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Afghanistan, missione compiuta?

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L’11 settembre 2001 nei cieli degli Stati Uniti furono dirottati 4 aerei, due dei quali si schiantarono contro le Torri Gemelle, facendole crollare in poco meno di due ore, uno contro il Pentagono e un altro che era diretto verso Washington ma che fu fatto precipitare prima, a Shanksville, in Pennsylvania, grazie ad una rivolta dei passeggeri. Morirono quasi 3000 persone, di cui 19 i dirottatori degli aerei. Al-Qaeda, un gruppo terroristico di matrice salafita-wahabita, rivendicò l’attacco. Successivamente Stati Uniti e congiuntamente i Paesi Nato dichiararono la war on terror(la guerra globale al terrorismo), e l’Afghanistan fu il primo bersaglio della campagna.

L’invasione dell’Afghanistan 

Fu invocato per la prima volta nella storia l’articolo 5 del Trattato di Washington, una clausola di “difesa collettiva” che obbligava i Paesi Nato ad accorrere in difesa di un Paese dell’organizzazione se veniva attaccato militarmente da una potenza straniera. Per renderlo effettivo bisognava dimostrare che l’attacco fosse arrivato dall’estero. Gli Stati Uniti intimarono il regime talebano in Afghanistan, allora al potere, di consegnare i terroristi di Al-Qaeda a cui avevano dato rifugio nel Paese, e di chiudere tutti i campi di addestramento del gruppo. I talebani rifiutarono, e una volta appurato che effettivamente l’attacco provenisse da Al-Qaeda, le forze della coalizione NATO (inizialmente solo statunitensi e britannici) iniziarono l’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre 2001 nella missione che prese il nome di Enduring Freedom (mantenere la libertà).

Nel giro di pochi mesi il regime talebano cadde, e la coalizione iniziò a lavorare alla costruzione del nuovo Stato afghano. In una conferenza sponsorizzata dalle Nazioni Unite a Bonn, i delegati delle fazioni afghane nominarono Hamid Karzai capo di un governo ad interim. Firmarono anche un accordo che prevedeva la creazione di una forza internazionale di mantenimento della pace per promuovere la sicurezza in Afghanistan. Venne costituito l’Isaf (International Security Assistance Force), un apparato militare composto da forze afghane e internazionali con l’obiettivo di garantire le condizioni per la stabilità futura del Paese. L’obiettivo primario della coalizione all’epoca era quello di dotare l’Afghanistan di una propria forza militare capace di mantenere la sicurezza nel Paese e respingere la controffensiva talebana. Da lì in avanti i Paesi Nato, ma soprattutto gli Stati Uniti, avrebbero speso miliardi di dollari in addestramento, infrastrutture, equipaggiamenti dell’esercito afghano.

Cosa è andato storto

Abbiamo visto tutti quello che è successo in Afghanistan. I talebani hanno riconquistato il Paese in poche settimane senza incontrare praticamente nessuna resistenza. Alla domanda di come sia stata possibile una debacle di questo genere, diversi analisti hanno sottolineato il livello di corruzione endemico nelle istituzioni afghane. Secondo Transparency, nel 2020 l’Afghanistan era il quarto Paese più corrotto al mondo. All’alba della riconquista talebana, molti soldati dell’esercito non ricevevano lo stipendio da mesi, versavano in condizioni sanitarie precarie ed erano malnutriti. Dopo la riconquista di Kabul Joe Biden è arrivato ad affermare: “La nostra missione non avrebbe mai dovuto essere la costruzione di una nazione, ma combattere il terrorismo. Abbiamo speso 1.000 miliardi di dollari, equipaggiato bene 300mila uomini, l’esercito afghano aveva mezzi, sono stati foraggiati finanziariamente, abbiamo fornito supporto logistico, abbiamo dato la possibilità agli afghani di decidere il loro futuro, ma non abbiamo potuto dare loro la volontà di combattere per il loro futuro”.  Il messaggio che è passato tra le righe è stato quindi quello di una forza afghana poco audace, nonostante gli equipaggiamenti forniti dagli Stati Uniti e un numero di effettivi dichiarati sulle 300mila unità.

In 20 anni di guerra in Afghanistan, 66mila soldati dell’esercito regolare afghano sono morti negli scontri con i talebani. Finché reggeva il supporto della comunità internazionale, l’esercito ha combattuto. Il vero problema sono stati gli accordi di Doha del febbraio 2020 siglati dall’amministrazione Trump con i talebani, in cui il Governo afghano non fu nemmeno invitato ai tavoli della negoziazione. Quell’accordo sancì di fatto la previsione secondo cui i talebani sarebbero tornati al potere una volta effettuato il ritiro delle truppe, previsto per l’agosto 2021. 

I talebani furono di fatto legittimati: l’accordo prevedeva, in cambio del ritiro delle truppe della coalizione, che i talebani rompessero i legami con Al-Qaeda e che si avviassero ad una graduale deposizione delle armi per poi entrare nel sistema politico afghano. Un accordo sulla parola, che i talebani non hanno rispettato e che ha permesso loro di organizzare la riconquista del potere senza essere disturbati. Nei giorni della presa del potere in Afghanistan l’esercito governativo ha negoziato la resa con gli studenti coranici in tutti i fronti. Solo poche squadre speciali, le meglio addestrate e le più competenti di tutto l’esercito, hanno continuato a opporre resistenza in alcuni punti del Paese. Un problema della disfatta dell’esercito afghano, come ha ricordato in un articolo per il Time l’ammiraglio James Stavridris, sedicesimo comandante supremo delle forze alleato Nato, è stata l’inadeguatezza degli armamenti forniti. Gli equipaggiamenti pesanti, come carri armati e  cacciabombardieri, non sono adatti ad un territorio come l’Afghanistan, dove si sarebbe dovuto puntare di più su tattiche di guerriglia e su  veicoli motorizzati veloci. 

Missione compiuta?

Dall’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre 2001 al ritiro delle truppe di quest’anno, gli Stati Uniti hanno speso più di 2000 miliardi nella guerra finanziati a debito, e non con tasse, con la conseguenza che graveranno per molti anni sui contribuenti statunitensi. L’obiettivo iniziale era lo smantellamento della rete di Al-Qaeda, la fine del regime talebano e la costruzione di uno Stato afghano prospero e democratico. Quest’ultimo punto è stato negato dall’amministrazione Biden dopo la disfatta del Governo afghano. Il Presidente è arrivato ad affermare che l’obiettivo degli Stati Uniti era “solo” eliminare la minaccia terroristica rappresentata da Al-Qaeda, e che effettivamente ci sono riusciti, dato che dal 2005 ad oggi non ci sono più stati attentati terroristici sul suolo statunitense. 

La missione potrebbe essere compromessa se il regime talebano tornasse ad ospitare Al-Qaeda, che nel frattempo si è congratulata con i talebani per la riconquista dell’Afghanistan. I talebani hanno rassicurato la comunità internazionale sul fatto che questa possibilità sia da escludere, e che non daranno nuovamente rifugio ai terroristi. Dichiarazioni a cui è difficile credere, visti i legami molto forti che hanno da sempre unito talebani e Al-Qaeda, e vista anche la poca credibilità che si può attribuire a qualsiasi dichiarazione che miri a creare loro un’immagine moderata. Ieri è giunto in Afghanistan il dr.Amin, amico personale di Bin Laden e il primo che lo ospitò nel Paese, un segnale che fa presagire il fatto che Al-Qaeda si stia già riorganizzando. 

Le critiche a Biden ed il rapporto con la Nato

La ritirata disordinata dall’aeroporto di Kabul e la conseguente disfatta del Governo afghano, seguita dall’attentato dell’Isis-K allo stesso aeroporto che ha tolto la vita a 13 soldati statunitensi (un numero di vittime statunitensi in Afghanistan che non si vedeva da anni) e quasi 200 civili, ha scatenato una pioggia di critiche nei confronti del Presidente statunitense Joe Biden. I repubblicani lo hanno accusato di avere le mani “sporche di sangue”, e perfino alcuni democratici stanno cercando di staccarsi da lui in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo anno. All’alba del ritiro la maggioranza degli statunitensi, circa il 70%, era favorevole al ritiro delle truppe dall’Afghanistan, ma solo il 25%, a fronte di un 65% contrario, ha approvato il modo con cui Biden ha gestito la ritirata. Il tasso di approvazione del Presidente è crollato al 47%, secondo il noto sito di sondaggi FiveThirtyEight, il più basso da quando è in carica, dopo essere stato a lungo stabilmente sopra il 50%.

Ma le critiche non sono arrivate solo sul fronte domestico. I Paesi alleati hanno a più riprese criticato gli Stati Uniti per non averli consultati nelle operazioni di ritiro delle truppe, e nemmeno negli accordi di Doha dell’anno scorso. “Dobbiamo renderci conto che quando si tratta della missione Nato in Afghanistan, non è stato possibile avere un ruolo indipendente per la Germania o le forze europee”, ha dichiarato Angela Merkel. “Abbiamo sempre detto che dipendiamo fondamentalmente dalle decisioni del governo degli Stati Uniti”. Anche le forze della coalizione hanno speso contribuito militarmente ed economicamente alla guerra: l’Italia, per esempio, ha versato più di 9 miliardi di euro e registrato 50 vittime nell’arco di tutta la guerra. A nulla sono servite le richieste degli alleati durante il G7 straordinario convocato per l’emergenza Afghanistan di prolungare la permanenza delle truppe oltre il termine del 31 agosto per garantire un maggior numero di evacuazioni. La sensazione è che America First, il motto dell’era trumpiana, sia rimasto in politica estera anche con Biden e che, nonostante il tour effettuato in Europa gli scorsi mesi per consolidare i legami con gli alleati, gli Stati Uniti abbiano ormai intrapreso una strategia globale che mira a tutelare solo gli interessi entro i propri confini.

Cosa aspettarsi 

Dei 2000 miliardi di dollari spesi in Afghanistan in 20 anni, solo il 2% è finito alla società civile. Pochissimo è stato speso per la creazione di infrastrutture, in sanità, istruzione e nel sistema politico. La disfatta in Afghanistan è probabilmente figlia anche dell’eccessiva attenzione alla militarizzazione del Paese, e alla scarsa conoscenza politica e culturale del territorio da parte delle forze della coalizione. I miliardi spesi sono spesso finiti nella mani di una classe politica, quella afghana, clientelare e poco vicina agli interessi del Paese. Ha prosperato il complesso industriale militare, che in 20 anni di guerra ha fornito un’enorme quantità di armamenti (ora nelle mani dei talebani, per un valore complessivo intorno ai 212 milioni di dollari) al Paese e ai vari contractors nel territorio, in cui hanno spiccato aziende come Lockheed Martin e General Dynamics.

I jihadisti di tutto il mondo si sono galvanizzati, e ora il rischio di una riorganizzazione dei gruppi terroristi è una possibilità reale. Molto dipenderà anche dalla capacità dei talebani di mantenere il controllo dell’Afghanistan. Una condizione difficile in primis per l’estrema frammentarietà del territorio afghano a livello sociale e culturale, e per la presenza dei miliziani dell’Isis-k, che con l’attacco a Kabul ne hanno minato la stabilità. I talebani cercano la legittimità internazionale, e per questo hanno tutto l’interesse a mantenere il controllo del Paese. Nel frattempo, l’ombrello della Nato è stato messo a rischio, e i rapporti tra gli alleati rischiano di incrinarsi ulteriormente. 

Questo articolo fa parte di un dossier di approfondimenti sull’Afghanistan. Per visualizzare tutte le analisi di OriPo sul tema, clicca qui.

Massimiliano Garavallihttps://orizzontipolitici.it
Classe ’97, ma con le occhiaie da quarantenne. Fondatore del blog culturale Sistema Critico, scrivo di politica e filosofia, e nel mezzo qualche poesia. Mi sono laureato con double degree in Economia e Management ad Urbino ed in European Economic Studies a Bamberg, Germania. Mi piace pensare che ogni nostro piccolo pensiero sia una spinta per qualcuno a cambiare.

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