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Il grande disgelo: così fiorisce la geopolitica dell’Islanda

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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Con un territorio di 103 mila chilometri quadrati e una popolazione di 366 mila abitanti, l’Islanda rappresenta sempre di più uno snodo che fa gola alle maggiori potenze del globo. Nella consapevolezza di avere una posizione geografica particolarmente strategica che la colloca tra Europa e Stati Uniti, l’Islanda si muove nello scacchiere internazionale con astuzia, sviluppando una strategia di politica estera che la rende un partner di primaria importanza nelle dinamiche del Grande Nord.

E’ membro del Consiglio Artico, sebbene tecnicamente non si trovi abbastanza a Nord per essere considerato uno stato polare, e proprio negli ultimi anni ha riscoperto la propria identità artica: antropologicamente la popolazione islandese è infatti molto più vicina agli europei che a tutti gli altri, ma geopoliticamente l’Islanda si è resa conto che arrogarsi il titolo di “potenza artica” le consente di assumere un ruolo spicco nelle contese del Nord del mondo, territorio sempre più nel mirino espansionistico delle Grandi Potenze (anche alla luce dell’attuale guerra in Ucraina).

 

L’amicizia con Washington

Dopo essere stata sotto il dominio norvegese e poi danese, nel 1944 l’Islanda ottenne la formale indipendenza divenendo una repubblica con capitale nella città di Reykjavík, area urbana dove attualmente risiede oltre il 30% del totale della sua popolazione. Nonostante sia uno storico membro dell’Alleanza Atlantica, è uno dei pochissimi paesi al mondo che non possiede un esercito; la sua difesa è stata infatti delegata agli Stati Uniti fin dal 1941 quando Washington assunse il controllo dell’isola per consentire ai britannici di spostarvi le truppe. Da un punto di vista difensivo e strategico l’Islanda è  rimasta nella sfera di influenza statunitense: tra il 1948 e il 1960 ha ricevuto dagli americani circa il doppio degli aiuti pro capite rispetto agli altri beneficiari del Piano Marshall, ha goduto del sostegno diplomatico di Washington per ottenere prestiti a condizioni vantaggiose dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale e ha stipulato una serie di accordi commerciali particolarmente fruttuosi.

Durante la Guerra Fredda, l’Islanda divenne uno dei principali presidi statunitensi per il controllo delle attività dei sottomarini sovietici: l’isola si trova infatti nel varco Groenlandia-Islanda-Regno Unito, territori situati nelle acque dei principali conflitti del secolo scorso e soprattutto nell’area marina che più ha destato l’interesse di Mosca.

Nonostante nel 2006 gli statunitensi abbiano lasciato Keflavik, loro ultimo e principale avamposto sull’isola, nel 2014, dopo l’invasione della Crimea da parte della Russia, l’Islanda è tornata ad essere un Paese al quale Washington ha rivolto le sue attenzioni: in virtù anche della sempre più accesa corsa all’Artico, il Pentagono ha repentinamente investito alcune decine di milioni di dollari per lo stanziamento di aerei da ricognizione marittima con l’obiettivo di sorvegliare tutta l’area artica e anticipare eventuali mosse militari russe.

L’Islanda è quindi un partner decisivo per gli Stati Uniti e l’elemento più rilevante sta proprio nel fatto che ne è consapevole: insieme ad Alaska e Groenlandia, consente agli americani di mantenere una proiezione sul continente europeo e sulla regione artica e di conseguenza di difendere questi territori dalla sfera di influenza di Mosca e Pechino.

 

Verso altri orizzonti

L’abbandono delle truppe americane del suolo islandese avvenuto nel 2006, sebbene non abbia compromesso in maniera irreversibile i rapporti con gli Stati Uniti, ha portato l’Islanda a guardare anche altrove e in particolare verso Oriente. Ponendosi come principale interlocutore per lo sviluppo di nuove rotte commerciali e alla luce del recente e repentino scioglimento dei ghiacci artici, Reykjavík si è manifestata fin da subito interessata a creare rapporti con Pechino: l’Islanda è stato infatti il primo paese in Europa a sottoscrivere il patto di libero scambio con la Cina e il primo a riconoscere alla Repubblica Popolare lo status di economia di mercato. Non è un caso che la più grande ambasciata nella capitale sia proprio quella cinese, tanto ampia poter ospitare oltre 500 diplomatici. Inoltre, i ricchi e potenti uomini d’affari cinesi guardano con forte interesse anche ai giacimenti di metalli e di idrocarburi presenti sull’isola e nella regione.

Nonostante ciò, i rapporti sino-islandesi non sembrano riuscire a decollare: parte della colpa è certamente da imputare agli storici rapporti con gli statunitensi, ma nelle mire espansionistiche della Cina pare esserci un’altra isola artica, la Groenlandia.

 

Quanto è europea l’Islanda?

Come già espresso in precedenza, gli islandesi si sentono molto vicini al popolo europeo, molto più che a quello delle popolazioni indigene dell’Artico.

Nonostante ciò l’Islanda ha più volte ribadito di non avere alcun interesse ad aderire formalmente all’Unione Europea, sebbene faccia parte dell’Area Shengen di libero scambio. Nel settembre 2021, insieme alla Norvegia (suo stretto partner sia politico che economico), l’isola ha aderito al progetto Horizon Europe che le consente di partecipare al programma europeo di ricerca e innovazione da oltre 90 miliardi di euro, attribuendole gli oneri e gli onori degli stati membri dell’UE. La collaborazione più concreta con gli stati dell’Unione è certamente quella del porto di Finnafjord: imponente e avanzatissimo, questo progetto prevede la creazione di un impianto portuale da oltre 6 km di banchina che oltre ad accogliere i mercantili porta-cointainer, disporrà anche di depositi per lo stoccaggio di petrolio e gas provenienti da Canada e Groenlandia. L’infrastruttura è finanziata dalle autorità portuali di Brema, in Germania, oltre che da capitali cinesi, di Singapore e da fondi pensione americani. Questo porto diventerà il terminal principale della Via Transpolare in grado di collegare l’Europa alla Cina nel minor tempo possibile via mare: pare proprio che il filo che collega l’Islanda all’Unione Europea corra lungo le infrastrutture per i trasporti e il commercio internazionale.

Anche il turismo europeo è cresciuto a dismisura negli ultimi anni: il picco venne raggiunto nel 2016, quando 1,8 milioni di persone soggiornarono nel Paese portando ad un aumento del 40% rispetto all’anno precedente.

Sfruttando le sue peculiarità geografiche e paesaggistiche, l’Islanda ha saputo giocare al meglio le proprie carte anche nella creazione del suo brand: questo nuovo turismo, denominato dagli studiosi come “last-chance tourism” si sviluppa proprio sull’idea che il cambiamento climatico nel giro di pochi anni danneggerà la natura incontaminata dell’Islanda.

In ultimo, l’Italia non vuole rimanere esclusa dai giochi e, proprio la scorsa settimana, è stato annunciato lo schieramento per i prossimi mesi dell’aeronautica militare nel cielo islandese: con l’operazione Northern Lightning III l’obiettivo è quello di mantenere integro e protetto lo spazio aereo NATO, anche in virtù dell’assenza di corpi militari in Islanda.

 

Quando la geografia diventa la risorsa principale

L’Islanda ha saputo rendere, nel corso della sua storia, la sua posizione geografica il suo punto di forza principale: l’identità artica, la ricchezza di risorse del sottosuolo, la vicinanza con gli Stati Uniti e l’apertura a differenti potenziali partner commerciali, rendono quest’isola una vera e propria perla rara in grado di attrarre le maggiori potenze. Soprattutto alla luce dei recenti sconvolgimenti geopolitici e della rinnovata attenzione nei confronti della regione artica, “la terra del fuoco e dei ghiacci” è destinata ad assumere sempre maggior rilievo negli equilibri di potenza del sistema globale.

 

Giulia Olini
Da sempre appassionata di tutto ciò che riguarda il mondo, mi sono laureata in Relazioni Internazionali e attualmente frequento il corso magistrale di Scienze di governo e Geopolitica a Milano. Nel tempo libero mi piace stare nella natura, viaggiare e cercare di crearmi sempre nuove prospettive su ciò che mi circonda.

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