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La Comunità degli Stati Indipendenti e la sfiducia tra Stati ex-URSS e Russia

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Quando l’Ucraina votò per l’indipendenza dall’Unione Sovietica, nel dicembre del 1991, era chiaro a tutti che l’impero comunista fosse ormai giunto al suo capolinea. Una settimana dopo, l’8 dicembre, i presidenti delle Repubbliche Sovietiche di Russia, Ucraina e Bielorussia firmarono il trattato istitutivo della Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), dando di fatto inizio al processo di disgregazione dell’URSS. Alla nuova alleanza si unirono ben presto tutti gli ex-Stati membri dell’Unione Sovietica, ad eccezione delle repubbliche baltiche, Estonia, Lettonia e Lituania, che da sempre avevano considerato Mosca alla stregua di una potenza occupante. Ad oggi, la Comunità degli Stati Indipendenti conta nove membri: Russia, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Tagikistan e Uzbekistan.

 

L’idea degli Stati fondatori era quella di dar vita a una nuova unione, basata però su un diverso rapporto tra Mosca e le altre capitali. Cercando di condividere le scelte in campo di politica estera, economica e militare, la Russia voleva evitare che anche i vicini più stretti cadessero sotto l’influenza dell’Unione europea e della NATO, come avvenne con gli Stati dell’Europa dell’Est. Di tutti gli Stati membri, otto partecipano all’area di libero scambio. Esistono poi altre tre diverse organizzazioni, nate sotto l’ombrello della Csi, volte a integrare maggiormente alcuni aspetti. L’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) è un’alleanza militare di natura difensiva creata nel 1992, mentre l’Unione economica euroasiatica e l’Unione doganale eurasiatica sono strutturate sui modelli di integrazione economica della vicina Unione europea. Queste ultime due sono frutto del recente tentativo da parte degli Stati membri di stringere ancor di più le relazioni, creando un’unione politico-economica oltreché militare. Nel corso degli anni, Georgia e Ucraina hanno ritirato la loro partecipazione alla Comunità, a causa dei conflitti militari scoppiati con la Russia rispettivamente nel 2008 e nel 2014. 

Un raggio d’azione piuttosto limitato 

Sin dai suoi albori, la Comunità degli Stati Indipendenti si è vista fortemente limitata nei suoi scopi. La ragione che ha portato alla nascita dell’organizzazione va infatti trovata principalmente nel desiderio di evitare che l’intera struttura, che per settant’anni aveva retto l’alleanza tra le Repubbliche comuniste, crollasse di punto in bianco. I primi anni di vita della Csi hanno visto dunque la firma di una miriade di accordi – nel solo 1992 ne sono stati ratificati 275. Vista però la natura prettamente dichiarativa di questi accordi, pochissimi sono stati tramutati in attività di condivisione di risorse ed energie, minando fortemente la possibilità di creare un organismo che ricalcasse i passi dell’ex-URSS.

Con il passare del tempo, la partecipazione selettiva degli Stati membri ad alcuni trattati, piuttosto che ad altri, è diventata un’abitudine. Si sono dunque venuti a formare accordi e organizzazioni sotto il controllo della Comunità degli Stati Indipendenti a cui non partecipano però tutti i partner dell’alleanza. Al Csto, per esempio, partecipano solo sei degli attuali nove Stati membri, così come sono solo in cinque a partecipare all’Unione economica euroasiatica. 

Questo ha portato, con il passare degli anni, al delinearsi di tre diverse fazioni, ognuna con i suoi interessi e prerogative, all’interno della Csi. La prima, formata dalla Russia e dagli “Stan”, le ex-Repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, spinge per un’evoluzione della Comunità degli Stati Indipendenti in un’alleanza sempre più stretta, in cui i dossier condivisi debbano spaziare dalle politiche socio-economiche a quelle militari. Ci sono poi l’Armenia e la Bielorussia che, almeno inizialmente, avevano paventato seri dubbi sull’adesione alla Csi ma, complice l’evoluzione dei contesti geopolitici che riguardano Minsk ed Erevan, ne sono diventati tra i più ardenti sostenitori. Infine, Azerbaigian, Turkmenistan e Moldavia hanno gradualmente ridotto i rapporti con il gruppo, congelando la loro partecipazione agli accordi regionali e aspettando, in sostanza, l’occasione buona per uscire dall’alleanza. 

Gli Stati che ad oggi rappresentano lo zoccolo duro della Comunità, ovvero Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan, oltre che la Federazione Russa, partecipano all’Unione Economica e Doganale. Si è giunti alla creazione di un mercato unico in grado di comprendere 180 milioni di persone e un Pil di circa 5 trilioni di dollari. L’obiettivo è quello di lavorare a un ulteriore allargamento, sia sul fronte dei Paesi partecipanti, che su quello della condivisione di beni e servizi, oltre al progetto di creare una valuta comune sul modello dell’euro. 

La guerra russo-georgiana e l’uscita di Tbilisi dalla Csi

Ma nel corso degli ultimi vent’anni la Csi ha vissuto momenti anche drammatici, che si rifanno principalmente ai conflitti armati in Georgia e Ucraina. Nell’agosto del 2008, gli eserciti di Georgia e Russia si scontrarono in maniera diretta in quella che è stata definita come la seconda guerra in Ossezia del Sud. Il conflitto fu causato dal deterioramento delle relazioni tra Tbilisi e i separatisti osseti, portando alla replica degli scontri che avevano coinvolto le due diverse fazioni già tra il 1991 e il 1992. 

La disputa sul controllo dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia, due regioni che secondo il diritto internazionale sarebbero sotto controllo georgiano ma che, di fatto, sono controllate dai separatisti filorussi, si deve collocare nel processo di definitivo allontanamento tra la Georgia e il gruppo della Csi.

Mappa del conflitto russo-georgiano nel 2008 [crediti foto: English Wikipedia CC BY-SA 3.0]
Nel 2008 infatti, Tbilisi annunciò la volontà di recedere gli stretti rapporti rapporti con le ex-Repubbliche sovietiche, pronta all’ingresso nell’Alleanza Atlantica. Questo creò non poche tensioni a Mosca, viste anche le incertezze sul destino che sarebbe toccato alle regioni separatiste, popolate in larghissima maggioranza da russi. Nell’agosto dello stesso anno, la reazione di Mosca all’invasione del territorio osseto da parte della Georgia portò alla definizione dello status quo attuale. Da allora, i berretti verdi russi (ossia i corpi speciali dell’Esercito) stazionano in Ossezia e Abcasia. In seguito a questa guerra lampo, nonostante il processo di integrazione nella NATO sia stato congelato, il Presidente Saakashvili annunciò il ritiro ufficiale dalla Georgia dalla Csi e da ogni altro organo di cui facesse parte. 

L’annessione della Crimea e la conseguente rottura tra Kiev e Mosca 

Sebbene l’Ucraina fosse stata, nel 1991, uno dei tre Paesi fondatori della Comunità degli Stati Indipendenti, Kiev non ha mai ratificato lo Statuto dell’organizzazione, trovandosi in disaccordo sul fatto che la Federazione Russa dovesse essere considerata l’unico Stato successore dell’ex-URSS. Per questa ragione, l’Ucraina non è mai stata formalmente considerata uno Stato membro della Csi. Tuttavia, sin dalla nascita della Comunità, la partecipazione di Kiev alle iniziative del gruppo è sempre stata sostanziale. 

La svolta europeista della nazione, culminata con il movimento Euromaidan e la fuga del Presidente filorusso Yanukovich nel 2014, portò allo scoppio del conflitto con i separatisti filorussi nell’Est del Paese e nella penisola di Crimea. L’adesione della Repubblica di Crimea alla Federazione Russa, firmata a Sebastopoli dal Presidente Putin in persona nel marzo 2014, portò alla definitiva rottura tra i due Stati un tempo alleati. Una delle conseguenze di questa rottura fu la decisione da parte dell’Ucraina di non partecipare più alle attività della Csi e di interrompere la collaborazione informale alle attività della Comunità. 

Un progetto che ha stentato a decollare

Il progetto di creare una nuova alleanza tra gli ex-membri dell’Unione Sovietica collassò ben presto. Lo stesso Boris Yeltsin, primo Presidente della Russia post-Sovietica, dichiarò come ai suoi occhi la Csi avesse fallito sia da un punto di vista politico quanto economico. Yeltsin sottolineò anche come la stragrande maggioranza degli accordi firmati dai Paesi membri fossero insignificanti, data la mancanza di un piano per attuarli. Tramite l’istituzione della Csi, lo scopo della Federazione Russa era dunque evidente: mantenere attiva la sua sfera di influenza nelle repubbliche satelliti, creando una comunità in cui i membri, da Stati sovrani, sarebbero rimasti fedeli alleati del Cremlino nel nuovo scenario geopolitico in fase di costruzione a livello globale. I problemi furono che, dopo la dissoluzione dell’URSS, solo in pochi credettero che si potesse instaurare un rapporto di fiducia con la Russia che, per numero di abitanti, estensione del territorio e peso politico, sarebbe stata sempre dominante rispetto ai piccoli Stati-satellite. Uno dei fattori determinanti fu la nascita e il rinvigorimento dei sentimenti nazionalisti all’interno dei vari Stati. Questo si è sempre scontrato con la volontà di Mosca di mantenere saldo il legame con le comunità russe nei vari Stati, portando in alcuni casi all’esplosione di conflitti drammatici. 

 

*Il Consiglio della Comunità degli Stati Indipendenti, 16 settembre 2016 [crediti foto: Il Cremlino CC BY 4.0]
Stefano Mazzola
Milanese, nato nel 1998. Appassionato di politica e Medio-Oriente, studio Relazioni Internazionali all’Università Bocconi di Milano. Il primo libro che mi hanno regalato a cinque anni era una raccolta delle bandiere del mondo e, dopo averle imparate tutte, ho capito che per essere felice ho bisogno di esplorare. Nutro una passione sfrenata per le rivoluzioni e amo raccontarle.

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