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Le interferenze politiche di Erdogan destabilizzano l’economia in Turchia

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Gli sviluppi della Politica economica nella Turchia di Erdogan

Il complicato intreccio tra la sfera politica e quella economica ha causato una crisi dell’economia in Turchia. Le pressioni politiche del regime e l’autoritarismo del presidente Recep Tayyip Erdogan hanno contribuito a causare un’inflazione fuori controllo. 

Infatti, ciò che preoccupa principalmente i mercati finanziari è la mancanza di indipendenza della Banca centrale e la convinzione “non-ortodossa” di Erdogan in materia di tassi di interesse.

Quando si tratta di Turchia e di Erdogan, l’avventurismo di Ankara in politica estera e le molteplici violazioni dei diritti umani dominano la discussione. Spesso, invece, gli avvenimenti domestici in tema di politica economica vengono trascurati dalla narrazione generale. Nonostante i primi siano temi urgenti per l’Unione Europea, è fondamentale seguire anche gli sviluppi economici di un mercato emergente e così vicino come la Turchia. 

L’economia in Turchia è in evidente stato di stress. Dal 2019 si sono susseguiti quattro governatori della Banca centrale, la lira turca ha perso il 34% del suo valore rispetto al dollaro e, con la crisi Covid, l’inflazione ha raggiunto un allarmante 16%. L’economia reale soffre il rincaro dei prezzi. Mentre gli investitori internazionali esprimono scetticismo, gli osservatori si chiedono se ci sono margini per una gestione macroeconomica più efficiente. 

Liquidità e politica monetaria espansiva: la strategia Erdogan per la crisi Covid è appropriata?

Le parole chiave per mitigare l’impatto della crisi Covid sull’economia in Turchia sono state due: liquidità e politica monetaria espansiva. Il 22 maggio 2020 la Banca centrale della Repubblica di Turchia (CBRT) ha abbassato il tasso sui depositi e sulle operazioni di scambio a breve termine (PcT), da 9,75% a 8,25%, con l’intenzione di supportare le piccole-medie imprese e, parallelamente, lo stato ha garantito prestiti alle imprese ed esteso il periodo di moratoria per i prestiti in sofferenza.

Questa strategia ha portato, secondo le stime del Fondo monetario internazionale (Fmi), a una crescita dell’economia in Turchia dell’1,8% nel 2020 e al 6% per il 2021, principalmente indotta dall’espansione del credito. Data un’economia già surriscaldata, però, le decisioni di Erdogan rischiano di fomentare instabilità finanziaria, o addirittura, una crisi valutaria

Erdogan e i tassi di interesse: un rapporto complicato

Generalmente, la dottrina monetaria tradizionale sostiene che quando i tassi di interesse sono eccessivamente bassi, l’abbondanza di credito e moneta circolante potrebbe portare a un aumento incontrollato dei prezzi. Il rimedio solitamente prescritto contro l’inflazione è alzare i tassi di interesse e attuare una politica economica restrittiva. Erdogan, invece, è convinto dell’esatto contrario: i tassi di interesse elevati aumenterebbero ulteriormente l’inflazione. Mantenere dei tassi di interesse relativamente bassi ha degli evidenti vantaggi politici di breve termine: camuffa i problemi strutturali dell’economia turca aggravati dall’interventismo e dà alla popolazione l’impressione fittizia di crescita e abbondanza.

Infatti, il principale motivo per cui Erdogan e il suo partito, l’AKP, prediligono una valuta debole e un credito accessibile sta nella struttura economica della Turchia, fondata sull’export, la manifattura e il turismo internazionale. Mentre una valuta domestica forte favorirebbe le importazioni dall’estero a discapito della produzione domestica, una lira svalutata rende i prodotti di aziende turche più competitivi nei mercati internazionali. A questi livelli, però, anche la comunità di imprenditori e affaristi che supporta Erdogan si domanda per quanto ancora possa resistere in un ambiente in cui l’inflazione rischia di erodere i profitti.

L’economia in Turchia tra l’inflazione della lira e l’esaurimento di riserve straniere

Berat Albayrak, genero di Erdogan ed ex Ministro delle finanze dal 2018 al 2020, ha svolto un ruolo decisivo nell’innescare la spirale inflazionistica della lira. Durante la sua tenuta al Tesoro, la politica monetaria della Banca centrale ha subito notevoli pressioni da parte di Albayrak. Le linee che dividevano la politica dalla Banca centrale sono sfumate e la lira ha raggiunto i minimi storici. Infatti, nel tentativo di mantenere bassi i tassi di interesse ed evitare allo stesso tempo un deprezzamento della lira turca, la Banca centrale ha iniziato diverse operazioni di swap, cioè di scambi in valuta estera, volte a sostenere artificialmente la moneta domestica senza successo, provocando perdite di 30 miliardi di dollari (o 4% del Pil). Per mantenere a galla il valore della valuta, la banca centrale scambiava depositi in moneta straniera, principalmente denominati in dollari, attraverso gli istituti bancari, in cambio di lire turche detenute all’estero, una pratica comune per gli enti regolatori. In questo caso però, la mancanza di trasparenza e i risultati negativi hanno portato a bruciare un totale di 165 miliardi di dollari in due anni.

Nel novembre del 2020, Albayrak è stato licenziato e Naci Agbal è stato nominato nuovo governatore della Banca centrale. I mercati hanno reagito positivamente, aspettandosi un ritorno a una politica monetaria più equilibrata. Agbal si è guadagnato presto la fiducia degli investitori internazionali rialzando i tassi di 8,75 punti percentuali, raggiungendo il 19%, nel tentativo di rallentare l’inflazione.

Lo shock del 22 marzo: è possibile recuperare la fiducia dei mercati e della popolazione?

Nonostante un visibile miglioramento, nella notte tra il 22 e 23 marzo 2021, Erdogan ha licenziato Agbal, senza fornire spiegazioni. Al suo posto, Erdogan ha scelto Sahap Kavcioglu: un professore universitario di finanza e, soprattutto, un suo fedelissimo, dato il suo spiccato criticismo verso il rialzo dei tassi. Inevitabilmente, i mercati hanno reagito negativamente: la Borsa Istanbul 100, il principale indice azionario in Turchia, ha perso un decimo del suo valore nella prima settimana e la lira è scivolata ulteriormente dell’11% rispetto al dollaro. Durante il primo meeting del Comitato della Banca centrale del 15 aprile, molti osservatori temevano che Kavcioglu potesse smantellare i risultati raggiunti da Agbal e abbassare i tassi. Così però non è stato.

Il Comitato ha espresso la volontà di ricondurre l’inflazione verso il target del 5% nel medio periodo e mantenere i tassi (attualmente al 19%) al di sopra dell’inflazione (16%). Questa decisione dimostra che, nonostante la riluttanza, Kavcioglu dovrà recuperare la fiducia dei mercati se vuole stabilizzare il valore della valuta domestica. Numerosi analisti e investitori però, a corto di fiducia verso una Banca centrale scarsamente indipendente e incapace di prendere decisioni autonome senza pressioni politiche, temono che l’ottimismo sia prematuro: infatti, Barclays sottolinea come l’impegno di Kavcioglu di stabilizzare l’inflazione sia poco credibile, in quanto ideologicamente convinto della necessità di abbassare presto i tassi. 

Anche la stessa popolazione turca ha perso la fiducia nella gestione della lira e molti risparmi in valuta domestica hanno visto un’erosione del potere d’acquisto. I risparmiatori preferiscono mantenere i loro beni in dollari, o criptovalute, piuttosto che in lira turca. Il boom in crypto-trading ha immediatamente attirato l’attenzione della Banca centrale che ha vietato l’uso delle principali monete virtuali. Al momento, Ankara sembra più preoccupata dell’instabilità che possa derivare dalle criptovalute piuttosto che dalla situazione macroeconomica del paese.

Quali prospettive all’orizzonte per la Turchia?

Tra le soluzioni più auspicabili sicuramente primeggia una Banca centrale più autonoma nel prendere decisioni. Un mercato emergente deve coniugare la necessità di crescita interna con l’importanza di attrarre investimenti stranieri e non può prescindere dalla fiducia dei mercati internazionali, che prediligono un regolatore indipendente. Inoltre, la ripresa del turismo e del commercio globale potrebbe alleviare le ingenti pressioni sulla penuria di riserve straniere e garantire più flessibilità alla Banca centrale. 

Per concludere, la pressione elettorale delle presidenziali e legislative del 2023 non va sottovalutata. Nonostante la Turchia non sia un campione di democrazia, le elezioni potrebbero spingere Erdogan ad assumere una posizione più tradizionale per aggiustare la traiettoria dell’economia in Turchia. Dopo aver concesso la capitale Ankara e Istanbul, il principale centro industriale e finanziario, al partito d’opposizione CHP (Partito Repubblicano), Erdogan dovrà necessariamente puntare sulla stabilità economica del paese se vuole vincere le elezioni. 

* L’intreccio tra la politica di Erdogan e l’economia in Turchia [crediti foto: Gerd Altmann / Pixabay]
Leonardo Oneda
Nato nel 1999, marchigiano. Affascinato dalle sfide degli Affari Internazionali, con una curiosità spiccata per la politica economica e le politiche Europee. Studente del Master in Global Management and Politics in LUISS. Laureato in Relazioni Internazionali e Scienze Politiche presso l'Università di Bologna. Erasmus a Madrid, IE School of Global and Public Affairs. Nel tempo libero leggo con passione, ascolto con dedizione, mi informo con spirito critico.

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