AnalisiEconomia

Kkr, Tim e l’offerta che c’è ma non c’è

Lo scorso 21 novembre è trapelata la notizia dell’interesse del fondo americano KKR riguardo l’acquisizione di TIM. Se l’offerta dovesse andare a buon fine si tratterebbe di una delle acquisizioni più importanti nel settore delle telecomunicazioni, ma il futuro della trattativa è tutt’altro che in discesa. 

L’offerta (non ancora ufficiale) di KKR

Nonostante la notizia sia stata trattata come ufficiale, in realtà il fondo americano non ha ancora presentato una vera e propria Opa (offerta di pubblico acquisto). L’indiscrezione è trapelata a fine del mese scorso dalle pagine del Corriere della Sera, il quale riporta inoltre come una discussione iniziale sia già stata fatta tra KKR e il governo italiano. 

Il fondo KKR non è nuovo ad interessamenti nel settore delle telecomunicazioni, dato che da ormai oltre un anno è azionista al 37,5% di FiberCop, uno degli attori principali nella costruzioni delle fibre ottiche in Italia, di cui proprio TIM possiede il 60%. Attualmente Tim è valutata intorno ai 7,5 miliardi di euro, con un debito lordo di 29 miliardi, e, secondo le indiscrezioni, l’offerta iniziale sarebbe di 10 miliardi con un prezzo indicativo di 0,50 euro per azione, valore superiore rispetto al recente andamento del titolo (negli ultimi cinque anni la società ha perso il 50%). 

“Prezzo troppo basso” sembrerebbe essere stata la risposta di Vivendi, azionista di maggioranza proprio di TIM con il 23,5%, la quale nelle ore successive alla fuga di notizie ha smentito di essere stata contattata di KKR. 

Un’offerta alla Gordon Gekko?

All’indomani della notizia riportata dal Corriere, sono emerse le prime riserve riguardo l’offerta del fondo americano, tra cui i sindacati, preoccupati che l’interessamento di KKR possa rivelarsi un’offerta alla “Gordon Gekko”, personaggio interpretato da Michael Douglas nel film “Wall Street”, protagonista di speculazioni di borsa e insider trading. 

È interessante però osservare il modus operandi di KKR. Fondato nei tardi anni 70 col nome Kohlberg Kravis Roberts & Co. L.P. (KKR), l’obiettivo fu subito molto chiaro: creare un fondo di private equity che potesse ricevere denaro a prestito ed investirlo in compagnie sotto performanti. Il tempo ha dato ragione poi ai fondatori, dato che in data 31 marzo 2020 la compagnia aveva sotto il suo management circa 207 miliardi di dollari in asset.  Il metodo di gestione del fondo, come riportato anche dal Financial Times, potrebbe essere definito come una “terapia d’urto”: KKR è solito stilare un piano di 100 giorni in modo da affrontare le problematiche più urgenti, colmando i gap finanziari del “paziente” in questione. 

Il processo di ristrutturazione dell’azienda è guidato da una task force di KKR, e ogni compagnia è valutata su base mensile dal portfolio management, presieduto da Henry Kravis e George Roberts. Un esempio di gestione è dato dalla compagnia Toys “R” Us. L’azienda di giocattoli del New Jersey è stata acquisita da KKR (e altri due partner Bain e Vornado) nel 2005, e nei primi mesi di gestione sono stati chiusi 75 negozi con la perdita di 3000 posti di lavoro, dimostrando la capacità del fondo di agire in modo rapido e drastico se la situazione finanziaria della compagnia acquisita lo richiede. 

Come riportano inoltre Francesco Guerrera e James Politi  dalle colonne del Financial Times, KKR divide le aziende sotto la sua gestione in tre categorie: “performanti”, “sotto osservazione” e “necessità di immediate azioni”. È interessante far notare che se un’impresa si trova nella terza classe, le manovre correttive per riportare performance positive seguono, come accennato precedentemente, un piano di ristrutturazione guidato dalla task force scelta, a seconda del campo in cui l’impresa stessa opera.  

L’uso della Golden Power: ci sarà?

Al momento l’offerta del fondo americano è ancora in via ufficiosa, ma indicative sono le parole del Ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, il quale afferma che se l’Opa dovesse concretizzarsi, si attiverà la procedura del governo. Lo stesso premier Draghi si è detto vigile sulla situazione, definendo il settore delle telecomunicazioni di straordinaria importanza in termini anche di Pnrr. Si evince in sostanza come l’utilizzo della golden power sia molto probabile, ma di cosa si tratta?

Con questo termine ci si riferisce alla possibilità da parte del governo di opporsi, o porre delle condizioni ferme, in merito all’acquisto di partecipazioni statali. I settori sui quali generalmente essa può essere applicata sono strategici per l’attività nazionale, come la difesa, energia, trasporti, sicurezza e comunicazioni. Se l’Opa da parte di KKR dovesse concretizzarsi nelle settimane a venire, e il governo decidesse (come sembra) di attivare questo strumento, la trattativa passerebbe anche da Palazzo Chigi, con la possibilità che venga imposto lo stop ad essa. 

Un esempio recente nel settore delle telecomunicazioni risale al 2017, quando l’allora Premier Paolo Gentiloni decise di attivare la Golden Power per “fermare” Vivendi nell’acquisto proprio di TIM. Altro caso fu quello del 2019 con il Governo Conte II, il quale decise di condizionare (mettendo delle condizioni) e supervisionare le relazioni tra le principali compagnie del settore quali Vodafone, TIM, Fastweb, Wind Tre con le cinesi Huawei e Zte. 

Appeal italiano 

Nel dibattito pubblico, molti hanno accolto con favore l’interesse di KKR verso Tim, sottolineando come l’Italia stia tornando un Paese ben visto dagli investitori stranieri, con grandi prospettive di crescita per il settore aziendale. 

Un parere contrastante invece lo lancia Luigi Zingales, professore alla Chicago Booth School of Business, dalle pagine del Financial TimesIl punto cruciale sollevato da Zingales è che non bisogna prestare così tanta attenzione sull’interessamento di compagnie straniere verso aziende italiane, ma la difficoltà di quest’ultime di competere sui mercati globali. Una prima spiegazione di tale problematica, secondo il Professore, riguarda l’ossessione del controllo da parte degli imprenditori italiani, i quali per cercare di mantenere la maggioranza dell’azienda creano fragili strutture, ricoprendosi di debiti senza espandersi oltre confine. L’esempio riportato riguarda Fiat (oggi Stellantis) che negli anni 90 fu protetta dalla competizione giapponese. 

Le difficoltà citate da Zingales riguardano inoltre il rapporto a volte “parassitario” tra lo Stato e i grandi settori industriali, fenomeno che ha avuto il picco durante i governi Berlusconi, nel quale proprio il settore delle telecomunicazioni “fu subordinato al privato interesse del premier”. Vi sono altre criticità esaminate dall’economista di origine italiana, partendo dalla mancanza di una forte presenza nelle supply chain mondiali, fino al “fallimento” di creare poli universitari attrattivi, tutto corollato con la credenza del “più è piccolo, meglio è”; ostacoli che impediscono ai settori industriali italiani di entrare nel 21° secolo. 

Collegandosi con l’offerta di KKR su TIM, Zingales scrive che essere tornati agli occhi degli investitori stranieri come una meta di possibili investimenti senz’altro potrà contribuire alla ripresa italiana, ma senza dimenticare le grosse falle che durante gli ultimi anni hanno danneggiato il sistema paese. L’obiettivo principale, secondo il professore di Chicago, è quello di rendersi protagonisti nella creazione di importanti attori nella scena economica mondiale, sfruttando soprattutto i fondi del Next Generation EU; i quali però, avverte l’economista, possono dare linfa ai fenomeni negativi citati in precedenza, peggiorando così l’odierna situazione. 

Crediti foto: Jacub K, via Unsplash.
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