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Basterà una pillola contro la depressione post partum?

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Negli Usa l’agenzia governativa U.S. Food and Drug Administration (Fda) ha approvato per la prima volta nell’agosto 2023 l’utilizzo di un farmaco per la cura della depressione post partum (DPP) nei soggetti adulti assumibile per via orale. Ma qual è l’importanza di tale innovazione in ambito farmacologico? Si può rispondere a tale domanda analizzando la gravità del fenomeno della depressione post partum, tramite un’analisi delle sue cause e conseguenze, e ponendo particolare attenzione alla situazione in Italia, dove la questione maternità è cruciale per affrontare l’inverno demografico del Paese.

La depressione post partum è stata riconosciuta dalla Fda come una grave forma di depressione che può insorgere principalmente dopo la nascita di un figlio, ma che potrebbe anche svilupparsi nell’ultimo periodo della gravidanza. Nel 2019 la Fda aveva approvato un trattamento per la DPP da effettuare tramite iniezione endovenosa durante un ricovero di tre giorni effettuabile solo in certe strutture sanitarie; mentre, il nuovo farmaco in compresse ha reso più conveniente e accessibile la cura. L’efficacia del farmaco è stata dimostrata tramite studi clinici condotti in diversi istituti, randomizzati, double-blind e controllati con l’uso di un placebo. Così facendo, si otterrà più consapevolezza sui sintomi della malattia e sulle sue conseguenze negli Usa e nel mondo, Italia inclusa.

Come viene definita la depressione post partum?

Il direttore del reparto di psichiatria nel Centro di Valutazione e Ricerca sui Farmaci della Fda ha definito la depressione post partum “una condizione di seria e potenziale minaccia alla salute e alla vita, un momento nel quale ciascuna donna sperimenta tristezza, senso di colpa e di inutilità e, nei casi peggiori, conduce a pensieri riguardanti il ferire sé stessa e/o il bambino”. Inoltre, aggiunge che, a causa della rottura del legame madre-figlio, la depressione potrebbe avere severe conseguenze sulla condizione fisica e sullo sviluppo emotivo dell’infante.

In molti casi, la depressione post partum viene confusa con i baby blues – dove blues indica uno stato malinconico – i quali causano nelle donne un sentimento di tristezza, crisi di pianto, stanchezza e instabilità dell’umore, ma generalmente questi sintomi passano in un paio di settimane. Tale condizione è transitoria e reversibile e di solito è determinata dai cambiamenti ormonali scaturiti dopo la nascita del bebè. Se la depressione si manifesta un paio mesi dopo il parto prende il nome di depressione post partum, o in certi altri casi, quest’ultima è il risultato di condizioni depressive che si protraggono da prima della gravidanza.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il disturbo depressivo è un disturbo mentale sperimentato dal 3.8% della popolazione mondiale; inoltre, nel mondo più del 10% delle donne in gravidanza e delle neomamme soffre di depressione. Grazie all’approvazione del nuovo farmaco la DPP potrebbe essere curata assumendo per due settimane una pillola che in tre giorni dovrebbe già alleviarne i sintomi.

Spesso circolano luoghi comuni sulla depressione post partum, ad esempio che sia un disturbo meno grave di altre tipologie di depressione, che sia solo legata agli ormoni e quindi che sia passeggera o che colpisca solo le donne; in realtà, è una condizione frequente e grave, causata da molti fattori, non transitoria e che colpisce anche gli uomini, si stima che circa il 10% dei padri soffra di DPP entro un anno dalla nascita del figlio.

Uno sguardo alla situazione in Italia

Il periodo della gravidanza e quello perinatale sono i momenti nei quali una donna è più soggetta all’esordio o la ripresentazione di un disturbo dell’umore o di una condizione depressiva. Secondo il Ministero della Salute italiano, quasi l’80% delle donne sperimenta la condizione di baby blues, la quale, però, non è una condizione patologica e non necessita di un intervento terapeutico mirato. Circa il 15% delle neomamme può incorrere in uno stato depressivo molto più grave dei baby blues. Sono più soggette alla DPP le donne che hanno sofferto di ansia o depressione in gravidanza o che in precedenza avevano già presentato disturbi legati alla psiche. Si stima che tra le madri che non ricevono cure, la metà di queste risulta ancora depressa dopo 6 mesi e il 25% ancora dopo un anno dal parto. In Italia, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, ogni anno su 550.000 nascite si registrano circa 46.000 casi di donne che soffrono di DPP.

ANSA riporta le parole della Presidente della Società italiana di Psichiatria, Emi Bondi, che ha definito la depressione post partum una malattia così grave da causare, nelle forme più acute, atti estremi, come quelli di suicidio o infanticidio; mentre, nelle forme meno gravi resta una patologia su cui intervenire per il benessere delle donne e della relazione mamma-bambino. Inoltre, Bondi afferma che, nonostante l’approvazione del farmaco da parte della Fda, sarà necessario attendere l’approvazione dell’Ema (European Medicine Agency) prima di commercializzarlo in Italia.

Da un punto di vista di salute pubblica il Disturbo Depressivo Maggiore – la DPP ne è un’espressione – costituisce uno dei problemi più seri e una delle maggiori fonti di carico assistenziale e di costi per il Servizio Sanitario Nazionale. Anche se in Italia l’incidenza della depressione post-partum è inferiore rispetto a quella internazionale, il problema non può essere ignorato. Finora, ancora troppo spesso i sintomi vengono sottovalutati e non vengono presi nella giusta considerazione dai soggetti affetti o dai medici.

Conseguenze inattese della DPP

La depressione e la psicosi post partum non trattate aumentano il rischio di suicidio e di infanticidio, che sono le complicanze più gravi. Infatti, i problemi relazionali con i figli e la salute mentale instabile spesso portano ad episodi di figlicidi. Si stima che in vent’anni oltre 480 bambini sono morti in Italia per mano dei genitori, sei figlicidi su dieci sono commessi dalle madri dei piccoli. Tali situazioni potrebbero essere prevenute osservando i campanelli d’allarme che si presentano a livello individuale, familiare o situazionale ed evitando di sottovalutare il disagio psichico nel quale una persona potrebbe essere intrappolata. La sindrome DPP non è direttamente collegabile agli infanticidi o ai suicidi delle madri, ma certamente porta al mancato accudimento del neonato. La ridotta responsività e il distacco dal ruolo materno possono sortire un effetto negativo sullo sviluppo cognitivo dei bambini; infatti, potrebbero comprometterne l’apprendimento, la comprensione delle informazioni e lo sviluppo del quoziente intellettivo.

Come intervenire?

L’Italia, secondo i dati ISTAT, conferma che la popolazione residente è in decrescita e che le coppie con figli sono sempre meno, proprio per questo il Governo ha deciso di rendere la questione della maternità una priorità. In tale scenario, è dunque fondamentale far sì che le donne siano consapevoli dei sentimenti che provano durante la maternità e che sappiano come intervenire e dove reperire un sostegno, qualora si presenti una forma di DPP.

La depressione può essere prevenuta con azioni che portino a maggior coinvolgimento e inclusione delle donne sofferenti di tale patologia entro la comunità, e mantenendo l’abitudine di svolgere controlli di routine nei quali si possa parlare apertamente di problematiche (perdita di appetito e di peso, la faticabilità e spossatezza, il mal di testa e i disturbi del sonno) potenzialmente connesse a stati di depressione. È importante che l’individuazione delle donne a rischio di sviluppare condizioni depressive sia tempestiva e che avvenga già durante i programmi di screening effettuati durante la gravidanza; cosicché gli interventi terapeutici possano attuarsi immediatamente sia nel periodo di gestazione, sia in fase post-parto. Inoltre, è necessario che la ricerca farmacologica venga affiancata da un’analisi del contesto e dei fattori intervenienti che incidono sulla depressione, coinvolgendo i medici di base, i pediatri, i neonatologi, gli psichiatri e le ostetriche, in modo che vi sia uno studio sistematico del problema.

*[crediti foto di copertina: Zach Lucero via Unsplash]
Anna Borghetti
Studentessa di Crime & Security Analysis a Milano; studio per amore del sapere e per rendere il mondo un posto migliore. Amante incondizionata del buon cibo e della montagna sin dal 2001.

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