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The Game, la via della salvezza (non) passa dai Balcani

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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“Si chiama The Game perché se riesci hai vinto, se perdi ci provi un’altra volta”. Immaginate per un attimo di essere davanti ad una simulazione di realtà dove vi viene chiesto di attraversare un territorio per superare la prova finale. Il territorio è impervio, pieno di trappole ed insidie; la vostra abilità si misura nella capacità di fronteggiare queste prove una ad una, completando il percorso per arrivare a destinazione. Se fallite, venite feriti o, nel peggiore dei casi, uccisi. Ma non c’è nessun problema, potete tentare un’altra volta, la simulazione vi permette di riprovare finché non riuscite a finire la missione.

Lo schema appena descritto è il framework tipico di un qualsiasi videogioco di guerra o di avventura. Ma quando parliamo di Rotta Balcanica, la simulazione lascia spazio alla cruda realtà. The Game è il nome dato alla rotta migratoria nei Balcani che ogni giorno migliaia di migranti tentano di percorrere per entrare nei territori dell’Unione Europea. Chiamata così in virtù del fatto che, come in una simulazione di gioco, un migrante ci prova decine di volte, correndo rischi elevatissimi, fino a quando non riesce ad entrare. Il problema è che non si può resettare: se perdi e muori, non ci sarà una vita bonus da spendere per il tentativo successivo.

L’accordo fra Turchia ed Unione Europea

L’8 marzo 2016 è stato ufficializzato l’accordo tra Unione Europea e Turchia sul controllo dell’immigrazione clandestina. Alla Turchia sono stati promessi più di 3 miliardi di euro per le spese relative al mantenimento dei rifugiati Siriani nel proprio territorio. L’accordo prevede uno schema di scambio 1:1 secondo il quale per ogni Siriano rimandato in Turchia, un altro deve essere ricollocato in uno stato membro Ue. Doveva trattarsi di una misura temporanea e straordinaria volta a contenere il flusso inarrestabile di migranti provenienti dal Medio Oriente, il cui peso rischiava di essere scaricato completamente sulla Grecia. Solo nel 2015, più di  100mila migranti sono arrivati in Grecia, sbarcati nelle isole di Lesbo, Chios, Samos, Leros, Rodi e Kos. L’accordo ha chiuso de jure la Balkan Route.

Ma la Rotta Balcanica non è mai stata chiusa veramente. Come ha affermato Andrea Oskari Rossini, giornalista e documentarista dell’Osservatorio Balcani e Caucaso: “I muri non fanno cessare le migrazioni, le spostano e le lasciano nelle mani della criminalità organizzata”. Il filo spinato non ferma i tentativi di migrazione, ma spinge i migranti ad affidarsi a qualcun altro. Travolti dalla disperazione, l’unica via per un futuro migliore diventano i contrabbandieri e i trafficanti. Così, ad esempio, per oltrepassare il confine turco ed arrivare all’isola di Lesbo, I trafficanti imbarcano i migranti su gommoni di fortuna. The Game inizia qui, e il percorso da affrontare sarà tempestato di pericoli.

 

La prima tappa è la Grecia, poi la Rotta Balcanica continua con Bulgaria, Macedonia, Serbia, Ungheria, Bosnia Erzegovina, Croazia, Slovenia, Albania fino ad arrivare al suo punto più estremo in Italia, a Trieste. La guerra in Siria e il deterioramento della situazione in Iraq e Afghanistan, hanno trasformato la Turchia nel Paese con il più alto numero di richiedenti asilo e rifugiati al mondo, 4 milioni secondo le stime più recenti di Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). Ed è dalla Turchia che sono transitati la maggior parte di coloro che poi hanno tentato di raggiungere l’Europa attraversando, spesso a piedi, i Balcani.

Una serie infinita di muri

I Paesi della Penisola Balcanica hanno risposto innalzando una catena di muri lungo il confine orientale. Un’opera di cementificazione delle dogane ben documentata dal  dossier Europa: barriere e filo spinato dell’Osservatorio Balcani e Caucaso. La prima è stata, ovviamente, la Grecia, che ha eretto un muro lungo 12 km – tuttora in espansione – lungo il fiume Evros, al confine con la Turchia. L’ha seguita la Bulgaria nel 2013, che, sempre al confine con la Turchia, ha costruito un muro che attraversa campi, colline e foreste per un totale di oltre 200 chilometri. L’Ungheria, nel 2015, con 175 km di filo spinato al confine con la Serbia ha innalzato la barriera più grande. La stessa Ungheria nel 2017 ha eretto altri 338 km di barriera, sempre al confine serbo. La Macedonia – ora Macedonia del Nord – la Slovenia, la Serbia, la Croazia e la Bosnia hanno seguito l’esempio, rinforzando i confini.

 

Ma le barriere da sole non bastano a bloccare migliaia di migranti. L’Unione Europea continua a finanziare i Paesi dei Balcani con la promessa che essi fungano da scudo contro l’immigrazione incontrollata. Solo la Croazia riceve da Bruxelles 108 milioni per l’asilo politico e l’accoglienza, e 23 milioni per il controllo delle frontiere. In questi Paesi il controllo sull’immigrazione è forte. Polizia e gruppi di vigilantes formati da cittadini comuni sorvegliano i migranti che provano ad attraversare. Il confine tra Croazia e Bosnia è solo uno dei tanti esempi. Qui la polizia di frontiera respinge, anche violentemente,  chi riesce ad accedere in terra croata senza registrare eventuali richieste di asilo, come documentato da Cir Rifugiati nel dossier La Rotta Balcanica. Nel rapporto Pushed to the edge, Amnesty International ha segnalato numerose testimonianze di migranti che hanno subito violenze, come manganellate, pestaggi, utilizzo di spray al peperoncino, oppure che hanno ricevuto l’ordine di camminare scalzi per chilometri lungo il confine. La polizia si serve spesso dei cani per stanare gli immigrati che provano a fuggire attraverso i monti, in una delle vie più pericolose di tutta la Rotta Balcanica.

In un report pubblicato l’8 gennario 2020 da Border Violence Monitoring Network, Human Rights Watch, Are You Syrious/Centre for Peace Studies e Amnesty International, si legge che oltre l’80% dei casi seguiti nel 2019 denuncia di aver subito almeno una forma di tortura e/o trattamento inumano e degradante da parte delle autorità croate. Un rapporto della FRA (Agenzia Europea dei Diritti Fondamentali) evidenzia come, nei Balcani Occidentali, la necessità di aumentare i controlli sia stata accompagnata da un’intensificazione dei soprusi e delle violenze.

“Lascia che se ne occupino loro”

Le politiche di esternalizzazione – l’insieme delle azioni economiche, giuridiche, militari, culturali volte ad ostacolare l’ingresso dei migranti – hanno prodotto una perenne condizione di incertezza che obbliga i migranti a permanere in centri di accoglienza di fortuna, privi delle adeguate risorse per una vita “decente”. La politica di esternalizzazione è un meccanismo complesso che vede l’intervento di differenti attori che, pur svolgendo ruoli diversi, contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi posti: le istituzioni della UE, i singoli Stati membri, alcuni Stati non appartenenti all’Unione Europea, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e l’Organizzazione Internazionale delle migrazioni (Oim). Si tratta essenzialmente di delegare il compito del controllo delle frontiere ad altri Stati, direttamente colpiti dai fenomeni migratori.

I campi allestiti per accogliere i migranti sono spesso inadeguati, in condizioni igienico-sanitarie precarie e con una patologica mancanza di alimenti. La testimonianza più cruda è arrivata dal campo di Vučjak, in  Bosnia, a pochi chilometri dalla Croazia, dove moltissimi migranti hanno tentato The Game per arrivare in Croazia. Il centro di accoglienza è stato chiuso lo scorso dicembre su pressione della comunità internazionale per le sue condizioni infernali. L’altro esempio eccellente è il campo di Moria, sull’isola di Lesbo, il più grande centro di accoglienza di tutta l’Europa. A fronte di una capacità di 6mila persone, il campo ora ne ospita più di 40mila, di cui la metà bambini.

Il Covid-19 ha aggravato ulteriormente la situazione. Numerosi sono stati gli appelli di Amnesty International al Governo Greco affinché mettesse in sicurezza i centri di accoglienza. Come quello di Moria, dove pochi contagi possono significare una diffusione capillare del virus che, in strutture così sovraffollate e scarsamente attrezzate, significherebbe una strage.

 

La minaccia di Erdoğan

La crisi innescata dall’annuncio del 28 febbraio con cui il premier Turco Erdoğan ha aperto le frontiere con l’Europa ha ulteriormente inasprito la situazione. La Grecia ha risposto schierando l’esercito al confine, sospendendo il diritto d’asilo e respingendo ogni migrante che tentasse di attraversare la frontiera illegalmente. Una violazione del principio di non respingimento sancito dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra, che stabilisce che nessun migrante può essere rimpatriato se nel Paese di origine rischia seriamente la vita. Nonostante la Convenzione non vincoli direttamente gli Stati, la Corte di Strasburgo ha introdotto una tutela in questo senso a partire dalla sentenza Soering del 1989, tramite un’applicazione par ricochet delle norme della Convenzione, sanzionando i comportamenti degli Stati consistenti nel rinvio o nel trasferimento forzato di un individuo verso un Paese ove lo stesso rischi di vedere compromessi i diritti garantiti dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (Cedu).

Il premier Greco Mītsotakīs ha definito quello di Erdoğan un “ricatto”. Subito dopo David Sassoli, Ursula Von Der Leyen e Charles Michel, i Presidenti rispettivamente del Parlamento Europeo, della Commissione Europea e del Consiglio Europeo, hanno fatto visita all’isola di Lesbo per esprimere la propria vicinanza al Governo. La von Der Leyen ha definito la Grecia “lo scudo d’Europa” contro l’immigrazione irregolare, promettendo 700 milioni di euro in finanziamenti ed un rafforzamento di Frontex, l’agenzia europea che si occupa di controllare le frontiere dello Spazio Schengen.

 

Il Coronavirus ha bloccato ogni possibilità di attraversare le frontiere. The Game è stato sospeso, almeno per ora. I campi sono diventati luoghi ermetici dove non si può né entrare, né uscire. Ora il pericolo si sposta: se prima era insito nella traversata, ora arriva a colpire il migrante nel centro d’accoglienza. Un virus che ha sospeso le nostre vite, e ha solo acutizzato le difficoltà di chi, come i migranti, viveva già in sospeso. La sensazione è che la Rotta Balcanica sia un gioco in cui si perde tutti, simulazione dopo simulazione.

Massimiliano Garavallihttps://orizzontipolitici.it
Classe ’97, ma con le occhiaie da quarantenne. Fondatore del blog culturale Sistema Critico, scrivo di politica e filosofia, e nel mezzo qualche poesia. Mi sono laureato con double degree in Economia e Management ad Urbino ed in European Economic Studies a Bamberg, Germania. Mi piace pensare che ogni nostro piccolo pensiero sia una spinta per qualcuno a cambiare.

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