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NEET e lavoro: come rilanciare una generazione in difficoltà?

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore

La pandemia ha colpito, in termini occupazionali, quasi tutte le categorie di lavoratori. Ce ne sono alcune, però, che sono più esposte di altre: tra queste figurano sicuramente i giovani, che spesso entrano nel mercato del lavoro con contratti di stage o a tempo determinato. I primi ad essere sacrificati durante questa crisi economica, dunque, sono stati proprio loro: i giovani. Un altro aspetto che li ha coinvolti riguarda la sfiducia nel mercato occupazionale. Durante il lockdown, l’Italia ha subito un evento molto particolare: la disoccupazione, che misura le persone in cerca di un impiego, è diminuita. Lo scoraggiamento ha condotto una parte dei disoccupati, tra cui molti under 29, a smettere di cercare una professione. Come categoria vulnerabile, molti giovani rischiano di entrare in una condizione in cui non studiano né lavorano, anche a causa della mancanza di fiducia verso il mercato lavorativo. Una vera e propria trappola della povertà per chi smette di investire sul proprio futuro professionale.  Negli anni l’Italia ha imparato a conoscere questa categoria di giovani: si tratta dei NEET.

Chi sono i NEET?

NEET è un acronimo inglese, sta per “Not in Education, Employment or Training”. Questo indicatore rappresenta infatti quei ragazzi, under 29, che non sono impegnati né nello studio, né nel lavoro, né nella formazione. In Italia, la presenza di NEET è sempre stata piuttosto consistente. Infatti, come riporta l’Ocse, dalla crisi del 2008 – periodo in cui i NEET sono aumentati a dismisura – ad oggi la percentuale di ragazzi né studenti né lavoratori è passata dal 19% all’attuale 24% circa. Non solo: nel 2014 è stato raggiunto un picco del 27,7%. Per comprendere la rilevanza dei NEET, basti pensare che il loro costo sociale – inteso come lucro cessante, come ridotte entrate fiscali e come maggiore spesa di assistenza – stimato dall’Eurofound (2012), è pari all’1,2% del Pil europeo, percentuale che raggiunge il 2% in Italia. Un costo per lo Stato pari a circa 36 miliardi di euro. I giovani disoccupati e privi di formazione costano quindi denaro, risorse e competitività. A questo proposito, dalla Grande recessione ad oggi le principali istituzioni governative hanno preso a cuore la causa, introducendo misure occupazionali volte a incentivare il lavoro giovanile. A livello europeo, tramite piani sovranazionali di formazione e occupazione. A livello nazionale, tramite l’implementazione di questi in relazione alle risorse di cui dispone lo Stato italiano. Tra le misure messe in campo per contrastare il fenomeno – soprattutto nei mesi di pandemia – risultano il Piano Garanzia Giovani, promosso dall’Eurofound – Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro – e lo European Social Fund, fondo volto a promuovere l’occupazione nell’Ue.

Le misure in campo: il Piano Garanzia Giovani

La principale misura messa in campo in Italia per riattivare i NEET è il Piano Garanzia Giovani. In Italia il Piano prende avvio a maggio 2014, per un primo ciclo quadriennale. La dotazione iniziale è stata di circa 1,5 miliardi di euro, derivanti in larga parte da fondi europei. L’implementazione italiana prevede di garantire ai giovani under 29 “un’offerta qualitativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi, apprendistato o tirocinio, entro 4 mesi dall’inizio della disoccupazione o dall’uscita dal sistema d’istruzione formale” (garanziagiovani.gov.it, ndr). Il coordinamento è nazionale (tramite l’Anpal), mentre l’attuazione è regionale. Adesso il progetto si è allargato in una seconda fase che coprirà almeno il 2020 e che può contare su 1,2 miliardi di risorse aggiuntive.

Il progetto prevede il rafforzamento di competenze e conoscenze orientate all’inserimento lavorativo, oltre che il reinserimento in un percorso formativo per gli under 19. Perno del progetto è l’apprendistato professionalizzante (contratto di lavoro unito ad una trasmissione di competenze pratiche e conoscenze tecnico-professionali). Per favorire l’assunzione come lavoratore dipendente, Garanzia Giovani eroga dei bonus (sistema di incentivi) per le aziende che offrono un contratto a tempo indeterminato o determinato di durata almeno di sei mesi, o un contratto di apprendistato professionalizzante.

Secondo una relazione di StarNet, di tutti i ragazzi coinvolti (2,4 milioni erano i NEET in Italia ad inizio progetto), il 56% ha effettivamente ricevuto un intervento di politica attiva (le misure prevalenti sono state: 58,3% tirocinio extracurriculare, 24,4% incentivi occupazionali, 12,7% formazione). Il tasso di inserimento dei giovani presi in carico arriva al 52,5% a sei mesi dalla conclusione dell’intervento. Come riporta la relazione, “tale tasso varia molto per caratteristiche individuali, come il livello di istruzione (scende a 44,1% tra chi ha licenza media) e di profiling – ovvero valutazione della persona in termini di attitudini e abilità specifiche -, che arriva solo al 39% per il livello alto, ma anche per livello territoriale (legato alle opportunità di lavoro e alla qualità dei servizi offerti).” Quanto alla tipologia di legame contrattuale, circa uno su tre è a tempo indeterminato (34,5%), il 23,4% ha un contratto a tempo determinato, mentre circa il 39% è di apprendistato.

I limiti di Garanzia Giovani

Sebbene siano stati raggiunti risultati importanti a livello europeo, il contesto nazionale ha dovuto fronteggiare alcune debolezze strutturali nello sviluppo di Garanzia Giovani, due su tutte.

In primo luogo, è emersa la debolezza della rete dei Centri per l’impiego. È mancata una rete di servizi per il lavoro efficiente e strutturata, un sistema virtuoso tra pubblico e privato in sinergia con le Regioni. I centri per l’impiego in Italia sono deboli, oltre che fortemente eterogenei a livello regionale. Infatti, stando a quanto riportato da Anpal e Istat, su 2 milioni di persone che si rivolgono ogni anno a tali centri per cercare lavoro, solo 37 mila effettivamente lo trovano. Meno del 2%.

In secondo luogo, è insorta una chiara disomogeneità regionale. In generale, l’eccessiva eterogeneità regionale nell’implementazione del piano ha fatto emergere, rispetto al ruolo del privato, tre diversi modelli: quello voucher (Lombardia, Piemonte e Campania), che lascia la possibilità di scegliere tra servizio pubblico e privato; quello a progetto (Veneto e Puglia) che prevede un ruolo nel privato successivo al progetto formativo; infine, quello improntato al ruolo dei centri per l’impiego (e quindi al pubblico, soprattutto in Emilia Romagna, Toscana e Friuli Venezia-Giulia). Il primo modello ha riscontrato un successo notevole grazie a due principali vantaggi. Uno, per il datore di lavoro, di poter beneficiare della copertura Inail per eventuali incidenti sul lavoro. L’altro, per il giovane lavoratore, di poter integrare le sue entrate attraverso le prestazioni occasionali. Queste sono infatti esenti dalle imposizioni fiscali, non incidendo neppure sullo stato di disoccupato/inoccupato. Il modello a progetto ha avuto invece come colonna portante il rilancio dei territori, promuovendo posti di lavoro presso aziende private, grazie ai tirocini formativi offerti da Garanzia Giovani. Risultati importanti sono stati raggiunti invece dai Centri per l’impiego, in termini assoluti. “Circa 1 milione 200 mila sono stati presi in carico dai servizi competenti (Centri per l’impiego e Agenzie per il lavoro) e oltre 712 mila risultano avviati a una misura di politica attiva” (Anpal, ndr).

Il sostegno dall’Ue: l’European Social Fund

Altra misura da considerare nell’analisi delle politiche a sostegno dell’occupazione giovanile sta nello European Social Fund (Esf). Rappresenta lo strumento finanziario più rilevante con cui l’Ue promuove l’occupazione negli Stati membri. Le risorse del Fondo ammontano infatti al 10% circa del budget comunitario totale. Stando a quanto rilasciato dalla stessa Unione, l’Esf investe da 60 anni nelle competenze, nell’istruzione e nella formazione dei giovani. Tra il 2007 e il 2013 sono stati coinvolti più di 30 milioni di giovani. Dal 2014 ad oggi, oltre 6 miliardi di euro dell’Esf sono stati destinati a misure per migliorare l’integrazione dei giovani nel mercato del lavoro; 27 miliardi di euro invece è stato l’ammontare destinato a misure di istruzione e formazione.

NEET, oggi e domani

Secondo i dati Anpal, il 53,4% dei giovani iscritti ai centri per l’impiego ha trovato un primo impiego entro 12 mesi dalla presa in carico. Non solo: il tasso di occupazione di quanti hanno concluso i progetti di inserimento nel mondo del lavoro è del 55%. “I contratti a tempo indeterminato o di apprendistato sono la tipologia contrattuale maggiormente utilizzata (82% degli occupati)” (Anpal, ndr). È stato dunque significativo il miglioramento portato dal piano. Tuttavia, la crisi da Coronavirus sta lasciando una traccia non indifferente nel mondo della disoccupazione giovanile. Diminuiscono i posti di lavoro, anche per gli under 29. Secondo i dati Istat, durante la crisi da Coronavirus i NEET in Italia sono aumentati di un paio di punti percentuali, con un dato assoluto leggermente più rilevante tra le donne. Ora più che mai è necessario uno sforzo maggiore, volto ad incentrare il lavoro delle istituzioni pubbliche sul rilancio del lavoro giovanile. Le risorse messe in campo dall’Europa permettono di investire su una categoria, quella dei giovani, che può essere il volano di crescita per il rilancio dell’economia italiana.

Questo articolo è parte di una raccolta sull’occupazione giovanile in Italia. Leggi anche l’analisi successiva: Il lavoro del futuro: come l’innovazione impatta sui giovani

Mattia Moretta
Italiano, prima di tutto. Nato in un posto in riva al mare d’Abruzzo, vivo dal 2000. Studio Economia e Management in Bocconi. In OriPo ho trovato lo strumento migliore per esprimere la mia passione per la politica. Tre punti di riferimento: la libertà, il mare e la musica. P.S. I capelli grigi sono naturali.

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