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I Paesi post sovietici in mezzo alle tensioni tra Europa e Russia

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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L’invasione russa dell’Ucraina ha sconvolto l’ordine internazionale, causando nuove tensioni e il congelamento delle relazioni diplomatiche tra l’Europa e la Russia. Il conflitto è osservato con particolare preoccupazione dai paesi europei che hanno fatto parte dell’Unione Sovietica e dai paesi che costituivano il blocco del Patto di Varsavia, che temono il tentativo della Russia di ristabilire la sua autorità politica e militare sul cosiddetto “Estero vicino”. Anche a livello internazionale, la decisione del presidente Putin di dichiarare guerra all’Ucraina ha provocato una scissione nella comunità internazionale: il mondo “post-sovietico” è oggi frammentato e diviso tra alcuni stati, come quelli dell’Europa orientale, che hanno consolidato le loro posizioni anti-russe e altri, che invece hanno assunto una posizione più ambigua.

Una nuova cortina di ferro in Europa?

Il 2022 ha comportato per l’Europa occidentale il brusco risveglio da un sogno di pace e stabilità quasi ininterrotto dalla fine della Seconda guerra mondiale. Per i paesi dell’Europa orientale, invece, il conflitto ha riaperto le recenti ferite del passato sovietico, riaccendendo i timori di nuove violenze e minacce mai del tutto sopite. L’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, infatti, ha determinato un forte inasprimento del sentimento anti-russo, soprattutto nei paesi baltici e in Polonia. Secondo un report del GLOBSEC condotto nel marzo 2022, la percezione della Russia come una minaccia alla sicurezza è aumentata significativamente in tutti i paesi dell’Europa orientale. Parallelamente, la fiducia per le istituzioni europee nei Paesi ai confini orientali dell’Unione, misurata dall’Eurobarometro dell’estate 2022,  ha conosciuto una notevole rivitalizzazione rispetto ai trend euroscettici degli scorsi anni. Inoltre, il conflitto in Ucraina ha anche dato nuova linfa alla NATO, prigioniera di una decennale fase di stagnazione. Secondo il report del GLOBSEC, il supporto all’alleanza atlantica è aumentato in tutti i paesi dell’Europa dell’est (con l’eccezione della Bulgaria), che, con una media del 79% e con picchi vicini al 95% della Polonia, restano saldamente legati all’alleanza per la salvaguardia della loro sicurezza. 

 

Persistono, tuttavia, differenze all’interno della regione. Bulgaria e Ungheria, ad esempio, manifestano minore preoccupazione rispetto alla minaccia che la Russia rappresenterebbe per la loro sicurezza, e anche un sostegno più tiepido alle iniziative di Bruxelles per contrastare Mosca. Ciononostante, la decisione del Consiglio europeo di conferire lo status di paesi candidati all’Ucraina e alla Moldavia nel giugno 2022 sembra suggerire l’esistenza di una nuova cortina di ferro tra la Russia e l’Europa orientale, che oggi guarda ad Ovest. 

L’unica eccezione è la Bielorussia, ferma alleata di Mosca e uno dei cinque Paesi ad aver espresso voto contrario in occasione della risoluzione di condanna all’invasione dell’Ucraina durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel marzo 2022. 

Il Caucaso tra Russia ed Europa

Sin dalla fine del XIX secolo, il Caucaso è stato soggetto al dominio russo, prima nelle vesti dell’Impero zarista e successivamente dell’Unione Sovietica. Infiammata da violenze, conflitti etnici e movimenti separatisti, la regione si è sempre affidata alla Russia come garante della sicurezza e come risolutrice di controversie, a partire dal cessate il fuoco negoziato da Mosca che pose fine al conflitto tra Armenia e Azerbaigian nel 1994. Tuttavia, l’aggressiva politica estera russa degli ultimi 15 anni -dal conflitto con la Georgia del 2008 all’annessione della Crimea del 2014 fino all’attuale conflitto con l’Ucraina – ha determinato nuove tensioni che hanno causato un cambiamento di assetti geopolitici nella regione. Così, il ruolo della Russia come potenza pacificatrice si è progressivamente ridimensionato, favorendo la penetrazione di nuovi importanti attori come l’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Turchia e la Cina. 

In particolare, la Georgia è il paese nella regione che ha assunto le posizioni più rigide nei confronti della Russia, soprattutto a causa della Guerra dei cinque giorni del 2008 che vide le forze armate russe invadere la piccola repubblica caucasica a sostegno dei due territori separatisti di Ossezia del Sud e Abcasia, successivamente riconosciuti ufficialmente dal Cremlino. Da allora, la Georgia si è significativamente avvicinata all’Occidente, divenendo il più importante partner politico dell’UE nella regione. Il conflitto in Ucraina ha ulteriormente rafforzato il sentimento anti-russo nel paese: secondo un sondaggio dell’International Republican Institute, nel marzo 2022 il 74% degli intervistati sosteneva pienamente l’adesione all’UE, la percentuale più alta degli ultimi 9 anni; inoltre, il 90% degli intervistati considerava la Russia la maggiore minaccia politica del paese. In generale, l’attuale situazione geopolitica sembra favorire le aspirazioni europeiste dei georgiani che, nonostante la decisione del Consiglio europeo di non concedere lo status di paese candidato alla Georgia, possono vedersi riconosciuta una prospettiva europea.

Più complessa è, invece, la situazione dell’Armenia. Il paese è fortemente dipendente dalla Russia per i suoi approvvigionamenti energetici e per i suoi scambi commerciali, ma soprattutto per la sua sicurezza. L’Armenia è infatti impegnata in una contesa quasi trentennale con l’Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Kabarackh, e la Russia è stata fondamentale per le negoziazioni. Il paese, minacciato anche dall’ostilità turca, ha cercato sin dalla sua indipendenza di mantenere una posizione strategica per garantirsi il supporto russo ma allo stesso tempo evitare l’isolamento dall’Occidente. Il pericolo di un isolamento e l’attenzione del Cremlino rivolta all’Ucraina potrebbero influenzare le scelte di politica estera di Erevan, che hanno già manifestato alcuni segnali di apertura ad Ovest, come la visita dell’ex speaker della Camera degli Stati Uniti Nancy Pelosi nel settembre 2022 e le proteste in seguito all’arrivo nella capitale di Vladimir Putin nel novembre 2022. 

Dalla parte opposta dello scacchiere, l’Azerbaigian intrattiene stretti legami commerciali con l’Unione Europea e con la Turchia. Le sue riserve di gas e di petrolio hanno attirato l’attenzione dei paesi europei, desiderosi di diversificare i loro fornitori energetici, e hanno quindi offerto un’alternativa strategica alle forniture russe. Sebbene anche Baku sia legata a Mosca e abbia sposato la linea della neutralità , cresce il malcontento azero verso la Russia nella contesa territoriale con i vicini armeni. In questa situazione, potrebbe rivelarsi cruciale il ruolo dell’UE, che ha già annunciato l’inizio della missione civile Euma per affermare la sua presenza nella regione e contribuire alla risoluzione della lunga contesa tra Erevan e Baku. In tal modo, i Paesi europei mirano ad apparire come partner affidabili per il Caucaso per limitare l’influenza russa e rendere più efficiente l’accesso alle riserve energetiche del Mar Caspio. 

Asia centrale: un futuro incerto

Dalla dissoluzione dell’URSS, i cinque Paesi post-sovietici dell’Asia centrale, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan, sono rimasti saldamente legati alla Russia. La guerra in Ucraina ha però contribuito a rendere meno definiti i contorni degli assetti geopolitici della regione. Tutti i cinque Paesi hanno sposato il silenzio strategico nelle sedi istituzionali internazionali, da una parte evitando di aderire alle sanzioni proposte dall’Occidente, dall’altra astenendosi dall’esprimere supporto alla Russia nel conflitto contro Kyiv. 

Nonostante Putin si sia ripetutamente recato in Asia centrale nel corso dell’ultimo anno, manifestando la richiesta di un maggiore e più aperto supporto a Mosca, tale richiesta è stata accolta, però, con una certa freddezza dai leader della regione, che in realtà potrebbero beneficiare dalla prospettiva di sfruttare il vuoto lasciato dalla Russia come fornitori di energia ai paesi europei. Allo stesso tempo, le cinque repubbliche non intendono distanziarsi eccessivamente da Mosca, che resta comunque il più importante attore economico e politico nell’area.

La leadership della Russia nella regione, infatti, è tutt’altro che solida: il caso più evidente è quello dell’Uzbekistan, il paese più popoloso della regione. Quest’ultimo ha gradualmente preso le distanze da Mosca, rifiutandosi di rinnovare l’appartenenza all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Otsc) e all’Unione Economica Euroasiatica, il progetto di integrazione economica ispirato all’UE guidato dalla Russia, avvicinandosi invece alla Turchia, per ragioni culturali, e alla Cina, in virtù degli investimenti nel paese nell’ottica della Belt and Road Initiative (BRI). Inoltre, i fallimenti militari delle forze armate russe nel conflitto in Ucraina hanno parzialmente delegittimato il ruolo di Mosca (e dell’Otsc) come garante della sicurezza regionale ed il suo soft power. Ciò è evidente nel ruolo limitato giocato da Mosca nei recenti scontri di confine tra Tagikistan e Kirghizistan.

Cosa accadrà? 

Alla luce di quanto detto, risulta comunque improbabile che la situazione attuale si sbilanci totalmente a sfavore della Russia. In Asia centrale, la crescente incertezza mina di certo le prospettive dell’influenza russa nella regione nel lungo-termine, ma ciò non sembra comportare un allontanamento definitivo dal Cremlino. Diversamente, in Europa orientale la guerra ha causato un sostanziale allontanamento da Mosca. Nel Caucaso, invece, la crescente attenzione europea potrebbe rivaleggiare con la storica influenza russa nella regione. 

In generale, la Russia non può contare su un solido e coeso sistema di alleati – fatta eccezione per la Bielorussia -, e il prolungarsi del conflitto in Ucraina potrebbe ulteriormente erodere l’influenza del Cremlino sul suo “Estero vicino”.

*Meeting dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva a Mosca [crediti foto Kremlin.ru CC by 3.0]

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