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Coronavirus: cosa possono insegnarci le due Coree

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Il Villaggio Globale, mai così reale e tangibile, ha offerto nelle scorse settimane modelli e protocolli condivisi nel tentativo di contenere la pandemia di Covid-19. Un canovaccio semplice: il panico iniziale, con gli scaffali dei supermercati svuotati; la sottovalutazione di un fenomeno sconosciuto (almeno in Occidente) poi, finendo con misure draconiane, spesso segnale di una tarda presa di coscienza. Un fenomeno sociologico di estrema importanza si sta verificando a ridosso del 38° parallelo, nel confine che costituisce le contemporanee Colonne d’Ercole del mondo globalizzato. È il case study delle due Coree, ovvero di cosa possono insegnarci nella lotta al virus.

Qui Pyongyang

Nonostante le dichiarazioni ufficiali, che parlano di zero nuovi contagi, rimane difficile pensare che il regime di Kim Jong-un abbia debellato il virus così rapidamente. A preoccupare è soprattutto la solidità del sistema sanitario nordcoreano. Nel 2010 l’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) dichiarava quello di Pyongyang come “l’invidia del mondo in via di sviluppo”, ma tuttavia a scarseggiare non sono le strutture sanitarie, ma le risorse. I complicati rapporti internazionali rendono difficile reperire medicinali ed energia corrente. Frequenti sono i blackout, con alcuni ospedali che si sono dotati di generatori di corrente autonomi per affrontare questo tipo di emergenze. Si ricorre anche al contrabbando per reperire i presidi necessari per combattere il virus. NK Daily, testata sudcoreana specializzata nel riportare indiscrezioni dal Nord, riporta che è in atto un vero e proprio contrabbando di mascherine (guidato dal Ministro del commercio estero) al confine della Cina.

Il “modello” nordcoreano

Lasciando da parte la propaganda di regime, la lotta al virus in Nord Corea si fa sempre più seria. Il prolungamento delle vacanze scolastiche (che dovevano finire il 16 febbraio) è stato prorogato fino al 15 aprile, nella data di cerimonia per la nascita del presidente eterno Kim Il Sung. Le scuole dovrebbero poi riaprire il 17 aprile, dopo i due giorni di celebrazioni. Indiscrezioni riferiscono anche di quarantene rigorose, che il regime nordcoreano avrebbe fatto adottare a chiunque avesse contratto i sintomi del virus. Inoltre, è della scorsa settimana la notizia dell’emanazione di nuove linee guida introdotte nell’uso dei mezzi pubblici. Riporta il Rodong Sinmun – giornale ufficiale del Partito dei Lavoratori nordcoreano– l’obbligo per i passeggeri di indossare maschere e di igienizzare le mani prima di salire su treni, metropolitane, autobus e taxi. I passeggeri di lungo raggio verranno anche sottoposti a uno screening della temperatura. 

Segnali, insomma, di un Paese che si mobilita a combattere un virus già debellato in partenza (almeno a voce). Notizie contrastanti arrivano, però, dall’esercito. Sembrerebbe accertata la morte di quasi 200 soldati per febbre e sindrome respiratoria riconducibili a Covid-19. Preoccupano le scarse condizioni di salute dei soldati, di cui la razione è composta normalmente da un solo pasto giornaliero. In questo senso, il regime si sta sforzando per riuscire a fornire tre pasti al giorno e una dose di almeno 800 grammi di cibo.

Il leader Kim Jong-un

Nel frattempo, Kim Jong-un ritorna ad apparire in pubblico, fermamente senza mascherina. La scorsa settimana ha partecipato alla cerimonia per la posa della prima pietra del nuovo ospedale di Pyongyang. L’ospedale, che dovrebbe essere completato per ottobre, non è però da collegare allo scoppio dell’epidemia di coronavirus. La scorsa settimana, invece, il leader nordcoreano aveva presieduto le esercitazioni militari lungo la costa orientale del paese.

Il leader nordcoreano Kim Jong-un durante le esercitazioni militari dello scorso 9 marzo

Un caso inquietante, quello nordcoreano, avvolto da ombre e misteri. Il regime continua ufficialmente a dichiarare l’assenza di nuovi contagi, ma fonti interne fanno trapelare notizie contrastanti. Nonostante la reale situazione del Paese, è facile pensare che Pyongyang abbia tutti gli strumenti per erigere misure rigorose atte a il contenimento dei contagi. Tuttavia, è anche facile pensare che le condizioni in cui versa la Corea del Nord non siano minimamente adatte ad affrontare una pandemia che sta mettendo in ginocchio i sistemi sanitari degli Stati più avanzati al mondo.

Qui Seoul

Non si può dire lo stesso per il governo di Seoul, che è riuscito ad evitare il lockdown del Paese. La Corea del Sud ha attivato il protocollo per le malattie infettive sin da metà gennaio, poco dopo che la Cina aveva annunciato al mondo lo scoppio dell’epidemia nella provincia di Hubei. Il modello sudcoreano, elogiato da molti, si basa su tre cardini: trasparenza, geolocalizzazione e tamponi. Questo ha permesso di evitare il lockdown e la paralisi del sistema economico.

Trasparenza

Spiega, Fabio Sabatini, professore all’Università Sapienza di Roma, in un lungo thread su Twitter, che il primo pilastro della strategia sudcoreana è stata la trasparenza. Contrariamente al caso italiano, dove voci di corridoio e veline hanno sovente anticipato decreti poco chiari, in Sud Corea le comunicazioni ufficiali e le conferenze stampa sono state estremamente dettagliate. Questo fattore è stato cruciale nel garantire la massima coordinazione delle risorse nel Paese.

Tamponi

Il grande numero di tamponi effettuati ha permesso di contenere la diffusione del contagio. Già da gennaio, quando la Cina aveva pubblicato i risultati della mappa genetica del virus, diverse aziende coreane avevano iniziato a produrre i kit per i test. Questo ha permesso di supportare i più di trecentomila tamponi effettuati dallo scoppio dei primi focolai a Daegu. Metodi come il famoso drive-through testing, hanno permesso di condurre i test riducendo i potenziali contatti fra contagiati e non. Nello specifico, eseguire un alto numero di test (basti pensare che il Korean Center for Disease Control è in grado di effettuarne fino a ventimila ogni giorno) ha permesso di tracciare subito la maggior parte degli asintomatici, evitando un’ulteriore diffusione del virus. Inoltre, ricostruendo i movimenti passati dei positivi, i contatti dei contagiati sono stati rintracciati, bloccando di fatto la catena dei nuovi contagi.

Tecnologia

Il terzo bastione del paradigma sudcoreano è fondato su un sapiente utilizzo di geo-tracking e tecnologia. Per i non contagiati, il governo di Seoul ha, infatti, introdotto una speciale applicazione che permette di tracciare i movimenti dei cittadini, al fine di evitare gli assembramenti di persone. Questa applicazione, che si può scaricare volontariamente sul telefonino, agisce tramite il GPS degli smartphone e sull’utilizzo di carte di credito, fornendo informazioni sul concentramento di persone in determinati luoghi. È il compromesso tra privacy e salute pubblica, oggi più che mai al centro del dibattito etico.

Per i casi positivi in quarantena, l’utilizzo dell’app di rintracciamento diventa obbligatorio. L’obiettivo in questo caso non è verificare che la quarantena sia rispettata, ma controllare l’evolversi dello stato di salute dell’individuo. Il cittadino può inserire nell’app i propri sintomi, con equipe mediche pronte a contattare il paziente in caso di peggioramento dello stato clinico di quest’ultimo.

Intanto la vita a Seoul continua… Jean Chung for The New York Times

Sars e Mers, due precedenti impressi nella memoria

L’azione rapida ed efficace della Corea del Sud, che ad oggi conta “solo” 120 decessi, nonostante una popolazione di dimensioni simili a quella italiana (anche se più giovane) è dovuta all’esperienza di epidemie passate. La Sars (Severe Acute Respiratory Syndrome) che colpì l’Asia nel 2003 e la Mers (Middle-East Respiratory Syndrome) nel 2015, che fu particolarmente gravosa per la Corea, con 36 morti e quasi due mesi di quarantena. Episodi che hanno lasciato segni tangibili sul tessuto del Paese. Innanzitutto, la creazione di protocolli ad-hoc per affrontare lo scoppio di epidemie, cosa a cui l’Asia negli ultimi decenni hanno dovuto fare il callo, a differenza dell’Occidente. Secondo, un background culturale che rende la società civile più consapevole davanti ai rischi legati al diffondersi di virus, da qui una più stretta osservazione delle misure emanate dal governo.

Il caso sudcoreano conferma che anche le democrazie possono dire la loro di fronte alle più temibili epidemie, alimentando la recente disputa sull’efficacia degli assetti politici dei vari Paesi davanti all’emergenza. Un dibattito interno che ha interessato lo stesso parlamento sudcoreano nelle prime fasi del contagio, con la decisione riguardo un possibile lockdown in stile Cina. Idea che è stata bocciata dopo la consultazione con gli esperti epidemiologi, che hanno proposto misure meno repressive e più in linea con il rispetto dei diritti umani e della democrazia, come dichiarato dallo stesso Kim Woo-Joo, specialista di malattie infettive presso la Korea University.

Cosa possono insegnarci le due Coree?

A due settimane dall’entrata in vigore del D.P.C.M. con cui l’Italia entrava in quarantena, guardare alle due Coree ci pone di fronte a un bivio, indicando chiaramente quali sono le due strade nella lotta al coronavirus. Cosa possono insegnarci le due Coree? Da una parte il regime di Kim Jong-un, ricoperto dalla nebbia della propaganda nazionalista, dove fanno breccia le indiscrezioni trapelate da fonti interne. Dall’altra la democratica Corea del Sud, e le decisioni del prrimo ministro Chung Sye-kyun, studiate dai governi occidentali desiderosi di replicare il modello Corea. Quale strada sceglierà il Belpaese?

 

Antonio Maria De Rosa
A Napoli mi dicono "sei romagnolo", in Romagna mi dicono "sei napoletano"; insomma, penso di essere cosi noioso che nessuno mi vuole. Autoritario nei modi, libertario nei pensieri. Ho tre passioni: calcio, cucina e Orizzonti Politici. Attualmente studio in Bocconi.

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