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L’informazione Russa ai tempi della guerra

Tempo di lettura stimato: 10 min.

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La scelta degli argomenti e delle domande dell’intervista riflette il nostro interesse di ricerca. Le opinioni espresse e le conclusioni non riflettono in alcun modo la posizione di Orizzonti Politici sugli argomenti trattati.

Secondo il the Economist, la libertà di stampa nel mondo è sotto attacco. Anche nelle democrazie liberali, l’indipendenza dei mezzi d’informazione sta soffrendo colpi pesanti. In questo quadro è difficile non pensare a cosa succede in quei paesi dove la propaganda (o quantomeno la censura) regna sovrana. Un po’ come un inquietante monito di ciò che potrebbe succedere. Mentre il conflitto in Ucraina non accenna a fermarsi, Mosca procede ad una censura sistematica, limitando i media d’informazione alla sola propaganda politica.

Per avere una prospettiva più completa sulla condizione dell’informazione in Russia abbiamo chiesto ad Alejandro Dunaev Garcìa, giornalista, ex corrispondente e political analyst per RIA Novosti dall’Italia di fornirci la sua opinione.

Oripo: Chi sono (o erano) i principali protagonisti dei mezzi di comunicazione in Russia, chi li possiede e chi li finanzia?

A: è importante fare questa distinzione tra passato e presente; la situazione a riguardo dopo il 24 febbraio è cambiata drasticamente. Se vogliamo parlare del periodo anteriore, nello spazio d’informazione russo la forza che dominava era lo Stato, la maggior parte delle risorse apparteneva ad esso. Detto ciò, bisogna tenere presente che la situazione era molto diversa da come è ora. Lo Stato controllava molto di più la televisione – e in quel caso per ottenere informazioni “indipendenti” dallo Stato russo bisognava rivolgersi a YouTube – rispetto ad altri canali d’informazione. Ammetto che dal 2010 ho smesso per tale motivo di guardare la tv russa, soprattutto per quanto riguarda programmi di politica. Per quanto riguarda invece la stampa, soprattutto online, l’offerta era più varia e libera: c’erano giornali che erano piuttosto indipendenti (sebbene sempre entro certi limiti).

Vi sono poi casi di alcuni media del tutto indipendenti ai quali però lo Stato, da qualche anno, ha deciso di applicare la legislazione che tratta i cosiddetti “agenti stranieri”. In buona sostanza sono stati forzati a chiarire sui loro siti di essere tali in quanto parzialmente o totalmente pagati da uno stato straniero (bastava anche solo che l’1% del finanziamento del media fosse di origine straniera perché fosse catalogato come agente straniero).

Resta un esempio interessante, quello della storica radio l’eco di Mosca, fondata negli anni ’90. Essa ha subito un cambio di presidente che l’ha portata ad essere finanziata da Gazprom-media (Gazprom è un’azienda controllata dal governo), ma restò uno dei principali canali dell’opposizione: lo Stato permetteva l’esistenza di questo canale in quanto fungeva da “valvola di sfogo”, per dare voce anche agli oppositori che non andavano molto d’accordo con la politica governativa. Ricapitolando quindi: se parliamo degli ultimi anni, sicuramente lo Stato è il protagonista principale del mondo dei media.

Oripo: Riguardo la cultura dell’informazione in Russia, esistono dei fattori che hanno magari impedito o limitato la diffusione di una cultura dell’informazione, o una maggiore attenzione all’indipendenza (in senso occidentale) delle proprie fonti?

A: Ritengo necessario iniziare questa risposta focalizzandoci sul concetto di indipendenza secondo l’occidente: questa è in qualche modo anche una forma di autocompiacimento degli occidentali, che ritengono che la loro informazione e il modo in cui circola sia insindacabilmente libera, mentre in realtà basterebbe pensare a come veniva trattata la pandemia, quando tutti i media principali si sono allineati con il governo. Non dico ciò per criticare la politica nell’ambito sanitario. Tuttavia, coloro che esprimevano dubbi sulla pandemia e la vaccinazione, venivano trattati in un modo poco rispettoso. E questo è solo un piccolo esempio di come questa idea dell’indipendenza dei mass media sia un costrutto, non sempre confermata dai fatti.

Lo stesso posso dirlo riguardo certi articoli usciti nel periodo immediatamente prima dell’invasione russa: leggevo su importanti testate giornalistiche linee identiche di presentare le informazioni, quasi in maniera intenzionale, con evidenti errori fattuali (ad esempio degli errori sui dati riguardanti l’ex Presidente ucraino Yanukovich). Per tale motivo credo sia necessario essere molto cauti quando si parla di come circola l’informazione in occidente in questo frangente. C’è un testo molto interessante che è “La fabbrica del consenso” di Chomsky che mostra benissimo come i mass media occidentali non siano del tutto indipendenti. Comunque, c’è sicuramente una grande differenza tra la Russia e i media occidentali: in quest’ultimi c’è una concorrenza delle fonti, appartenendo queste a diversi proprietari; dunque, ognuno può dare una spiegazione diversa a quanto accade. In Russia invece, la presenza dello Stato è troppo pesante.

Tornando indietro agli anni ’90, il mio paese non era così differente rispetto all’occidente di oggi: vi erano infatti dei media che presentavano informazioni e proponevano punti di vista molto differenti; questo perché appartenevano a diversi oligarchi, e ciò creava una concorrenza tra di loro e di conseguenza una circolazione di informazioni molto più ampia e libera rispetto ad oggi. Per quanto riguarda i fattori, l’informazione russa ha cominciato a cambiare verso la fine degli anni ’90. Verso il ’97, ’98 cominciai a notare i primi cambiamenti: all’epoca vi erano dei canali appartenenti allo Stato e se fino a poco prima della fine degli anni ’90 potevano emergere delle critiche, a partire dal ‘97/’98, i canali statali cominciarono ad appoggiare di più la linea governativa.

La vera svolta però arrivò nel 2001 (già al tempo del primo mandato del Presidente Putin, eletto nel 1999), quando NTV, un canale che al tempo apparteneva all’oligarca Vladimir Gusinskij, cambiò proprietario. NTV era un fonte d’informazione che proponeva un genere un po’ noir, ma che per quanto riguardava la politica era molto critico e professionale; nel 2001 però Gusinskij è stato costretto a vendere questo canale, che è passato sotto la direzione economica di Gazprom-media, cambiando completamente linea; già verso il 2004-5 non si trattava più di una fonte d’informazione indipendente ma rappresentava ormai uno dei pilastri della propaganda dello Stato.

Quindi, tornando alla domanda iniziale, il fattore principale che ha portato ad una limitazione di una cultura dell’informazione indipendente è stata una progressiva scomparsa della concorrenza tra i protagonisti del mercato mediatico, soprattutto a partire dai primi anni 2000. Non è stato un processo immediato, come ora dopo l’invasione dell’Ucraina, ma graduale (come si dice spesso in Russia, se butti una rana nell’acqua calda, questa salterà via perché si accorge del calore, ma se gettata nell’acqua tiepida, non se ne accorgerà e la potrai cucinare piano piano).

Oripo: Negli ultimi tempi, la stretta dello stato sui media si è fatta via via più forte. Quest’invasione sembra un po’ il colpo di grazia: secondo lei i Russi dovranno dire addio all’informazione indipendente, o si tratta di un effetto limitato al perdurare di questa crisi?

A: Nei primi dieci giorni dall’invasione, quasi tutte le forme di informazioni alternative sono state chiuse, così come Facebook, Instagram, ecc., la radio “l’eco di Mosca”, e il canale televisivo Dozd’ (Pioggia) seguito principalmente dall’intellighentsia liberale. Quindi effettivamente è stato fatto di tutto per restringere ancora di più il campo.

Va anche detto che le persone che lavoravano a queste fonti si sono trasferite all’estero, continuando a fare il proprio lavoro: ad esempio dei giornalisti russi indipendenti hanno intervistato il presidente ucraino, portando molta polemica in quanto l’autorità russa ha cercato di limitare la diffusione di quest’intervista sul web.

Poi alcuni, come il capo redattore della radio “l’eco di Mosca” hanno creato nuovi canali su Youtube, con un pubblico molto minore. Quindi quando mi chiede se i russi dovranno dire addio all’informazione indipendente, la mia risposta è: finché esiste questo regime penso di sì. Questa è la mia opinione, posso sbagliarmi. Ciò che è successo nelle ultime settimane obbliga ad essere molto cauti nel formulare qualsiasi tipo di ipotesi: io per primo ho continuato fino all’ultimo a pensare che la Russia non avrebbe invaso l’Ucraina, e non sono il solo.

Oripo: Che percezione ha il popolo russo della propria informazione? È soddisfatto della situazione attuale?

A: Penso che questa sia una caratteristica umana: è più facile vivere quando hai un’unica strada da seguire, un unico punto di vista e quando segui un discorso che semplifica tutto. Posizionandoci per esempio nel contesto italiano è successo con i partiti sovranisti: presentano discorsi molto semplicistici, un unico punto di vista, trovano soluzioni facili a problemi difficili, e trovano soprattutto il colpevole, portando chi li segue a non avere dubbi e stare bene così, con la sfera politica e mediatica in ordine. Per quanto riguarda la Russia si può dire lo stesso, l’essere umano è più o meno uguale, che si trovi a Mosca o a Roma. C’è sempre una minoranza che vuole cercare punti di vista alternativi, in Russia ovviamente ci sono e non sono pochi, però anche per coloro che cercano informazioni alternative e che cercano critiche al regime, si attiva una logica per cui le informazioni reperite finiscono per provenire dalla stessa area ideologica, rafforzando le proprie idee. Il quadro deve essere coerente, ascoltare voci alternative non è semplice. In Russia anche il “pubblico liberale” è a volte molto intransigente, soffre di una visione del mondo molto semplicista, dove la popolazione vede il bianco loro vedono il nero…

Oripo: … una lotta quasi ideologica.

A: Sì, in generale credo sia una prerogativa dell’essere umano vedere tutto bianco o nero perché è più facile vivere con un nemico a cui dare la colpa. Ma paradossalmente, è anche più facile cambiare idea.

Ho sentito molte storie di persone che hanno improvvisamente adottato la narrativa del governo. Una persona molto “occidentalizzata” può finire per cambiare la propria prospettiva, anche rapidamente. In primis per la grande efficacia della propaganda quando l’accesso alle informazioni è contingentato, e secondo, perché anche una persona liberale e con un’educazione universitaria, può finire nell’ottica del “bianco o nero”.

Ad esempio, un mio conoscente, una persona acculturata, che legge e si informa ed è sempre stata critica nei confronti del regime, recentemente ha cominciato a esprimere sui social punti di vista che riprendono i discorsi ufficiali sul fatto che l’invasione è considerata come modo per la Russia di difendersi dalla Nato. Però poi quando si tratta di commentare e argomentare, non ho visto un nesso logico tra la stabilità strategica e i bombardamenti di ospedali o l’uccisione dei civili.

Tornando quindi alla domanda iniziale, ci sono dei russi che cercano informazioni alternative, ma in rapporto al totale della popolazione, non sono tanti (ma lo stesso si può applicare ad altri paesi, Italia inclusa).

Oripo: L’informazione occidentale, o quella non legata allo Stato, quanto riesce a raggiungere i cittadini russi? La censura del governo è sufficientemente rigida per garantire la tenuta stagna del Paese?

A: Prima di tutto, l’informazione occidentale arriva in Russia principalmente in inglese. La maggior parte dei cittadini russi non parla alcuna lingua oltre il russo. L’inglese viene parlato molto poco. Bisogna tenere presente che i Russi, nella loro area geografica, si sentono un po’ come gli americani e gli inglesi nel resto del mondo. In Unione Sovietica il russo era la principale lingua per comunicare tra diversi popoli, e a scuola si studiava il russo come lingua franca in tutta l’area di dominazione sovietica. Ormai non è più così, ma comunque i russi sono rimasti abituati al fatto che la loro lingua sia un mezzo di comunicazione naturale con altri popoli, o almeno con quelli che vivono nei paesi confinanti. Quando andai a Kiev anni fa, la lingua che sentivo per strada era il russo, non l’ucraino.

Se gli occidentali, quindi, vogliono arrivare al cittadino russo con le loro informazioni, devono prima aggirare questo ostacolo linguistico. Ai tempi dell’Unione Sovietica vi erano canali della BBC e di Voice of America che avevano delle redazioni apposite che diffondevano informazioni in russo, anche se lo Stato cercava di censurarle. Oggi ci sono grandi testate che forniscono nei loro siti web le versioni in russo delle loro informazioni, però ovviamente sono informazioni limitate. Quindi, prima di tutto è necessario per l’occidente preparare informazioni in russo per i cittadini russi, informazioni che loro possano capire. Secondo, l’occidente, nella furia di fornire sanzioni contro la Russia, le ha imposte in un modo un po’ impreciso. Esempio semplice: tutti gli youtuber russi, dopo l’invasione, hanno perso la possibilità di monetizzare la propria attività, e forse dovranno anche smettere di lavorare in questo campo. È stato secondo me un errore dell’occidente perché con questa decisione la tenuta stagna del paese diventa ancora più forte.

Se l’occidente volesse far arrivare voci alternative a quelle del governo russo dovrebbe pensare due volte prima di intraprendere decisioni come le sanzioni sul web. Nelle prime settimane dell’invasione, i giovani (maggiori utilizzatori di youtube, ad esempio) erano i più contrari rispetto alle generazioni più anziane. L’occidente dovrebbe pensare di più prima di imporre una “cancel culture”, perché riflette ancora quella mentalità del bianco e del nero di cui abbiamo parlato prima. Se la Russia attacca l’Ucraina, è comprensibile che il mondo reagisca in modo rapido e determinato, ma è giusto anche valutare ciò che contribuisce allo scopo dichiarato di frenare l’aggressione e ciò che invece lo ostacolerebbe.

Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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