AnalisiConflitti e proteste

Crisi in Ucraina: così il mondo è finito a guardare a Kiev

Visita alla Nato dal deputato del Primo Ministro ucraino [crediti foto: Nato via Fickr]

Da inizio dicembre 2021 la cronaca, come anche molti esponenti politici, ha parlato  giornalmente della crisi dell’Ucraina e oggi, 22 febbraio, ci svegliamo con la notizia del riconoscimento dell’indipendenza delle due repubbliche del Donbass dalla Federazione. L’invasione del suo vicino, a prima vista, non porterebbe grandi vantaggi alla Russia, che si troverebbe ulteriormente isolata dall’Europa, sanzionata dal blocco Euro-Atlantico e rischierebbe di costringere la Nato a intervenire nel caso la minaccia si facesse più pressante al confine con l’Unione Europea. Tuttavia, un’analisi più approfondita rivela che la strategia russa vorrebbe riportare l’attenzione su argomenti cari al Cremlino che sono stati eclissati per quasi vent’anni: l’espansione della Nato verso Est e il ruolo della Russia nel nuovo ordine mondiale. 

Come il conflitto freddo si è scaldato?

Ricordiamo che la guerra in Ucraina era diventata, a tutti gli effetti, un conflitto freddo da quando erano stati negoziati gli accordi di cessate il fuoco di Minsk (2014) e Minsk II (2015), a seguito della secessione non autorizzata di Lugansk, Donetsk e Crimea (l’unico territorio che è stato poi annesso ufficialmente alla Russia). Tali accordi sono stati ripetutamente violati, soprattutto dalle forze separatiste, portando a combattere il conflitto in una forma più lieve ma costante.

La crisi ucraina che affrontiamo oggi è sfociata a seguito del dispiegamento, da parte di Mosca, di oltre 100.000 soldati vicino ai confini dell’Ucraina agli inizi di dicembre 2021, sebbene quest’ultima abbia affermato che tale azioni non dovessero suggerire la sua volontà di invadere o attaccare il Paese. Di fronte allo sgomento dei Paesi occidentali, la Russia ha eseguito varie esercitazioni militari con la Bielorussia e ha continuato il dispiegamento di altre forze in zone strategiche. Tali azioni sono state considerate da Washington come un chiaro tentativo di “escalation” verso un’invasione.

L’unico modo, secondo il Cremlino, di allentare le tensioni sarebbe che la Nato, ma in particolare gli Stati Uniti, accettino che Kiev venga esclusa dall’Alleanza atlantica, che la stessa organizzazione ponga fine a qualsiasi attività militare nell’Est Europa e ritiri i propri battaglioni multinazionali dalla Polonia e dagli Stati baltici, e che non vengano dispiegate armi dell’Alleanza vicino ai confini russi. Il 26 gennaio, Washington e l’Alleanza hanno respinto le richieste della Russia in toto. 

Gli ultimi aggiornamenti della crisi

Negli ultimi giorni erano state registrate svariate violazioni ai termini del cessate il fuoco degli accordi di Minsk da parte dei separatisti, tra cui anche esplosioni in centri abitati. Continuava anche l’evacuazione dei civili nelle zone di guerriglia, mentre Gran Bretagna e Stati Uniti avevano accusato Mosca di un attacco informatico alle banche e gli enti governativi dell’Ucraina, avvenuto il 18 febbraio. In una dichiarazione del 15 febbraio, nonostante persegui ancora la speranza di continuare il dialogo diplomaticamente, la Nato ha disposto truppe, navi e aeroplani nell’Est Europa come deterrenza e prevenzione di un’eventuale invasione russa su larga scala. Il mancato allentamento (de-escalation) dei corpi militari russi ha portato a credere che fosse imminente un’azione bellica da parte del Cremlino. La sera del 21 febbraio, la Russia ha riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk.

Presidente Vladimir Putin in una conferenza al Cremlino [crediti foto: via Max Pixel]
Presidente Vladimir Putin in una conferenza al Cremlino [crediti foto:  Max Pixel CC0 1.0]

Perché questo fermento? Lo sfruttamento della zona grigia

Quando la Russia si è mossa a sostegno, anche se non ufficialmente, delle forze separatiste dell’Ucraina orientale, ha agito per proteggere le linee rosse poste come limite ultimo al crescente avanzamento dell’Alleanza Atlantica alle sue porte, una strategia che aveva già sostenuto in precedenza con l’invasione della Georgia nel 2008. Sebbene abbia subito conseguenze gravi a seguito delle sanzioni e dell’isolamento diplomatico dal Vecchio Continente, il Cremlino ritiene di fondamentale importanza difendere tali linee, avendo già in passato concesso troppo dopo la caduta dell’Unione Sovietica.

Tuttavia, diversamente dalla Georgia, Mosca sa bene di dover agire con maggiore cautela con l’Ucraina, essendo confinante con più Paesi membri della Nato che temono di rivivere la minaccia russa ai propri confini. Per questo motivo, il coinvolgimento della Russia è stato sempre negato dalle autorità della Federazione e, dove possibile, defilato, fino alla creazione di una zona grigia che avrebbe potuto conseguirle delle concessioni dal blocco Euro-Atlantico senza dover necessariamente intraprendere una guerra.

Dal 2014, è evidente che Mosca abbia guadagnato poco dalla situazione corrente e, con una ripresa mondiale dalla pandemia, è più che probabile che Kiev spinga più prepotentemente per essere annessa al blocco Atlantico. Ciò anche visto l’emendamento alla sua Costituzione nel 2019, Articolo 85, il quale enuncia ufficialmente tra gli obiettivi strategici dell’Ucraina la volontà di diventare un membro effettivo dell’Ue e della Nato. Essendo inaccettabile che Putin ammetta la sconfitta su questo fronte, rivitalizzare il conflitto potrebbe essere una buona strategia di deterrenza per poter rivendicare i propri diritti sul territorio e sui suoi principi di difesa.

Oltre l’Ucraina

Come spesso accade, si tende a contestualizzare le azioni della Russia meramente nel presente, quando i suoi obiettivi potrebbero in realtà essere più ampi. Infatti, le rivendicazioni portate avanti dal Cremlino denunciano altri scopi che vanno oltre il mantenimento dell’Ucraina nella sua sfera di influenza e che mirano, nel suo insieme, a ridurre il peso della Nato nell’Europa orientale, che ha preso troppo piede dalla fine dell’Unione Sovietica.

Non a caso, in questi giorni è stato rinvenuto un documento risalente alla conferenza di Bonn del 1991 (conosciuta anche come la “2+4 talks”) riguardante l’unificazione della Germania, il quale testimonia l’impegno di Londra, Parigi, Bonn e Washington di non espandere la Nato oltre i confini tedeschi, e che dimostra, inoltre, la poca affidabilità dei Paesi occidentali su tali argomenti. 

L’Ucraina, allora, assume un’altra forma, ossia di essere il terreno di gioco in cui la Russia può costruirsi un nuovo ruolo geopolitico in questo ordine mondiale in evoluzione, minacciando di poter arrivare anche a usare la forza per raggiungere i suoi obiettivi. Inoltre, la questione ucraina sta attirando l’attenzione anche di altri Paesi, come la Turchia, l’Iran, la Cina, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, e il Giappone che condividono, anche se in maniera diversa, la necessità di instaurare un nuovo sistema internazionale multipolare.

Cina, attento spettatore

A questo proposito, la recente dichiarazione congiunta prodotta dai Capi di Stato russo e cinese, in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Pechino, è degna di nota. I punti più salienti del testo sono sicuramente il supporto alla comune idea di plasmare un mondo multipolare e che la Russia consideri Taiwan una “parte inalienabile” della Cina. Sebbene il documento non definisca i due Stati come alleati e non citi direttamente l’Ucraina, entrambi i Paesi dichiarano di opporsi all’espansione della Nato. Pechino si guarda bene dal sostenere ufficialmente Mosca sulla questione ucraina, ma è innegabile che stia seguendo con attenzione le negoziazioni con gli Stati Uniti e che l’intesa tra Cina e Russia potrebbe espandersi ulteriormente nel campo militare e tecnologico. 

Sessione Nato con i ministri di difesa, Georgia e Ucraina [crediti foto: Nato via Flickr]
Sessione Nato con i ministri di difesa, Georgia e Ucraina – 17 febbraio 2022 [crediti foto: Nato via Flickr CC BY-NC-ND 2.0]

Usa e Ue si faranno coinvolgere?

Gli Stati Uniti sono in prima linea nelle negoziazioni con la Russia e hanno dichiarato il loro intento di fortificare le relazioni con l’Ucraina e di proteggerne l’integrità territoriale, sopratutto dopo gli avvenimenti del 21 febbraio; allo stesso tempo il Segretario di Stato Antony Blinken ritiene che “la diplomazia sia l’unico modo responsabile di risolvere la crisi” escludendo così un intervento armato. La mobilitazione delle truppe Nato si aggira sui confini dei Paesi membri. Tuttavia Washington è decisa a far pagare a caro prezzo qualsiasi azioni bellica intrapresa da Mosca, ma si dovrà confrontare con gli interessi dei Paesi europei che, invece, restano più cauti e vorrebbero evitare un’ondata di sanzioni.

Da un sondaggio dell’European Council on Foreign Relations emerge che una maggioranza degli europei non consideri più tanto remota una guerra in Europa e che sia necessario rispondere all’aggressione. Tuttavia, anche le paure relative a un’invasione su media-larga scala cambiano da Paese a Paese. La dipendenza energetica dell’Europa nei confronti della Russia è sicuramente un punto focale che porta Stati, come l’Italia e la Germania (i cui livelli di importazioni di gas sono tra i più alti), a interessarsi particolarmente alla questione. In Italia, come in altri Paesi europei, emerge una risposta eterogenea, in cui i cittadini vorrebbero vedere il Belpaese a sostegno di Kiev, ma allo stesso tempo non vorrebbero che ne derivi una nuova crisi economica e una mancanza di fornimenti di gas. 

Gli scenari dell’attacco all’Ucraina

A seguito dei recenti sviluppi, è necessario interrogarsi su come possa evolversi la situazione. Il Corriere della Sera ha fornito quattro scenari su come potrebbe iniziare la guerra. Il più probabile è un’azione simile alla Crimea, nella quale Mosca annetterebbe ufficialmente il Donbass alla Federazione; in effetti, la regione è di fatto sotto il controllo russo dal 2014 e, con il riconoscimento di indipendenza delle repubbliche separatiste, non sarebbe che una formalità. Da qui, è possibile che la Russia voglia espandersi verso il Sud e prendere possesso anche del Mar d’Avov, utile per finalmente risolvere l’isolamento della Crimea, ad oggi collegata al resto della Federazione da un solo ponte. Ancora più strategico sarebbe continuare l’offensiva sul Mar Nero e andare alla volta di Odessa, porto di grande importanza per l’Ucraina. Infine, il più temibile, ma anche il meno probabile, degli scenari sarebbe un attacco alla capitale Kiev, che porterebbe al rovesciamento del governo Zelensky.   

Una nuova guerra fredda?

Senza dubbio la situazione è molto delicata e, nel caso di un conflitto su larga scala, tutte le parti coinvolte avrebbero da perderci. È probabilmente il punto su cui il Cremlino sta giocando maggiormente e, quindi, guadagnarci mostrandosi aggressivo senza effettivamente innescare una guerra. Lucio Caracciolo, direttore della rivista geopolitica Limes, non considera realistica la prospettiva di una guerra, sia perché sarebbe un gesto sconsiderato da parte dell’autocrate russo di estendere il conflitto, sia per la presenza di un canale di negoziazione che quantomeno servirà ad acquietare gli animi ed evitare le armi. Anche Dario Fabbri, giornalista e analista geopolitico, spinge sul fatto che nessuno voglia la guerra e che essa sia plausibile solo se entrerebbero in gioco altri fattori imponderabili. Tuttavia, le tensioni sono molto alte e se la Russia si spingesse oltre, specialmente nel caso attaccasse Kiev, innescherebbe una paura generale nel Vecchio Continente che potrebbe essere fatale. Non possiamo fare un perfetto parallelismo con la Crisi Missilistica di Cuba, ma è indubbio che la presenza minacciosa di Mosca vicino ai confini della Nato porterebbe a una nuova era di inquietudini.

 

*Visita alla Nato dal deputato del Primo Ministro ucraino, 20 gennaio 2022 [crediti foto: Nato via Fickr CC BY-NC-ND 2.0]
Condividi:

Post correlati