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Generazione Z: da laureato a giornalista dal Venezuela

Tempo di lettura stimato: 8 min.

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Storia di una crisi che mi ha cambiato la vita

 

Non proprio uno Z, Stefano Pozzebon, ma un millennial a pieno titolo. Giornalista internazionale, ha inseguito la sua passione per l’America Latina fino a stabilirsi in Venezuela – dove viveva fino alla settimana scorsa – per seguire da vicino gli sviluppi della crisi che da anni attanaglia il paese. Dalla CNN al Times, da Al Jazeera TV a Rai News, una giovane carriera – la sua – che gli è valsa l’inserimento nella classifica Forbes Under 30 per la categoria “Media” nel 2019. Lo abbiamo intervistato sulla soglia dei 30, l’età giusta per parlare ai giovani ma anche per farsi ascoltare dai grandi. Per guardarsi dietro, ma anche dentro. E ha le idee ben chiare, Stefano, sul giornalismo e le nuove generazioni.

 

La prima domanda sorge spontanea: come hai fatto ad importi in un mondo ostico, qual è quello del giornalismo, per giunta a livello internazionale?

Con molta determinazione. Bisogna saper giocare le proprie carte. Io ad esempio ho sempre avuto una buona predisposizione per le lingue e avevo già deciso di lavorare all’estero. Anche perché le prime esperienze con i media italiani non si erano rivelate molto promettenti. Mi sono concentrato sull’individuare i miei punti di forza e di debolezza, cercando di trasformare gli interessi personali in possibilità

In che senso?

La mia forza è stata l’America Latina. Se non fosse per la crisi in Venezuela non sarei dove sono ora come giornalista. La conoscenza dello spagnolo mi ha avvantaggiato. Nel mondo anglosassone c’è ancora scarsa apertura all’imparare lingue straniere. Un passo dopo l’altro ho cercato di specializzarmi sempre di più. Una delle grandi lezioni che ho imparato all’università e che ho fatto mia è proprio non aver paura di essere troppo specializzati. È meglio concentrarsi su un’area perché la competizione è altissima e non è possibile essere esperti in tutto. 

Dunque?

Specializzarsi e aspettare, perché il giornalismo è una ruota che gira e prima o poi tutti gli argomenti vengono trattati. Fino a 5 anni fa, ad esempio, il giornalismo ambientale era una cosa da nerd o da gente che aveva fatto studi di settore. Oggi, invece, l’Environment Correspondent è un ruolo affermato.

A proposito di media italiani, pensi che la via del giornalismo internazionale sia paradossalmente più facile rispetto a quella italiana?

Le mie esperienze con i media italiani sono circoscritte. Nel giornalismo italiano ci sono diverse eccellenze, per quanto limitate. È vero che dopo aver iniziato a lavorare da corrispondente per i media stranieri, mi è capitato di lavorare a lungo per qualche emittente italiana. Probabilmente costruirsi una carriera internazionale può tradursi in una posizione di vantaggio in Italia, ma non ho ancora cercato lavoro in Italia. È in programma, ma non adesso.

Più libertà ma meno tutele, freelance: purtroppo e per fortuna?

Per fortuna. Lavorare da giornalista freelance è stata una grande opportunità, soprattutto in Venezuela. Se ti trovi nel posto giusto al momento giusto, è come avere un piccolo monopolio. Mi è sempre piaciuto mantenere la mia autonomia e la mia indipendenza. Ovviamente il posto fisso comporta dei privilegi. E questo è ben visibile in Italia, dove la differenza tra chi ha un contratto a tempo indeterminato e chi lavora nelle redazioni da stagista o precario fa paura. Inoltre, in Italia non si è ancora diffusa la cultura del giornalista freelance, anche a causa di una struttura antiquata come l’Ordine dei Giornalisti che non riconosce questa figura, diversamente da quanto avviene all’estero. Ci sono molti momenti nella carriera di un freelance in cui guardi con invidia i colleghi che hanno un contratto stabile. Però l’essere freelance mi ha garantito la libertà di poter decidere di tornare in Italia per un mese intero e passare del tempo con la mia famiglia.

Insomma, la libertà non ha prezzo?

Beh, la libertà non ha prezzo perché in Venezuela, come in tutta l’America Latina il costo della vita è molto basso. Penso che la prospettiva di un giornalista freelance in Italia sia decisamente diversa.

Non c’è una giornata tipo nella vita di un giornalista freelance, ma a grandi linee com’è organizzata la tua giornata?

In realtà mi sono trasferito dal Venezuela alla Colombia proprio la settimana scorsa. Quindi direi proprio che non c’è una giornata tipo. Dipende molto da ciascuno. Io ad esempio non sono un animale notturno per cui preferisco lavorare anche al mattino presto. Per quanto possibile si cerca di mantenere degli orari da “ufficio”. Non esiste una giornata tipo, e questo è il bello.

Situazioni rischiose?

Il giornalista straniero è in una posizione di privilegio, nonostante i rischi. Mi è capitato che la polizia mi bloccasse per qualche ora, o che mi sequestrassero il passaporto per qualche giorno. Ma quello che ti porti dentro è la storia delle persone con cui parli, di chi vive in questi luoghi, a cui non puoi paragonare la tua esperienza. 

Cioè?

Quello che per me è una brutta avventura di poche ore, per la gente del luogo corrisponde a mesi e mesi di prigionia. Lo “spread” tra le mie esperienze e quelle dei locali è enorme. Noi giornalisti ci troviamo in brutte situazioni, è il prezzo di vivere in un paese che non è libero come il Venezuela, però è un rischio preventivato. La realtà invece è un’altra e l’attenzione deve restare su chi vive davvero queste difficoltà.

È questa la cosa più difficile da trasmettere? Il mondo dell’informazione sembra non farcela a dare la giusta copertura a tutto…

Sì, la vita della gente del luogo tende a scomparire dai canali di comunicazione. È sempre stato così nel mondo del giornalismo. La parte difficile è proprio far capire le dimensioni drammatiche di una quotidianità distinta rispetto a quella del fruitore. Ad esempio, il Venezuela è stato al centro della cronaca per tutto il 2017 e fino al 2019. Ma alla fine delle proteste avviene quello che si può chiamare un blackout mediatico. Il compito di chi si trova in loco è ricordare al pubblico che la situazione non migliora. L’ideale sarebbe l’avere una copertura costante. 

Quindi come comportarsi?

Chi lavora per l’informazione generalista sa bene che il pubblico a cui ci si rivolge probabilmente non sente parlare di Venezuela da mesi, quindi ci tocca fare uno sforzo in più facendo un riassunto di quello che è accaduto. È quella la parte più importante. Quella che per noi è vita quotidiana, per il pubblico è invece cosa nuova.

Pensi sia più difficile da giovane parlare ai giovani o da giovane farsi ascoltare dai “grandi”?

Io non vedo questa distinzione. Forse perché penso al pubblico come un’entità unica, proprio come uno stesso articolo può essere letto da una persona di 25 anni o di 65. È diverso l’uso delle nuove tecnologie e dei social media, ma…

…l’informazione non ha età?

Esatto. Magari il punto di vista di un direttore di testata o di un caporedattore è diverso. Loro devono coltivare un target, ma non è il mio lavoro. Il mio lavoro è andare a cercare notizie. Certo, anche quello di parlare al pubblico, ma sicuramente senza guardare all’età.

Come definiresti la tua generazione e quella immediatamente successiva?

Sono generazioni informate, esperte ed attente. Sono fiducioso. Anzi, ripongo più fiducia nella mia generazione che nei boomers. Siamo la prima generazione per cui il mondo è molto piccolo. Siamo una generazione che si trova davanti delle sfide nuove. Ad esempio, un giornalista internazionale freelance dove dichiara le tasse? Questo fa parte delle nostre sfide generazionali, in quanto le strutture dove siamo inseriti non prevedevano queste situazioni.

Pensi di esserti riuscito ad imporre nel mondo dei “grandi”? E mi riferisco sia al mondo degli adulti che a quello delle grandi emittenti e testate.

No, non mi considero certo un arrivato. I miei piedi sono sempre ben saldi a terra. Però a fine mese compio 30 anni. È chiaro che non faccio più parte del giornalismo giovane. Sono passati 12 anni dai miei 18. A 30 anni fai abbastanza parte del mondo dei grandi.

A proposito di tenere i piedi per terra, quanto ti è servito o magari ti serve ancora l’aver svolto diversi lavori che non coincidevano con le tue aspirazioni?

Moltissimo. L’arte di arrangiarsi è una cosa che non si insegna all’università ed è una lezione che deve essere fatta propria. Il mondo della ristorazione e dell’accoglienza mi ha insegnato ad avere a che fare con la gente. In fondo, il lavoro del barista è ascoltare la gente, oltre a servire la birra. E non è molto diverso da quello che fa il giornalista. Tutto sta nel trovare delle risorse dove pensavi di non averne. Ciò significa misurarsi con quello che si deve fare, rispetto a quello che si vorrebbe fare. L’arte di arrangiarsi è anche quella di saper stare al mondo. Un anno sabbatico insegna molto. Insegna altro e prepara per altro.

Dicono si basi tutto sulla capacità di crearsi una rete di contatti, quanto conta fare network?

Sicuramente conta, ma non è abbastanza. È un po’ come per un’atleta essere in una buona forma fisica. Uno deve cercare di prepararsi al meglio per quando arriva il cross e deve fare goal. Siamo abituati a vederne i lati negativi, ma nel giornalismo i contatti sono una parte fondamentale.

Cosa ha significato l’essere inserito nella lista Forbes Under 30 del 2019?

È stata un po’ come una chiamata da casa. Ricevere un riconoscimento dal mio Paese dove non vivo da 8 anni e per cui non ho lavorato moltissimo è stata una gratificazione.

Da giovane ai giovani, cosa diresti a chi approccia il mondo del giornalismo?

Di costruirsi la propria strada, di non pensare che ci sia una ricetta pronta. Quando sono stato ammesso alla City University di Londra ho pensato che una volta laureato avrei ricevuto molte offerte di lavoro. Offerte di lavoro che non sono mai arrivate. Dunque, ognuno si ritaglia la propria strada. In quanto nuove generazioni abbiamo tanti input, e non mi riferisco solo al mondo del giornalismo. Ciascuno cerchi di utilizzare le proprie forze per avvicinarsi all’obiettivo. 

Concludiamo con la classica domanda da un milione di dollari che però richiede una certa onestà: sei felice?

Sì, decisamente. Mi sento molto felice e privilegiato. Non bisogna dimenticare di maneggiare il tutto con una buona dose di umiltà. Questa è una condizione di grande privilegio.

Agnese Stracquadanio
Vengo dal posto più bello del mondo e ho studiato comunicazione e giornalismo alla Statale di Milano, per poi completare un Master in International Relations alla University of Westminster di Londra. Qualcuno una volta mi disse: “Chi non si interessa di politica fa il danno della sua esistenza”. E io l’ho preso alla lettera.

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