reale della posizione degli utenti e l’inoltro dei dati su un server centrale. Anche questo ha influito sul ritiro delle applicazioni e la cancellazione dei dati raccolti fino a quel momento.

Sono asiatici, infine, i modelli di tracciamento considerati maggiormente invasivi perché basati proprio sui sistemi di localizzazione GPS, con la relativa condivisione dei dati con terze parti, forze di polizia e sistemi giudiziari. 

È il caso della Cina, dove l’app Alipay Health Code, sebbene volontaria, va in direzione di un controllo massiccio dei movimenti. In base allo stato di salute dei cittadini – rilevato attraverso le risposte date dall’utente a un questionario sull’app – sono attribuiti codici di tre colori: verde per il cittadino libero di spostarsi, giallo per un soggetto entrato in contatto con un potenziale infetto e rosso per l’utente obbligato a non spostarsi da casa. La pervasività del monitoraggio è data dalla necessità di mostrare alle autorità preposte il codice identificativo per spostarsi nei luoghi pubblici, come uffici e negozi ma anche condomini: diviene dunque essenziale, nonostante la proclamata volontarietà, l’uso dell’app, ancora non diffusa su scala nazionale ma già imitata da altri Stati. 

Tra gli altri anche la Russia, dove il governo ha imposto agli over 14 di scaricare un’app di tracciamento che attribuisce codici Qrcode, e ai cittadini in quarantena di inviare un selfie su richiesta per dimostrare di rispettare la procedura di isolamento, salvo l’obbligo di pagare  una multa. Anche in questo caso, però, l’uso delle applicazioni non ha agevolato i procedimenti: a causa di disservizi, alcuni cittadini si sono visti recapitare multe da centinaia di euro, nonostante avessero provato a inviare quanto richiesto attraverso l’uso delle tecnologie messe a disposizione dal governo. 

 

Pierfrancesco Albanesehttps://orizzontipolitici.it
Troppo grande per piangere da mamma, troppo piccolo per essere boomer, sono nato a Galatina (Le) nel 1998. Dalla prima caduta le testate fanno parte della mia quotidianità: soprattutto quelle giornalistiche. Collaboratore di Leccenews24 e Piazzasalento, studio Giurisprudenza presso l'Unisalento.

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