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Tutti gli effetti del coronavirus nella Turchia di Erdoğan

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E’ ormai passato oltre un mese dal giorno in cui il Ministro della Sanità Fahrettin Koca ha ufficialmente confermato il primo caso di coronavirus in Turchia. Ad oggi, si contano oltre 95mila casi e 2,259 decessi. Le conseguenze del Coronavirus sulla politica turca potrebbero portare a cambiamenti radicali.

Misure a sostegno dell’economia

Se da un lato i risultati nella gestione dell’emergenza devono ancora manifestarsi, dall’altro è certo che la crisi lascerà un pesante conto economico. La pandemia ha colpito il Paese in un momento in cui l’economia è già in forte crisi. La debolezza della lira turca, l’alto debito pubblico e l’instabilità finanziaria sono motivo di forte preoccupazione da parte del governo. Con l’espandersi del contagio l’economia turca potrebbe raggiungere un punto di non ritorno.

Per far fronte al momento di crisi il Ministro delle Finanze Berat Albayrak, nonché genero di Erdoğan, ha lanciato un piano di aiuti e sostegno all’economia da 100 miliardi di lire turche (circa 15 miliardi di dollari). Il piano, ha come obbiettivo principale quello di alleggerire gli effetti della crisi sui settori maggiormente vulnerabili come il settore terziario. La manovra prevede il rinvio di sei mesi del pagamento dell’IVA e delle assicurazioni da parte delle imprese, liquidità per i settori più in difficoltà, sostegno alle banche e rinvio del pagamento dei debiti da parte dei cittadini nei confronti delle banche pubbliche. La maggior parte degli economisti crede però che le misure adottate siano insufficienti e che difficilmente potranno tenere a galla il sistema finanziario e industriale del paese.

La retorica nazionalista del Presidente Recep Tayyip Erdoğan

Il Presidente Erdoğan, nei suoi discorsi alla nazione, ha sempre sottolineato come il virus sia arrivato in Turchia a causa degli errori commessi dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti che non sono stati in grado di gestire adeguatamente l’emergenza e agire in tempo. L’utilizzo della retorica nazionalista è una costante di Ankara ed anche in questo caso il virus viene presentato alla nazione sotto forma di minaccia proveniente dall’esterno, cioè dall’Occidente. La diffusione del virus rappresenta per il Presidente turco una delle più grandi sfide della sua carriera politica. In questo caso, la tattica del divide et impera che spesso viene utilizzata per affrontare le crisi, non può funzionare contro un nemico invisibile. Per Erdoğan è arrivato il momento di fare qualcosa che non gli è mai venuto naturale: affidarsi agli esperti. 

La crisi del Coronavirus in Turchia non allenta la tensione tra i partiti

La difficoltà del momento non è però riuscita a fermare i contrasti tra il Partito di governo della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) e il Partito Repubblicano dei Popoli (Chp), principale partito di opposizione. La chiusura totale sul modello Italiano è richiesta a gran voce da parte dell’opposizione. Il segretario del Chp, Kemal Kilicdaroğlu, ha dichiarato come la salute pubblica e dei cittadini debba essere anteposta a qualsiasi interesse economico. Il Chp ha inoltre fortemente criticato la campagna di raccolta fondi, su base volontaria, lanciata dal Presidente, volta a sostenere i ceti sociali maggiormente colpiti e coloro che hanno perso il lavoro. Erdogan è stato il primo a donare sette mensilità del suo salario dando il buon esempio al paese.


Le opposizioni si chiedono però in maniera molto critica cosa sia stato fatto di tutte le tasse che i cittadini hanno versato visto che nuovamente gli si chiede di contribuire. Inoltre, le municipalità guidate dal Chp come Istanbul, Ankara e Izmir non sono state autorizzate a gestire la raccolta fondi.
Il ministro dell’Interno Suleyman Soylu ha avviato un’indagine penale e i loro conti correnti sono stati bloccati dal governo. Nemmeno la delicatissima emergenza è riuscita a far dialogare in modo costruttivo i partiti, accentuando la già notevole polarizzazione politica. Si è inoltre aperta una faida all’interno del governo in seguito alle dimissioni annunciate e poi rigettate da parte del Ministro dell’Interno. La stabilità politica sembra essere sempre più fragile e già si sente parlare di possibili elezioni anticipate.

La geopolitica degli aiuti sanitari

Così come tutti i paesi, anche la Turchia non ha rinunciato all’opportunità di ampliare le proprie sfere d’influenza mediante l’invio di materiale sanitario in diverse parti del Mondo. Le nuove relazioni tra Paesi si stanno ridisegnando sotto la forma della diplomazia umanitaria. I primi paesi a beneficiare degli aiuti sono stati l’Italia e la Spagna. L’aspetto più interessante riguarda però gli aiuti inviati nei Balcani. Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Ungheria, Macedonia del Nord e Bulgaria hanno tutti ricevuto importanti aiuti umanitari da parte della Turchia. Diverso per Israele, che non ha gradito molto gli aiuti che la Turchia ha inviato alla Palestina. La mossa rischia di inasprire ulteriormente le relazioni diplomatiche tra i due Stati. Dietro gli aiuti umanitari c’è però un calcolo politico preciso: aumentare l’influenza regionale e ristabilire gli equilibri geopolitici dell’area. 

Paesi supportatati dalla Turchia nella lotta al Covid-19 attraverso aiuti o forniture mediche. (Fonte: TRT World)

Rally’round the flag

Nonostante la gestione della pandemia stia mostrando diverse problematiche, anche in Turchia, così come in diversi altri paesi, si sta verificando il fenomeno rally’round the flag ossia l’incremento della popolarità dei leader che si verifica in conseguenza di eventi drammatici che vedono il proprio paese direttamente coinvolto. Secondo gli ultimi sondaggi effettuati da parte dell’Istituto di statistica MetroPoll, il tasso di gradimento del Presidente turco ha subito un considerevole incremento del 14,7 % nel mese di marzo attestandosi al 55,8 %. Sin dal fallito golpe del luglio 2016 non veniva registrato un tasso così alto. La motivazione è da ricercare nel sentimento da parte della popolazione di avere una forte leadership al comando del paese che possa rassicurare in un momento di forte incertezza come quello che stiamo vivendo.

La delicata questione delle carceri

 E’ stata approvata dal parlamento turco una legge svuota carceri che dovrebbe rilasciare circa un terzo dei detenuti presenti in Turchia. La legge di riforma delle esecuzioni penali è stata proposta per evitare che il virus possa diffondersi all’interno degli istituti di detenzione. Le scarse condizioni igieniche e il sovraffollamento rappresentano una terribile minaccia per la proliferazione del virus che potrebbe mietere centinaia di vittime. Secondo le statistiche riportate dal Consiglio d’Europa risalenti al 31 gennaio 2019, la Turchia ha la seconda più alta popolazione carceraria d’Europa dopo la Russia e il più alto tasso di sovraffollamento. La misura, approvata grazia ad una maggioranza Akp–Mhp, ha suscitato l’indignazione di diverse associazioni e avvocati che si occupano della tutela dei diritti umani. La legge ha permesso la scarcerazione di pericolosi criminali come Alaattin Cakici, esponente della mafia turca e molto vicino al leader della destra nazionalista e alleato di governo di Erdogan, Devlet Bahçeli. Rimangono invece in carcere tutti i prigionieri politici e i giornalisti accusati di terrorismo, i quali non potranno beneficiare della nuova legge. 

La crisi scatenata dal proliferare del coronavirus sta mettendo a dura prova la tenuta del governo. Ancora una volta la risposta si concretizza in un’ulteriore stretta sulle libertà personali e sulle violazioni dei diritti umani. Se il governo riuscirà a superare l’emergenza sanitaria potrebbe presto trovarsi di fronte ad un’altra situazione che potrebbe sconvolgere la stabilità non solo interna ma anche regionale: il tramonto dell’era Erdoğan. 

 

Riccardo Gascohttps://orizzontipolitici.it
Nato a Torino e cresciuto ad Alba con una vena polemica e critica nel sangue. Ho studiato Scienze Diplomatiche ed Internazionali a Genova. La mia passione per il Paese della Mezzaluna (Turchia), mi ha portato nella Porta d'Oriente per scrivere la tesi. Al momento frequento un Master in International Relations and Diplomacy alla SOAS di Londra.

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