Gli ultraortodossi, che si differenziano dal resto degli ebrei israeliani per l’osservanza ultraortodossa, appunto, dei precetti della Torah, rappresentano il 13% della popolazione totale d’Israele, ammontante a poco meno di 10 milioni di cittadini. Lungi dall’essere politicamente irrilevante, questo gruppo minoritario è riuscito a massimizzare la propria crescita demografica e, di pari passo, la propria influenza sullo scacchiere politico. Oggi, insieme agli estremisti religiosi, gli ultraortodossi sono alleati di governo chiave per Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, senza i quali la maggioranza non avrebbe i numeri per andare avanti.
In contrapposizione all’interconnessa società israeliana gli ultraortodossi hanno costituito una società teocratica chiusa in cui i rabbini, talvolta direttamente coinvolti nella politica nazionale, esercitano una forte influenza sugli stili di vita, sulle opinioni e sulle intenzioni di voto delle loro comunità. Negli ultimi cinquant’anni, infatti, gli ultraortodossi hanno deciso, gradualmente e deliberatamente, di segregarsi dal resto del Paese per vivere in una manciata di centri urbani ad alta densità abitativa. Le occasioni di contatto con il resto del Paese, specialmente con gli israeliani secolari, sono pressoché inesistenti. Tuttavia, questo non era affatto il caso nei tre decenni che seguirono la creazione dello Stato d’Israele nel 1948, e l’alleanza con il governo estremista del primo ministro Benjamin Netanyahu segna l’inizio della terza fase nella parabola storica ultraortodossa.
L’ascesa degli auto-emarginati (1948-1977)
In una contraddizione apparente, i cittadini religiosamente più osservanti d’Israele non vollero avere nulla o quasi nulla a che fare con l’appena costituito Stato Ebraico. Alcuni, gli anti-sionisti, perché ne rifiutavano i presupposti e quindi l’esistenza stessa, sostenendo che agli ebrei fosse proibito possedere uno stato proprio fino all’arrivo del messia. Gli altri, i non-sionisti, perché ne rifiutavano la natura secolare incarnata dal social-sionismo del partito laburista Mapai di David Ben-Gurion, padre fondatore d’Israele e più volte primo ministro, secondo per longevità politica solo a Netanyahu. Tuttavia, circostanze storiche e pratiche portarono Agudat Yisrael, il movimento non-sionista ultraortodosso dell’epoca, a firmare la Dichiarazione d’Indipendenza di Ben-Gurion ed a partecipare al governo dello neofondato stato israeliano fino ai primi anni ’50, a patto che, come accadde, alcune richieste fossero accolte.
Le ragioni per cui, ancora oggi, gli ultra-ortodossi sono esentati dal servizio militare obbligatorio universale e controllano autonomamente un sistema educativo esclusivo, o il motivo per cui non si trova alcun trasporto pubblico dall’aeroporto Ben-Gurion a Tel Aviv durante lo Shabbat, hanno origine nell’ormai lontano 1948. Ciononostante, gli ultraortodossi del tempo erano integrati nel tessuto sociale israeliano, seppur la rigorosa osservanza della religione giudaica li rendesse un gruppo sociale ben distinguibile. Eppure con il crescere dell’attrattività della moderna società edonistica dei consumi, gli ultraortodossi si ritirarono dalla nascente società israeliana per condurre una vita sempre più insulare. Disillusi dalla direzione che Israele stava prendendo, fondarono le loro città lontano dal resto degli israeliani e fu solamente nel 1977 che si vide la loro riapparizione in successive coalizioni di governo.
La ricetta demografica della “Società degli studiosi” (1977-2022)
Nel 1977, Israele elesse il suo primo governo di destra, ponendo fine al dominio trentennale del blocco politico socialista-sionista di Ben-Gurion. Così, con l’aiuto di Agudat Yisrael, l’ideologia revisionista-sionista del partito Likud, radicata in una mentalità coloniale di stile europeo nei confronti dei palestinesi, uscì finalmente allo scoperto. Sfruttando l’emergere di un moderno sistema politico bipolare, gli ultraortodossi furono nuovamente in grado di trarre vantaggio delle istituzioni dello Stato per mandare avanti la propria agenda politica. Infatti, grazie alla flessibilità ideologica sulla questione palestinese, il principale punto di divisione tra socialisti- e revisionisti-sionisti, i loro pochi seggi alla Knesset divennero di fondamentale importanza per formare qualsiasi coalizione di governo. In altre parole, dal 1977 prese piede una competizione tra destra e sinistra per ottenere i seggi ultraortodossi, talvolta concedendo cospicui sussidi, fondi per l’istruzione e la costruzione di alloggi dedicati, o altre concessioni riguardanti la relazione tra religione e Stato.
Rispetto al passato, quando la dedizione a vita allo studio del giudaismo era riservata a una minoranza dei suoi membri, oggi non solo ci si riferisce agli ultraortodossi come facenti parte di una società a parte ma spesso ci si riferisce a quest’ultima come la “società degli studiosi”. È infatti diventata una consuetudine che tutti gli uomini intraprendano studi religiosi nelle yeshiva, istituzioni di istruzione superiore ultra-ortodosse, fino ai tardi trent’anni e l’inizio dei quaranta. Per legge, ciò è diventato un prerequisito imprescindibile al fine di evitare la leva militare obbligatoria ed è inoltre stato incentivato da un generoso sistema di stipendi mensili che vengono concessi agli studiosi ultra-ortodossi, a patto che non intraprendano nessun’altra occupazione durante tutto il periodo dei loro studi. Le donne, invece, che in media si uniscono in matrimonio all’età di ventitré anni, sono ampiamente responsabili di prendersi cura di famiglie numerose, che in media contano 6,5 figli, ben al di sopra dei 2,5 delle altre famiglie israeliane. Non per caso, a causa di questi numeri, la società ultra-ortodossa beneficia in modo sproporzionato di un generoso sistema universale di supporto alla natalità.
È comunemente accettato che la “società degli studiosi” non sarebbe cresciuta a tal punto se non fosse stato per la massiccia e sproporzionata redistribuzione della ricchezza prodotta dalla forza lavoro altamente qualificata dei centri economici. La “società degli studiosi” è dunque diventata sinonimo di povertà sistemica e di un gravoso onere per le casse dello Stato. Infatti, mentre le donne mostrano un tasso di occupazione nella media ma guadagnano meno, l’assenza di matematica e inglese, così come il tempo eccessivo trascorso nelle yeshiva, rende gli uomini meno attraenti nel mercato del lavoro, con solamente la metà in grado di trovare impiego una volta terminati gli studi. Di conseguenza, per sfuggire alla povertà, la società ultra-ortodossa rimane dipendente dalla capacità dei politici ultraortodossi di sovvenzionare la “società degli studiosi” tramite la politica, qualcosa che rimane quindi la priorità numero uno di tutti i loro rappresentanti eletti.
Nel periodo 2009-2019, la percentuale di famiglie ultraortodosse che vivevano sotto la soglia di povertà ha oscillato tra il 44% e il 53% malgrado gli aiuti statali. Il vero successo delle politiche a supporto della “Società degli studiosi” si riscontra però nella crescita demografica che ne ha permesso. Nello stesso arco temporale, infatti, gli ultraortodossi sono cresciuti più velocemente di ogni altro gruppo in Israele, passando da 750.000 a 1.125.000 individui, fino a raggiungere 1.335.000 nel 2023. I demografi prevedono che nel 2050 la popolazione israeliana aumenterà del 70% oltrepassando la soglia dei 15 milioni. Gli ultraortodossi saranno 3,8 milioni, un quarto del totale e prevalentemente giovani o giovanissimi.
La definitiva svolta a destra (2022-)
La rivoluzione della composizione demografica del Paese sta avendo effetti profondi già oggi e ci può aiutare a razionalizzare perché gli ultraortodossi sono complici dell’inesorabile deriva autoritaria verso cui, dal 2022, il governo in carica sta portando Israele. Negli ultimi vent’anni, dominati dal Likud di Netanyahu, i partiti ultraortodossi si sono gradualmente allineati con la destra, ormai netta maggioranza nel Paese. Al contempo due cose sono successe. Da una parte, la crescente ostilità del blocco anti-Netanyahu per l’esenzione dalla leva militare obbligatoria per gli ultraortodossi e la crescita economicamente insostenibile degli aiuti verso quel settore della popolazione. Dall’altra, la difficoltà dei leader ultraortodossi “moderati” di indirizzare il flusso di voti, specialmente dei giovani, che sempre più si spostano verso partiti estremisti ortodossi, oggi per la prima volta al governo insieme a quelli ultraortodossi.
In altre parole, l’unico blocco politico disposto a sovvenzionare l’espansione controllata della “Società degli studiosi” è diventato quello che si coagula intorno Netanyahu. Per di più, se questo governo riuscirà davvero a porre fine alla tradizione democratica di Israele, gli ultraortodossi potranno tentare di imporre con maggiore forza i loro costumi sulla popolazione secolare. La maggioranza femminile e la comunità Lgbtqia+, per esempio, sanno che i loro diritti sono in grave pericolo. Non solo questo governo ma Israele stesso, che ne è lo specchio, sta diventando inoltre un Paese sempre più (ultra) ortodosso, con una forte propensione all’inequivocabile colonizzazione e annessione dei territori palestinesi. Ad inizio 2023, il 73% degli ebrei israeliani tra i 18 ed i 24 anni si identificava con la destra del governo, rispetto al 46% degli over 65.
Non si può ancora dire con certezza, ma con alta probabilità Israele sta seguendo la strada che porta alla teocrazia, in cui i governanti, siano essi ultraortodossi, ortodossi, o imbevuti dell’ideologia che guida Netanyahu stesso, si ergono a rappresentanti di una volontà divina.





