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La rinascita di Nigel Farage

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Stefano Mazzola per Orizzonti Politici

 

Era il 4 luglio del 2016, esattamente 12 giorni dopo il referendum sulla Brexit, spartiacque storico per il futuro del Regno Unito e dell’Unione Europea. Quel giorno Nigel Farage, leader storico del partito per l’indipendenza del Regno Unito, l’UKIP, diede le sue dimissioni, dopo aver portato a termine l’obiettivo politico a cui aveva dedicato l’intera carriera. Figura chiave del populismo globale, Farage è stato inserito nella lista dei 100 politici di destra più influenti al mondo dal Daily Telegraph nel 2014. Torna oggi a quasi tre anni di distanza alla guida di un nuovo partito, il Brexit Party, con tutti i sondaggi a favore, pronto a emergere dal vuoto politico che lui ha contribuito a creare con l’uscita del Regno Unito dalla UE.

 

Una vita interamente dedicata alla militanza politica, cominciata nelle file dei Tories, il partito conservatore, che abbandona però nel 1992, in segno di protesta contro la decisione del Primo Ministro di allora, il conservatore John Bercow, di ratificare il Trattato di Maastricht. Ostile sin dai primi giorni al processo di integrazione europea, Farage è tra i padri fondatori dell’UKIP, con il quale già nel 1994 si candida per il parlamento di Strasburgo. Diverrà leader del partito nel 2006, e salvo alcune interruzioni ne rimarrà alla guida per un decennio. La sua idea e il suo obbiettivo sono quelli di guidare l’uscita del paese dall’Unione dall’interno delle istituzioni europee. Sebbene al primo tentativo gli vada male, alle elezioni del 1999 riesce a ottenere un seggio al parlamento europeo. Da questo momento in poi, per ben quattro elezioni consecutive, e dunque per vent’anni, mantiene il seggio del distretto South-East England, regione da cui proviene essendo originario del Kent.

 

A Strasburgo si è costruito una fama soprattutto per le filippiche che è solito lanciare durante le sedute plenarie dell’Europarlamento contro l’Europa e i suoi colleghi, tra cui il celeberrimo scontro con Guy Verhofstadt pochi giorni dopo la vittoria del Leave al referendum sulla Brexit. Personificazione del sentimento antieuropeo dei britannici, alla guida dell’UKIP ha sempre ottenuto ottimi risultati quando si è trattato di votare per mandare i propri rappresentanti a Strasburgo, mentre sul piano nazionale i risultati sono sempre stati piuttosto deludenti. Secondo su scala nazionale alle elezioni per l’Europarlamento del 2009, nel 2014 riesce a catalizzare il 27,5% dei consensi e porta l’UKIP a diventare il primo partito del Regno Unito.

 

Il suo ruolo e la sua fama sono balzati agli onori delle cronache durante i concitati mesi di campagna elettorale che hanno portato al referendum sulla permanenza o meno nell’Unione. Farage, tra i fautori insieme a Boris Johnson delle istanze dei brexiters ha condotto la sua fazione alla vittoria, in una campagna elettorale che ancora adesso viene analizzata per l’impatto che le fake news hanno avuto sul risultato finale. Sappiamo bene poi come negli ultimi tre anni il governo inglese non sia riuscito a risolvere l’enigma della Brexit e, dopo due anni di estenuanti trattative con Bruxelles, finalmente il governo May era riuscito ad ottenere un accordo. L’accordo è però stato giudicato troppo soft da molti euroscettici, tant’è che tutt’ora il parlamento non lo ha ratificato e poche sembrano le possibili vie d’uscita.

 

Il Brexit Party, di cui Farage ha preso la guida a marzo dopo le accuse di islamofobia che hanno costretto la fondatrice Catherine Blaiklock alle dimissioni, in pochi mesi è stato in grado di ottenere circa il 30% delle intenzioni di voto, destinato a creare il vuoto intorno a sé anche a causa della cattiva gestione del rebus Brexit da parte del parlamento.

Analizzando i sondaggi pubblicati da YouGov nell’ultima settimana si nota come l’arrivo del nuovo partito euroscettico abbia colmato una grande mancanza nel panorama politico inglese, anche per la delusione degli elettori nei confronti dei partiti tradizionali, un trend ormai comune nel continente ma che per la prima volta tocca anche il paese al di là della Manica. Si prevede che Farage, con poco più di un terzo dell’elettorato a suo favore, quadruplicherà nelle percentuali il consenso dei Tories, assestati addirittura intorno al 9%, e doppierà il Labour messo alle strette dai LibDem nella battaglia per arrivare secondi. YouTrend ci mostra come il dato sorprendente sia però il partito a cui il Brexit Party soffierà voti in questa tornata elettorale: non sarà l’UKIP come ci si potrebbe aspettare, bensì i conservatori, visto che le stime prevedono che il 79% dell’elettorato di Farage proverrà dal partito di Theresa May. Se poi consideriamo che un ulteriore 16% dei consensi proverrà da ex sostenitori dei laburisti, ci si rende conto di come la quasi totalità degli elettori del nuovo partito sia formata dai delusi dei partiti tradizionali.

Dal caos Brexit quindi riemerge la figura di Nigel Farage, pronto a guidare il suo partito alla vittoria martellando sulle solite tematiche che hanno permesso la sua ascesa negli anni, dalla paura verso gli stranieri alla riconquista di una non ben definita sovranità persa durante gli anni dell’integrazione europea. Le preoccupazioni a questo punto però sono tutte dalla parte degli europei, visto che Londra eleggerà i suoi rappresentanti a Strasburgo, la maggior parte dei quali si candida proprio per allontanare il loro paese dalle istituzioni che rappresentano. Ci si interroga quindi su che effetto il cospicuo numero degli europarlamentari eletti potrebbe avere nella serratissima battaglia che si combatterà per l’elezione della Commissione Europea, organo chiave per il funzionamento dell’Unione che viene eletto dalla maggioranza parlamentare. L’accordo tra UE e Regno Unito prevede che, in caso di elezione dei parlamentari a Strasburgo e conseguente uscita del paese dall’Unione, vi sia l’immediato decadimento del mandato parlamentare. Questo potrebbe avere l’effetto di cambiare i numeri della maggioranza, visto che alcuni seggi del Regno Unito verrebbero suddivisi tra i paesi membri e il restante abolito, con la spiacevole sorpresa di doversi trovare a intavolare negoziazioni tra i vari gruppi per la seconda volta in meno di un anno.

 

Se le problematiche della Brexit sembravano dunque diminuite dopo la conclusione dei negoziati, i quali mettevano in mostra la solidità dell’Unione contrapposta alle difficoltà del paese in uscita, la continua procrastinazione portata avanti da Londra rischia di avere un effetto devastante sugli equilibri interni all’Europarlamento, in un momento in cui ora come mai l’Europa avrebbe bisogno di certezze.

Stefano Mazzola
Milanese, nato nel 1998. Appassionato di politica e Medio-Oriente, studio Relazioni Internazionali all’Università Bocconi di Milano. Il primo libro che mi hanno regalato a cinque anni era una raccolta delle bandiere del mondo e, dopo averle imparate tutte, ho capito che per essere felice ho bisogno di esplorare. Nutro una passione sfrenata per le rivoluzioni e amo raccontarle.

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