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Gli effetti della crisi in Afghanistan sui migranti

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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Sul piano internazionale, il ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan è stato simile ad un terremoto: rapido, improvviso, e gravido di conseguenze. Tra queste, a preoccupare Stati nazionali ed europei è anche il rischio di nuove ondate di migranti e rifugiati, che rievocano gli spettri della crisi del 2015.

Per prima cosa, allora, è necessario delineare una distinzione fondamentale del diritto internazionale, ovvero la differenza tra le definizioni di migrante e rifugiato. Se nella prima ricadono, generalmente, “tutti coloro che migrano da un Paese all’altro” (includendo, così, anche migranti di tipo economico), il secondo termine si riferisce ad una precisa definizione contenuta nella Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati, cioè persone che vedono minacciata la loro incolumità nel paese d’origine e non possono quindi farvi ritorno. Lo status di rifugiato comporta, per colui che l’ottiene, il diritto di richiedere asilo e protezione internazionale –che, al contrario, non è previsto per il migrante in cerca di migliori condizioni di vita.

Da rifugiati erano composti in larga parte i flussi migratori che investirono l’Unione Europea nel periodo 2014-2016, generati dall’onda lunga delle Primavere Arabe in Medio Oriente –e dall’instabilità politica che ne derivò. Secondo i dati Frontex, i Paesi d’origine della maggior parte degli arrivi irregolari furono la Siria e lo stesso Afghanistan: per farsi un’idea delle dimensioni, nel 2015 l’agenzia europea di frontiera ha registrato 489.011 profughi siriani e 212.286 afgani provenienti, via mare, dalla Rotta del Mediterraneo Orientale (che dalla Turchia arriva in Grecia), a cui si aggiungono i 90.064 siriani e i 53.237 afgani passati, invece, per la Rotta Balcanica. Oggi, rispetto al 2015, la situazione si è stabilizzata, ma la re-imposizione della sharia in Afghanistan apre le porte ad una ripresa delle partenze dei migranti.

La geografia dei migranti dall’Afghanistan

Gli Stati UE non sono, però, gli unici ad essere interessati dall’esodo di profughi afgani. Un policy brief dello European Council on Foreign Relations (2016) individua più nel dettaglio le rotte migratorie che, partendo dall’Afghanistan, interessano Asia Centrale e Medio Oriente, fino a spingersi alle porte d’Europa. La premessa necessaria è che esistono pochi dati certi sulla reale entità dei flussi migratori, perché le frontiere con i Paesi confinanti sono porose e poco monitorate, e a partire sono sia rifugiati che migranti economici. È certo, però, che ad accogliere il maggior numero di richiedenti asilo sono i vicini Pakistan ed Iran: secondo stime dell’ UNHCR, nel 2015 erano presenti 1,5 milioni di rifugiati afgani in Pakistan, e circa 900 mila in Iran.

Principali rotte migratorie dall’Afghanistan. Le righe indicano Paesi sia di arrivo che di transito; in giallo (con righe verdi) sono indicati i Paesi in prevalenza di transito; in verde (con righe gialle) i Paesi in prevalenza di arrivo. Le frecce rosse indicano spostamenti via terra, quelle blu spostamenti via mare e quelle nere espulsioni forzate. I Paesi colorati in verde sono le destinazioni finali dei flussi migratori. (Fonte: rielaborazione di Orizzonti Politici su dati IOM, ECFR e Frontex)

Negli ultimi anni, i due Paesi hanno intensificato gli sforzi per porre freno all’arrivo di migranti dall’Afghanistan: ciò si traduce in nuovi flussi che dal Pakistan si spostano verso l’India e, in minima parte, verso la Cina. Per coloro che fuggono verso l’Iran, invece, le barriere politiche, culturali -gli afgani sono in larga parte sunniti, mentre l’Iran è sciita- e la difficoltà ad accedere al mercato del lavoro rappresentano fattori di spinta che portano i migranti a proseguire nella tratta che, passando per la Turchia, arriva negli Stati membri UE via mare (Cipro e Grecia) o via terra (Grecia e Bulgaria). Spesso, poi, dai Paesi di primo ingresso vengono espulsi i migranti non idonei a richiedere lo status di rifugiato, che riversandosi verso Albania, Macedonia e Serbia, tentano di raggiungere l’Unione Europea attraverso la Rotta Balcanica fino alle frontiere di Croazia e Ungheria.

Vi è inoltre un’altra rotta consolidata, anche se generalmente meno percorsa, che partendo dall’Afghanistan passa per gli Stati dell’Asia Centrale fino alla Russia. Sebbene i cosiddetti “Paesi –stan” abbiano politiche per l’immigrazione irregolare molto restrittive, i controlli alle frontiere sono deboli. Questo apre la strada ai flussi migratori verso Nord che passando per Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan si spingono verso il Kazakistan – diventato polo attrattivo regionale anche per le migrazioni regolari di lavoratori- e proseguono verso la Russia, spingendosi a volte fino ai confini dell’Europa Orientale, in Ucraina e Bielorussia.

Bisogna considerare, infine, quali siano le destinazioni finali dei flussi migratori dall’Afghanistan verso l’Europa. Secondo uno studio dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM, 2014), le principali mete sono Germania, Regno Unito e Paesi Bassi (soprattutto per migranti economici), mentre dati del 2020 vedono una presenza consistente –di rifugiati- anche in Austria, Francia, Grecia, e Svezia. Ciò è legato alla presenza di grandi comunità afgane radicate nel territorio, e di reti migratorie consolidate: non è un caso, quindi, che la Germania sia il terzo paese al mondo ad ospitare più rifugiati afgani (più di 181 mila), dopo Pakistan (quasi 1,5 milioni) ed Iran (780 mila).

La nuova geopolitica dei migranti

Con la presa di Kabul ed il definitivo abbandono delle truppe statunitensi il 31 agosto, si assisterà con ogni probabilità ad una nuova ondata di emigrazioni. Ciò non significa, però, che l’emergenza migratoria coinvolgerà in tempi brevi anche l’Europa. L’esodo di rifugiati e migranti dall’Afghanistan è un fenomeno principalmente regionale, e molto dipenderà dalle politiche attuate dai Paesi confinanti e di transito. E, stando alle dichiarazioni ufficiali e alle mosse intraprese finora, sembra che tutti vogliano contenere le spinte dei richiedenti asilo fuori dai loro confini.

In Pakistan, il primo ministro Imran Khan ha annunciato da giugno che in caso di presa di potere dei Talebani Islamabad avrebbe sigillato le frontiere per impedire l’afflusso di profughi verso il Paese. Tuttavia, alcuni report parlano di alcune migliaia di profughi che hanno già superato la frontiera, passando per varchi rimasti incustoditi.

L’Iran, al contrario, ha allestito tende e alloggi d’emergenza in tre province al confine afgano per la prima accoglienza dei rifugiati, ma ha sollecitato i rimpatri non appena sarà possibile svolgerli in sicurezza. La Turchia ha manifestato l’intenzione di non voler accogliere migranti dall’Afghanistan, avviando i lavori per la costruzione di un muro al confine orientale con l’Iran su iniziativa del presidente Erdoğan -che ha aggiunto, inoltre, di non voler diventare “il magazzino dei rifugiati” d’Europa. Di risposta, la Grecia ha ultimato la costruzione di un muro al confine con la Turchia, nella paura di trovarsi di fronte ad una nuova crisi. Non è l’unico Stato europeo ad averlo fatto: anche la Polonia ha innalzato un muro al confine con la Bielorussia, spaventato dalla ripresa dei flussi migratori e dai possibili ricatti del regime di Lukashenko.

Rifugiati afgani in Iran. [Crediti foto: Afghan refugees in Iran, EU Civil Protection and Humanitarian Aid via flickr, CC BY-NC-ND 2.0]
Anche in Asia Centrale la situazione non è molto diversa. Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan hanno mobilitato truppe per presidiare i confini con l’Afghanistan; il Kazakistan ha congelato i piani per accogliere rifugiati e la Russia -che continua ad esercitare influenza sulle ex repubbliche sovietiche- ha rilanciato l’avvertimento a non cooperare con gli occidentali nell’evacuazione di profughi, con il doppio intento di ridurre l’influenza degli Stati Uniti nell’area ed assicurarsi dal rischio di attentati terroristici ed immigrazione incontrollata verso la Federazione.

Finora, ad aver intrapreso le mosse più audaci per fronteggiare la crisi umanitaria sono stati alcuni Stati occidentali. Regno Unito e Canada hanno annunciato, entrambi, piani per accogliere circa 20.000 migranti afgani, dando la priorità ai soggetti più a rischio sotto il regime dei Talebani. Gli Stati Uniti hanno evacuato complessivamente quasi 117 mila civili, ma hanno rifiutato di prorogare la data per il ritiro delle truppe oltre il 31 agosto lasciando a terra, secondo alcune stime, oltre 250 mila afgani.

L’Unione Europea fatica a parlare all’unisono, ma l’obiettivo comune rimane evitare una nuova crisi migratoria. Alcuni paesi, come la Germania, hanno concesso di ospitare alcuni migranti, ma senza dare numeri precisi e ribadendo che la priorità dev’essere agire nei territori più colpiti; altri, come l’Austria, hanno preso una posizione netta, escludendo di accogliere ulteriori rifugiati e facendo pressioni per la creazione di “centri di deportazione” nei Paesi vicini; altri ancora, come l’Italia, hanno rilanciato gli sforzi in seno al G20 per una maggiore cooperazione, coinvolgendo anche i principali attori della regione.

Guardando il quadro nel suo complesso, è probabile che nel breve termine non ci sarà, alle porte dell’Europa, una situazione simile a quella del 2015. Lo stesso Emirato Islamico dell’Afghanistan ha moltiplicato gli sforzi per controllare i propri confini ed impedire le partenze di migranti, lanciando appelli alla popolazione afgana per dissuaderla dall’attraversare la frontiera, ed i tradizionali Paesi di transito hanno innalzato muri, o hanno reso chiara l’intenzione di non far affluire i richiedenti asilo. Non essere di fronte ad una crisi, però, non significa essere legittimati a guardare da un’altra parte.

 

*[crediti foto: Afghan Refugees in Pakistani Border Town, United Nations via flickr, CC BY-NC-ND 2.0]

Questo articolo fa parte di un dossier di approfondimenti sull’Afghanistan. Per visualizzare tutte le analisi di OriPo sul tema, clicca qui.

Andrea Montanari
Classe ‘00. Nato nella città di Leopardi, cresciuto in quella di Fabri Fibra, finito a scrivere di politica internazionale su OriPo per ironia della sorte. Attualmente studio relazioni internazionali in triennale alla Cattolica di Milano, nel futuro chissà. Da grande -perché a vent’anni si può ancora dire- sogno le istituzioni internazionali, per lasciare il mondo, almeno nel mio piccolo, migliore di come l’ho trovato. Inguaribile idealista, se non si fosse capito.

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