Nelle ultime settimane l’attuale presidente americano Donald Trump ha ripetuto con insistenza la volontà di espandere il territorio americano incorporando al suo interno interi altri Paesi come nel caso del Canada, oppure porzioni di essi, come per il Canale di Panama e soprattutto per la Groenlandia; quest’ultima facente parte del Regno di Danimarca. Queste dichiarazioni hanno provocato diversi malumori tra gli alleati e i vicini degli Stati Uniti. Alla luce di ciò analizziamo il caso della Groenlandia e le motivazioni dietro la volontà dell’attuale amministrazione Trump di entrarne in possesso.
Trump non è estraneo ad esternazioni riguardanti la Groenlandia, così come non lo sono stati gli Stati Uniti durante la loro storia recente. Già durante la precedente amministrazione Trump aveva ventilato, nel 2019, l’idea di acquistarla. Dopo la sua rielezione a novembre le intenzioni di portare la Groenlandia sotto il controllo americano si sono fatte più insistenti e la questione è entrata a far parte del dibattito pubblico e politico americano.
Qual è l’attuale situazione politica in Groenlandia?
La Groenlandia è la più grande isola del mondo e ha alle spalle una lunga storia di colonizzazioni. Il periodo coloniale danese vero e proprio parte nel 1721 con le missioni cristiane guidate da Hans Egede per convertire i popoli indigeni dell’isola. La Groenlandia diventa parte del Regno di Danimarca nel 1814 con il Trattato di Kiel, seguito al conflitto con la Svezia e relativa sconfitta avvenuta sullo sfondo delle Guerre Napoleoniche. In precedenza la Groenlandia apparteneva alla Norvegia, la quale si trovava in un’unione personale con la Danimarca. Con la firma del Trattato la Norvegia viene ceduta alla Svezia, ma Groenlandia, Islanda e Isole Faroe restano sotto il dominio danese. La Groenlandia smise di essere una colonia danese solo nel 1953. Il periodo coloniale danese è stato segnato da molte controversie, tra le quali lo sfruttamento economico dell’isola e la modernizzazione forzata, che hanno danneggiato le sue tradizionali strutture sociali facendo aumentare il desiderio d’indipendenza dell’isola. Dopo il 1953 la Groenlandia acquistò crescente autonomia dal governo di Copenhagen con l’introduzione dell’Home Rule Act nel 1979, e con il Self Government Act del 2009. Attualmente ambiti fondamentali quali la politica estera e di difesa della Groenlandia rimangono ancora sotto il controllo della Danimarca, nonostante la Groenlandia abbia voce in capitolo sulle questioni che la riguardano direttamente. L’obiettivo principale di vari leader groenlandesi è sempre stato e tuttora rimane l’indipendenza dell’isola sia dalla Danimarca che dalle recenti velleità americane. Questa va però bilanciata dal fatto che almeno per il momento la Groenlandia non è sufficientemente forte dal punto di vista economico per sostenere la propria autodeterminazione.
Perchè gli Stati Uniti vogliono la Groenlandia?
Gli Stati Uniti desidererebbero controllare la Groenlandia in quanto questa si trova in una posizione strategica nell’Artico, rendendola il crocevia privilegiato per varie rotte commerciali e permettendo all’isola di essere un asset vitale anche dal punto vista militare.
La sua posizione la rende in grado di controllare due potenziali rotte marittime che attraversano l’Artico. La prima è il Passaggio a Nord-Ovest, che si dirama lungo la costa settentrionale del continente nordamericano, la seconda è la cosiddetta Transpolar Sea Route che collega Oceano Pacifico e Oceano Atlantico attraversando direttamente l’Oceano Artico a nord della Russia. Quest’ultima rotta potrebbe evitare colli di bottiglia marittimi quali il canale di Panama e il canale di Suez, rendendo il commercio via mare dall’Asia verso occidente più veloce e meno costoso. Queste due rotte sono attualmente impercorribili a causa del ghiaccio e del tempo inclemente che le caratterizzano, ma con lo scioglimento della calotta artica a causa del cambiamento climatico si può ipotizzare che in futuro diverranno percorribili e finanziariamente lucrative. La Groenlandia si trova in una posizione privilegiata per agire da base di appoggio logistica per queste due rotte, controllando l’Oceano Artico.

Il potenziale economico dell’isola non si esaurisce solamente con la sua posizione al centro dell’Artico. La Groenlandia infatti presenta notevoli potenzialità per quello che riguarda l’approvvigionamento di acqua dolce, la pesca e soprattutto si stima abbia un sottosuolo ricco di risorse naturali. Tra queste figurano principalmente le terre rare necessarie per la transizione energetica. I Paesi occidentali, in particolare gli Stati Uniti, vedono in questi depositi un’ulteriore possibilità per diminuire la propria dipendenza dalla Cina circa l’approvvigionamento di materie prime ritenute critiche per l’economia moderna. La stessa Cina si era già interessata alle risorse minerarie groenlandesi, ma un suo progetto estrattivo si era concluso in un nulla di fatto dopo che il governo groenlandese aveva messo al bando l’estrazione di uranio. Oltre a terre rare e minerali la Groenlandia potrebbe ospitare vasti giacimenti di petrolio e gas naturale, soprattutto al largo della costa. Nonostante la ricchezza del sottosuolo dell’isola attualmente, alla luce delle difficoltà ambientali che rendono costosa e complessa l’attività estrattiva, la Groenlandia ha solo due miniere attive. Preoccupazioni legate all’impatto sull’ambiente e all’effettiva possibilità di portare avanti progetti minerari a causa delle condizioni climatiche rendono la questione delle risorse del sottosuolo dell’isola un interrogativo. Da alcuni l’estrazione mineraria viene vista come un modo per rendere l’isola indipendente prima dal punto di vista economico e successivamente politico, mentre altri sono restii a distruggere ulteriormente il delicato ecosistema e le modalità tradizionali di sostentamento dell’isola.
La Groenlandia, inoltre, sempre per via della sua collocazione nell’Oceano Artico occupa una posizione militarmente strategica.
L’isola ospita la base spaziale di Pituffik, nota con il nome precedente di base aerea di Thule, della United States Space Force, il ramo delle forze armate americane istituito dalla precedente amministrazione Trump che si occupa di questioni legate allo spazio.
La Groenlandia e le sue installazioni militari hanno un ruolo chiave nella sorveglianza dell’Artico e nell’allerta e difesa missilistiche da possibili attacchi verso gli Stati Uniti e altri Paesi NATO. Inoltre la Groenlandia fa parte del cosiddetto GIUK Gap, un collo di bottiglia segnato da Groenlandia, Islanda e Regno Unito che ha una valenza fondamentale per quello che riguarda la guerra antisommergibile nel Nord Atlantico e nell’Oceano Artico, soprattutto in chiave antirussa.
In che modo gli Stati Uniti potrebbero ottenere la Groenlandia?
Nel caso in cui l’amministrazione americana sia seriamente intenzionata ad ottenere il controllo della Groenlandia possiamo immaginare una serie di scenari a riguardo.
Il primo scenario contempla un acquisto della Groenlandia da parte degli Stati Uniti.
L’acquisto di territori da Paesi stranieri non è nuovo agli Stati Uniti. Tra le transazioni più famose si annoverano il Louisiana Purchase con la Francia e l’acquisto dell’Alaska dalla Russia. Inoltre, gli Stati Uniti hanno già acquistato territori danesi in passato. Nel 1917 gli Stati Uniti hanno ottenuto il controllo sulle attuali Isole Vergini, conosciute in precedenza come Indie Occidentali Danesi, pagando 25 milioni di dollari dell’epoca, circa mezzo miliardo di dollari attuali. Nemmeno la Groenlandia è nuova a tentativi di acquisto da parte americana. Oltre alle dichiarazioni del presidente Trump nelle scorse settimane e nel 2019, gli Stati Uniti hanno discusso di acquistare l’isola nel 1867, 1912, 1946 e 1955.
Nonostante l’interesse americano le autorità danesi e groenlandesi hanno sottolineato espressamente come l’isola non sia in vendita. Mettendo da parte questa, importante, precisazione possiamo però speculare su quale sarebbe il costo di un’operazione del genere. Stime recenti variano da qualche decina di miliardi ad oltre un trilione di dollari.
Un altro scenario, il più estremo, include l’uso della forza da parte americana per assumere il controllo dell’isola. L’8 gennaio 2025 la vice portavoce del Pentagono, Sabrina Singh, ha affermato di non essere a conoscenza di nessun piano d’invasione dell’isola nel caso in cui ciò venga ordinato. Questo commento è emerso dopo che il giorno precedente il presidente eletto Donald Trump aveva affermato di non escludere di ricorrere alla forza militare per assumere il controllo dell’isola oltre che del Canale di Panama. Il 14 gennaio il candidato nominato da Trump per la posizione di Segretario della Difesa, Peter Hegseth, ha affermato, durante l’audizione per la nomina presso il senato, che non avrebbe fornito dettagli a riguardo in pubblico.
Attualmente la capacità da parte della Danimarca di difendere la Groenlandia è molto limitata. Il contingente danese dispone di circa una dozzina di uomini dell’unità Slædepatruljen Sirius di pattuglie con slitta, oltre a quattro pattugliatori della marina e ad un aereo per la sorveglianza. In risposta a ciò il governo danese ha proposto l’acquisto di due nuove navi destinate a sorvegliare l’Artico e di voler aumentare il numero di pattuglie con slitta per rafforzare la propria presenza militare nell’area.

Una possibile invasione americana della Groenlandia si dovrebbe misurare con il fatto che sia gli Stati Uniti che la Danimarca sono membri della NATO e quindi entrambi coperti e legati dalle predisposizioni dall’Articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico. Quest’ultimo considera un attacco armato verso uno dei membri dell’alleanza come un attacco nei confronti di tutti. Si verrebbe a creare una situazione paradossale in quanto in caso venga invocato l’Articolo 5 tutti i membri della NATO dovrebbero concordare all’unanimità a riguardo; ciò sarebbe impossibile in quanto gli Stati Uniti, essendo membro della NATO, voterebbero in senso contrario. Un altro articolo rilevante è l’Articolo 8 nel quale si afferma che ciascuno dei membri dell’alleanza si impegna a non entrare in conflitto, tramite i propri impegni internazionali, con il Trattato. Nel caso gli Stati Uniti attaccassero la Danimarca allora violerebbero l’Articolo 8. Legalmente la situazione si presenta come estremamente complessa in quanto non è mai stata considerata come una possibilità. La Danimarca potrebbe avvalersi della clausola di mutua difesa di cui gode in quanto membro dell’Unione Europea visto l’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione Europea, ma queste garanzie di sicurezza non presentano basi solide a causa della mancanza di una struttura militare che le possa rendere effettive. Inoltre la Groenlandia potrebbe non rientrare nell’articolo 42.7 in quanto considerata tra gli Overseas Countries and Territories e quindi non coperta dal Trattato.
Una guerra d’aggressione nei confronti di un alleato NATO sarebbe estremamente impopolare sia tra la popolazione che tra i vertici delle forze armate americane, oltre che avere conseguenze estremamente gravi sul medio-lungo termine.
Uno scenario più pacifico vedrebbe gli Stati Uniti adoperare pressioni di tipo economico nei confronti della Danimarca per ottenere concessioni sulla Groenlandia. Ciò potrebbe accadere tramite sanzioni o tramite l’imposizione di tariffe sulle merci danesi. In una telefonata con il primo ministro danese Mette Frederiksen, Donald Trump le ha comunicato che gli Stati Uniti non hanno intenzione di rimuovere dal ventaglio delle opzioni l’uso di tariffe o pressioni economiche sulla Danimarca.

Questo scenario scatenerebbe una guerra economica e commerciale tra Stati Uniti, Danimarca ed eventualmente Unione Europea che andrebbe ad impattare in maniera fortemente negativa le economie delle parti coinvolte.
Cosa significa tutto ciò per l’Europa?
La volontà espansionistica americana ha dei precedenti nella storia e non rappresenta un unicum, ma finora era apparso improbabile che tali velleità riemergessero così crudamente.
Attualmente appare difficile speculare su quanto effettivamente l’amministrazione Trump sia seriamente intenzionata a procedere per ottenere il controllo della Groenlandia, nonostante l’insistenza delle dichiarazioni del presidente stesso oltre che di vari esponenti politici americani.
Le esternazioni talvolta erratiche di Donald Trump e alcune azioni di persone legate all’attuale amministrazione americana hanno fatto preoccupare i Paesi europei, i quali hanno visto il loro maggior alleato trasformarsi nottetempo in un potenziale rivale, adoperando una retorica che va contro decenni di sviluppo di relazioni bilaterali tra le due sponde dell’Atlantico. Alla luce di ciò gli Stati Uniti non possono essere considerati, per il momento, come un partner totalmente affidabile. Questa situazione dovrebbe spingere i Paesi europei e in particolare l’Unione Europea a rafforzare la collaborazione e l’intesa collettiva, permettendo di sviluppare le proprie capacità in ottica di una possibile indipendenza strategica economico-militare dagli Stati Uniti.
Non appare improbabile pensare che per ottenere la Groenlandia e altri territori d’interesse, gli Stati Uniti rischino di compromettere in modo significativo i propri rapporti con gli alleati europei e non solo. Da ciò si può ipotizzare, anche alla luce di quanto detto in precedenza, che almeno nel medio termine si assisterà ad un cambiamento nelle relazioni atlantiche.





