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Dallo Small Business Act ad InvestEU: il supporto dell’Unione Europea alle piccole e medie imprese

Sin dalla sua nascita, l'Unione Europea si impegna attivamente per promuovere lo sviluppo delle piccole e medie imprese.

Per continuare a prosperare e non perdere terreno rispetto ai Paesi competitor, le piccole e medie imprese (PMI) italiane devono rispondere positivamente a diverse sfide, che vanno dalla digitalizzazione alla sostenibilità, passando per l’internazionalizzazione e l’accesso al credito. Non sempre, tuttavia, le PMI del nostro Paese dispongono dei mezzi necessari a far fronte ad obiettivi di tale portata: un grande aiuto, in questo senso, può giungere dall’Unione Europea.                                                        Le istituzioni comunitarie, infatti, seguono con molto interesse questo tipo di attività economiche e si impegnano attivamente per promuoverne lo sviluppo.

Ma qual è il rapporto tra l’Unione Europea e le piccole e medie imprese? Qual è l’importanza dell’intervento europeo? Quali sono gli strumenti introdotti dalla Commissione per rispondere alle sfide che caratterizzano queste realtà imprenditoriali?

L’Unione Europea e le piccole e medie imprese: il programma per il mercato unico

Benché quello delle PMI possa sembrare un fenomeno prevalentemente italiano, è facile constatare come i dati relativi al nostro Paese siano in realtà perfettamente allineati al trend a livello continentale (secondo il Parlamento Europeo, il 99% delle imprese europee sono realtà aziendali di questo tipo). Come si è visto nell’articolo precedente, l’Unione Europea riconosce questa predominanza, al punto che la stessa definizione di piccole e medie imprese è basata sulle fonti del diritto europeo e, nello specifico, sulla raccomandazione UE n. 2003/61/Ce. Allargando dunque il discorso sulle PMI al contesto continentale, si nota come oltre 23 milioni di realtà aziendali possano essere inquadrate nella suddetta definizione: tali imprese impiegano oltre 100 milioni di persone, pari a due terzi dei posti di lavoro nel settore privato in Europa.

Reputando le piccole e medie imprese essenziali per il raggiungimento dei propri obiettivi in ambito economico, sociale e competitivo, oltre che a livello di transizione verde e digitale, l’UE è impegnata da ormai oltre vent’anni in strategie e programmi d’azione che possano sostenere queste attività economiche, aumentando l’attrattività dell’Europa come luogo in cui avviarne di nuove e dotandole degli strumenti per continuare a prosperare qualsiasi siano le loro dimensioni o il settore in cui operano.  Tali programmi si dividono in finanziari o di investimento e non.

Partendo da questi ultimi, non si può non citare il programma (2021-2027) per il mercato unico, il quale, fra le altre cose, facilita l’accesso al mercato per le PMI, rafforza la loro sostenibilità e competitività – concorrendo al superamento di sfide quali la transizione ecologica e la digitalizzazione – e promuove, per mezzo di consulenze e sessioni di mentoringlo sviluppo di competenze che possano favorire lo sviluppo di nuove realtà imprenditoriali di questo tipo.

Gli altri programmi non finanziari dell’Unione Europea a sostegno delle piccole e medie imprese 

Quello della formazione è un aspetto cruciale anche con riferimento alla rete Enterprise Europe Network (EEN), creata dall’UE nel 2008 con l’obiettivo di supportare l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese, attraverso l’individuazione di nuovi partner a livello commerciale, produttivo e tecnologico. La rete, che opera per mezzo di più di 600 organizzazioni partner attive in tutta Europa (55 quelle situate in Italia) e anche al di fuori, come ad esempio associazioni, camere di commercio, agenzie di sviluppo ed università, si propone di fornire assistenza in diversi ambiti di vitale importanza per la crescita delle PMI, quali l’accesso a finanziamenti, l’individuazione di strategie di sviluppo, la raccolta di informazioni su legislazione, politiche ed opportunità a livello europeo e lo sviluppo di competenze in materia di innovazione.

Un discorso a sé lo merita invece lo Small Business Act (SBA), ossia la principale iniziativa europea in materia di piccole e medie imprese, lanciato anch’esso nel 2008. Lo SBA, basato su un approccio di partenariato politico con gli Stati Membri dell’UE, è nato per dare vita ad un quadro programmatico che integrasse altri strumenti europei orientati alle PMI. Esso si basa su dieci principi volti ad affrontare le sfide specifiche che queste attività economiche si trovano di fronte; tali punti comprendono, ad esempio, la semplificazione delle procedure burocratiche cui le PMI sono soggette, la permeabilizzazione della pubblica amministrazione alle esigenze di queste realtà imprenditoriali e la rimozione delle barriere che impediscono loro l’accesso alle gare d’appalto.

Infine, bisogna considerare la strategia UE per le piccole e medie imprese, pubblicata nel marzo 2020 e basata proprio sui risultati dello SBA: è proprio a quest’ultimo, infatti, che i primi due cardini della strategia, ossia il capacity building e la riduzione dei vincoli amministrativi e burocratici si rifanno. Tra le azioni che l’Unione Europea si impegna a svolgere con riferimento al primo di questi ambiti rientrano programmi di mentoring focalizzati soprattutto su innovazione (ad esempio in ambito AI, blockchain e cybersicurezza) e sostenibilità, l’espansione dei poli dell’innovazione digitale – ossia sportelli disseminati su tutto il territorio del continente che sostengono le imprese nel miglioramento dei propri processi produttivi – e l’inclusione di una sezione dedicata alle piccole e medie imprese nell’Agenda europea per le competenze 2025. Quanto al secondo punto, si va dalla facilitazione dell’accesso delle PMI a mercati esteri fino ad un nuova regolamentazione per il procurement, passando per lo sviluppo di sistemi di intermediazione che possano accorciare le tempistiche relative alle richieste di aiuto da parte di queste realtà produttive. Del terzo pilastro, dedicato a miglioramenti nell’ambito dell’accesso ai finanziamenti, si parlerà invece nei prossimi paragrafi.

Il ruolo del gruppo BEI nel finanziamento alle piccole e medie imprese

Spostandoci sul lato dei programmi europei di carattere finanziario, è necessario innanzitutto parlare del fondamentale compito che spetta al gruppo della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) – costituito dalla BEI stessa (ossia la banca di sviluppo europea) e dal Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI, istituzione volta in primis ad assicurare la creazione e lo sviluppo di PMI) – e rappresentante l’intermediario finanziario europeo per eccellenza.

Per sostenere il tessuto economico costituito dalle piccole e medie imprese, il gruppo BEI fornisce finanziamenti, tramite strumenti quali prestiti, cartolarizzazioni o garanzie (nonché strumenti di equity e quasi-equity), che aiutano – tramite tassi di interesse più bassi e scadenze più lunghe – a superare il problema dell’accesso al credito attraverso i canali bancari tradizionali, soprattutto laddove questo sembra un ostacolo insormontabile. Considerando soltanto l’anno 2023, ad esempio, il gruppo ha supportato circa 400mila PMI, tramite l’impiego di oltre 31 miliardi di euro, di cui 15 provenienti dal FEI. Gli investimenti messi in atto sono perlopiù strategici, ossia volti ad ambiti prioritari quali sostenibilità, ricerca e sviluppo e digitalizzazione e funzionali, perciò, ad affrontare le sfide che le piccole e medie imprese si trovano di fronte durante il loro percorso di crescita. In questo senso, va sottolineato che il FEI, esperto soprattutto di venture capital e garanzie, si concentra soprattutto sulle PMI più innovative e su quelle nelle fasi iniziali di crescita, impegnandosi – tra le altre cose – ad attrarre finanziamenti privati che possano complementare quelli pubblici.

Un altro aspetto da evidenziare è il fatto che, durante i periodi di crisi economica, il gruppo svolge un ruolo anticiclico, cercando di stabilizzare l’economia ed evitare un collasso delle PMI tramite risposte concrete (non solo a livello di finanziamenti, ma anche di capacity building) alle emergenze, come accaduto ad esempio nel caso della pandemia di Covid e della crisi energetica che ha seguito l’invasione russa dell’Ucraina.

Quanto ai risultati di tali sforzi, è stato dimostrato che, in media, le piccole e medie imprese che beneficiano dei finanziamenti del Gruppo BEI crescono di più in termini di attività e numero di dipendenti rispetto alle imprese comparabili che non ricevono tali sostegni.

Quella delle piccole e medie imprese è dunque senza alcun dubbio l’area di attività principale del gruppo BEI, cui sono dedicate circa la metà delle operazioni della BEI e praticamente tutte quelle del FEI. Parlando degli impatti sulla nostra economia, nel 2023 l’Italia è stata il principale Paese destinatario degli investimenti del Gruppo, con ben 89 operazioni ed un totale di oltre 12 miliardi di euro messi a disposizione; di questi, circa 3 sono stati distribuiti ad oltre 58mila PMI, sfruttando le collaborazioni con banche di sviluppo come Cassa Depositi e Prestiti e gruppi bancari come Intesa Sanpaolo e Unicredit. In generale, tuttavia, il novero dei partner non si limita agli istituti di credito e alle banche di sviluppo, includendo anche società di leasing, fondi di venture capital e private equity, ed angel investors.

InvestEU: un nuovo modo per attrarre investimenti privati

Tra le iniziative più significative in ambito PMI implementate dal gruppo BEI, ed in questo caso in particolare dal FEI, va assolutamente citato il programma InvestEU, lanciato dalla Commissione Europea nel 2021 (e caratterizzato da una durata che si estenderà fino al 2027) con l’obiettivo di accrescere i livelli di investimento in Europa, attraverso la mobilizzazione di investimenti privati – volti ad aiutare l’UE a raggiungere i suoi obiettivi chiave di policy (negli ambiti, ad esempio, della creazione di posti di lavoro, dell’innovazione tecnologica e del contrasto al cambiamento climatico) per oltre 372 miliardi di euro. Ciò si realizza partendo da una garanzia del budget UE di 26.2 miliardi di euro (finanziata dal NextGenerationEU e dalle risorse del quadro finanziario pluriennale 2021-2027), e sfruttando, perciò, un’elevata leva finanziaria.

Tra gli obiettivi facenti capo agli ambiti appena accennati vi è certamente il sostegno alle piccole e medie imprese ed in generale la prosperità del sistema delle PMI europee, tanto che la cosiddetta SME window, ossia una delle “finestre di policy” o ambiti di intervento su cui il programma si fonda (le altre tre sono dedicate, rispettivamente, a ricerca ed innovazione, infrastrutture sostenibili ed investimenti sociali) è basata proprio su di esse: a tale ambito sono dedicati circa 6.9 miliardi dei 26.2 a disposizione, con l’obiettivo di mobilizzarne tra i 95 e i 100 in investimenti privati – da parte di soggetti quali business angels, family offices, fondi di venture capital, fondi pensione e compagnie di assicurazione – attraverso strumenti di equity o debito. 

Il supporto di InvestEU alle piccole e medie imprese – incluse quelle particolarmente innovative e quelle appartenenti al settore culturale e artistico – deriva dall’esperienza pluriennale che l’UE ha accumulato con diversi strumenti finanziari inclusi in programmi europei precedenti come COSME, Horizon 2020, e, ovviamente, Investment Plan for Europe (detto anche “Piano Juncker”, dal nome del Presidente della Commissione che lo aveva lanciato), ossia il predecessore dello stesso InvestEU. Quanto alle PMI che beneficiano dei suddetti finanziamenti, esse sono soprattutto quelle caratterizzate da alti livelli di rischio e quelle che faticano di più (non disponendo di sufficienti garanzie) nell’accesso al credito, nonché quelle che stanno compiendo una transizione da modelli di business ad alto consumo di risorse ed energia verso strategie più sostenibili, quelle nel pieno di una transizione digitale e quelle appartenenti ad ambiti di particolare interesse per l’UE, quali spazio, difesa, sostenibilità e tecnologia.

Se, in base al partenariato stipulato tra Commissione e gruppo BEI, il FEI risulta quale soggetto realizzatore più importante, avendo attuato circa il 75% della porzione di garanzia impiegata finora, non va trascurato il ruolo delle banche nazionali di sviluppo (ad esempio la già citata Cassa Depositi e Prestiti nel caso dell’Italia) da un lato e delle istituzioni locali dall’altro, dal momento che i finanziamenti sono canalizzati a livello di singoli progetti.

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