fbpx

IMPARZIALI, COSTRUTTIVI, ACCESSIBILI

Home Economia Il Sistema Pensionistico italiano e i giovani

Il Sistema Pensionistico italiano e i giovani

Tempo di lettura stimato: 8 min.

-

Uno spettro si aggira per l’Italia: è lo spettro del populismo. Oggi da sinistra a destra, dal governo e dall’opposizione viene rincorso questo spettro. La differenza tra i partiti del nostro Paese si basa sul livello di moderazione. Alcuni partiti raccontano falsità populiste in modo sguaiato, altri fanno lo stesso in maniera più raffinata ed educata. L’opinione pubblica sembra assuefatta a queste molteplici narrazioni distorte. Non è presente oggi in Italia un disegno politico che si contrapponga al populismo ed alla sua capacità di distorcere le informazioni in maniera sistematica. Per questo motivo  mi sembra importante parlare del sistema pensionistico italiano.

Oggi l’INPS non è in grado pagare le pensioni autonomamente ed i trasferimenti dello stato sono 105 miliardi, un terzo della spesa complessiva dell’istituto. L’INPS non è dunque economicamente sostenibile, ed ha bisogno sistematicamente dell’intervento dello stato per erogare le pensioni. Cercare di fare chiarezza su questi problemi è fondamentale per creare un’opinione pubblica capace di valutare in maniera critica le dichiarazioni dei nostri politici.

Cos’è il sistema di Welfare pubblico?

Il sistema di Welfare pubblico indica una serie di interventi volti a tutelare i cittadini in condizioni di bisogno. La nostra vita, come individui, è determinata dall’incertezza e gli Stati decidono dunque di coprire determinati rischi. Il sistema pubblico cerca di distribuire questi rischi nel modo più ampio possibile. In questo modo gli individui che vengono colpiti da eventi negativi possono essere indennizzati in qualche modo o sostenere costi minori. Per questo motivo, ad esempio, le cure mediche, l’istruzione, ed altri servizi sono direttamente garantiti dal nostro Paese.

Ci sono 2 grandi famiglie di sistema pensionistico, pensioni a capitalizzazione e a ripartizione

I Sistemi a capitalizzazione sono sistemi dove la pensione è data dai contributi che ognuno di noi ha dato nella sua vita. La pensione riflette i contributi che abbiamo versato durante la vita lavorativa. Solitamente sono sistemi privati e nella loro gestione non è richiesto l’intervento dello stato. L’individuo accantona una certa somma, la investe nel mercato finanziario ed ottiene una determinata somma o una rendita nel futuro. Questo sistema non implica alcun rapporto tra le generazioni, ognuno risparmia per la sua pensione e quindi non è rilevante il rapporto tra le diverse generazioni di lavoratori. Per il sistema capitalizzazione il rendimento è dato dal mercato, ossia da quanto fruttano gli accantonamenti. In questo sistema tutti i rischi gravano sull’individuo.

Nel sistema a ripartizione, chi va in pensione ottiene la propria rendita dai contributi versati dalla generazione che in quel momento sta lavorando. In ogni periodo di tempo ci sono 2 generazioni coinvolte e nulla viene accantonato. Io lavoratore sono disposto a pagare le pensioni di oggi a patto che le nuove generazioni paghino la mia pensione. Non è una questione individuale, di conseguenza questo sistema può essere solo pubblico, solo un’entità che rappresenta tutti i cittadini può garantire il patto. Il rendimento dipende dall’andamento di alcune variabili, come occupazione e produttività, tra una generazione e l’altra. In Europa il sistema previdenziale pubblico è obbligatorio. In Italia l’aliquota contributiva è il 33% della retribuzione, ripartito tra lavoratore e datore di lavoro. Quella parte del tuo reddito da lavoro viene spesa per pagare le pensioni. Il sistema di previdenza sociale è gestito in Italia dall’INPS.

Quali sono i rischi presenti nel sistema pensionistico a ripartizione?

In un sistema pubblico ci sono diversi rischi, come ad esempio quello demografico o d’inflazione. A causa di questi rischi il governo deve stare attento all’equilibrio finanziario, tra entrate contributive e pensioni. Chi governa deve fare delle scelte, quanto rischio ripartire tra i pensionati ed i lavoratori. Cerchiamo di capire questo concetto attraverso qualche numero

equazione d'equilibrio del sistema pensionistico
fig.1: equazione d’equilibrio del sistema pensionistico

RL è la retribuzione media della generazione che lavora oggi e NL è il numero di lavoratori. P è la pensione media e NP è il numero di pensionati. Nel nostro sistema pubblico l’obiettivo è che le entrate contributive siano uguali alle pensioni. L’aliquota di equilibrio A che chiamiamo alfa dipende da queste quattro variabili. P/RL è il rapporto tra la pensione e la retribuzione media (variabile economica). NP /NL è una variabile demografica.

Immaginate che lo stato si renda conto che le pensioni siano troppo basse e non possa modificare queste quattro variabili… si dovrà aumentare l’aliquota contributiva (A). Ciò ha una serie di conseguenze, tra cui una diminuzione dei redditi percepiti dai lavoratori attivi, aumento del costo del lavoro e di conseguente riduzione la richiesta di lavoro. Nel caso italiano un aumento del numero dei pensionati potrebbe portare ad un futuro innalzamento dell’aliquota contributiva, che oggi è uguale al 33% della retribuzione. A questo punto ci conviene guardare le proiezioni demografiche del nostro Paese.

La crisi demografica italiana

Tra i vari rischi presenti nel sistema di welfare pubblico, quindi nel sistema a ripartizione, c’è quello demografico. In Italia sta avvenendo una profonda crisi demografica, dettata principalmente dal calo delle nascite e dall’aumento della speranza di vita. Come possiamo notare dal grafico già nel 2017 la distribuzione della popolazione risulta sbilanciata. L’età media è vicina ai 45 anni e il 22% della popolazione ha più di 65 anni. Il calo delle nascite ha portato ad una riduzione della base della piramide, che andrà a restringersi ulteriormente nei prossimi decenni.

Fonte: Istat

L’anno più drammatico, dal punto di vista demografico, sarà il 2045. Secondo l’Istat “Intorno a tale anno la popolazione in età attiva scenderebbe al 54,5% del totale, con un’età media della popolazione salita nel frattempo a 49,6 anni (scenario mediano). Lo sbilanciamento strutturale in favore delle età anziane si fa quindi consistente, in virtù di una quota di ultrasessantacinquenni pari al 33,5% del totale”. Ritornando alla formula (fig.1) avremo un maggior numero di pensionati NP ed una riduzione di lavoratori NL, con due plausibili risultati per riportare i conti in ordine: aumento dell’aliquota contributiva o riduzione della spesa pensionistica.

In questa situazione demografica quale sarà l’incidenza della spesa pensionistica sul PIL?

Spesa sistema pensionistico in percentuale del PIL
Spesa sistema pensionistico in percentuale del PIL Fonte: upB

Gli esercizi di previsione considerati sono stati svolti dalla Ragioneria generale dello Stato (RGS), dell’EPC Working Group on Ageing Populations and Sustainability (AWG), e del Fondo Monetario internazionale (FMI). Come possiamo notare dal grafico nel 2040 l’incidenza della spesa pubblica su PIL sarà compresa tra il 16,2% e il 20,5%.

Le conseguenze di quanto mostrato fino ad ora sembrano andare in una sola direzione. Ammettendo che i redditi da lavoro e il numero di lavoratori rimanga costante in Italia nel periodo di riferimento, abbiamo un aumento di spesa per pensioni P in percentuale sul Pil. Lo stato dovrà aumentare l’aliquota contributiva (fig.1) per cercare di riequilibrare il sistema pensionistico. Queste manovre avranno un impatto depressivo sui futuri redditi da lavoro e sul livello di occupazione. Le previsioni non sembrano rosee, ma qual è la situazione dell’Italia di oggi?

La riforma Amato e la riforma Dini

Il sistema pensionistico italiano ha subito innumerevoli riforme negli ultimi decenni, con l’obiettivo di arginare la crescita della spesa pensionistica. Il sistema pensionistico prima del 1992 era molto generoso, ma non sostenibile. Di conseguenza è stato necessario cambiarlo per rientrare all’interno dei parametri di Maastricht. Un primo tentativo di riforma fu attuato nel 1992, con la riforma Amato, ma non fu sufficiente.

La riforma Dini nel 1995 è stata la “madre” di tutte le riforme, che però ha generato delle disparità generazionali, non contenendo la spesa efficacemente per chi nel 1995 aveva versato più di 18 anni di contributi. Il contenimento della spesa è stato dunque parziale, e questa disparità di trattamenti ha generato una fuga verso la pensione per i contribuenti maggiormente privilegiati. Se infatti nel 1995 avevi versato più di 18 anni di contributi la riforma non ti toccava, e potevi mantenere tassi di rendimento elevatissimi per la tua pensione. Se ad esempio lavoravi per 40 anni la pensione copriva fino all’80% dell’ultima retribuzione. Inoltre, i requisiti di anzianità e di età contributiva erano molto meno stringenti rispetto ad oggi.

La riforma Fornero

La riforma Fornero si svolse in un momento particolarmente drammatico per il Paese. Al fine di contenere la spesa si intervenne pesantemente, tra le tante cose, sui requisiti di accesso alla pensione innalzando il requisito di anzianità a uomini e donne fino a 67 anni e si abrogò formalmente la pensione d’anzianità. In pratica vennero innalzati i requisiti di età e contributivi. Questa riforma tentò inoltre di riappianare le divergenze generazionali, tuttavia in questo intento risultò inefficace perché la fuga verso il pensionamento per mantenere i privilegi del vecchio sistema era ormai avvenuta.

La riforma del sistema pensionistico era però necessaria perché il nostro Paese ha bisogno urgentemente di ridurre la spesa pensionistica, che è la seconda più grande fra i paesi OCSE in rapporto al PIL (16% nel 2019). Con quota 100 si è ulteriormente aggravata la situazione per la nostra generazione, infatti fino al 2021 vengono ridotti i requisiti di anzianità e di retribuzione. Questo si traduce in più pensionati e più spesa pensionistica a carico dei lavoratori. Nel Bel Paese la situazione politica è chiara a riguardo… l’opposizione ed il governo si trovano d’accordo, quota 100 non deve essere toccata.

Uno sguardo al sistema pensionistico nel nostro futuro

L’OECD a novembre 2019 ha bacchettato l’Italia per i risultati raggiunti in tema pensionistico. Il report si concentra su un aspetto che è importante da mettere a fuoco, la discontinuità del lavoro. La discontinuità è un problema serio, nel documento si legge che “per un lavoratore con un salario medio, un’interruzione di cinque anni diminuirà il trattamento pensionistico del 10%”.

Oggi in Italia poche persone possono vantare di avere una carriera contributiva senza interruzioni, “Nel 2018, i tassi di occupazione dei giovani e delle persone più anziane sono bassi – 31% per i giovani di età compresa tra 20 e 24 anni e 54% per i 55-64enni, in confronto, rispettivamente, al 59% e 61% in media nell’area dell’OCSE. Il rischio delle carriere incomplete potrebbe essere accresciuto dall’espansione delle forme atipiche di contratti di lavoro. In Italia, l’occupazione interinale è aumentata costantemente dal 10% nel 2000 al 15% nel 2017”. A questo si aggiungono disparità di trattamento per i lavoratori autonomi, che in Italia sono più del 20% degli occupati.

Riformare il sistema pensionistico italiano è importante soprattutto per noi giovani. Perché il problema non è per quelli che stanno per andare in pensione oggi, il problema sarà il nostro. In un mondo del lavoro precario e discontinuo come quello che caratterizza questi tempi farà sì che una parte della nostra generazione andrà in pensione con un’aspettativa che non arriverà al 50% dell’ultima retribuzione. Di questo problema non si discute, perché i politici parlano agli anziani (che vanno a votare) e non ai giovani (che non votano). Il vero problema riguarda noi.

Avatar
Ennio Maresca
Amante della lettura e del buon vino, ho sempre avuto una forte passione per la comunicazione politica e per il mondo dell'informazione. Studente di Marketing Management presso l'Università Bocconi.

1 commento

  1. Sulle pensioni c e un po’ di confusione, in primis il nostro paese con cento miliardi di evasione nessuno ne parla. Non serve essere un super cervello x fare schemi seri. Se poi diamo un occhiata sprechi, solo l Inps ha migliaia di palazzi vuoti, pagati con il contributo del versato. Le cattedrali nel deserto mai finite, costate al contrubuente,. Se vogliamo cercare il pelo nell’uovo uovo tra burocrazia, corruzione stipendi inutili, Alitalia, chi più ne ha più ne metta. Il vero problema che voce x vice, solo quelle che interessano a qualcuno, non rende intelligente, anzi, propone solo le gole profonde che servono a poco, ma costano anche troppo in termini di denaro e poca intelligenza

Commenta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

3,138FansMi piace
9,225FollowerSegui
1,565FollowerSegui
661FollowerSegui