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Unione europea e disinformazione: affrontare le ingerenze straniere

Nel marzo 2022, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, inizia a circolare una foto che mostra due bandiere issate su un edificio governativo: una ucraina e una nazista. Nella marea di informazioni da cui siamo sommersi ogni giorno, vedere questa immagine potrebbe indurre ad un’inconscia connessione tra i due concetti, legittimando la narrazione di Mosca della ‘denazificazione’ dell’Ucraina. Questo edificio, però, non esiste: la foto è in realtà estrapolata dal set di un film del 2012 e fatta circolare dai canali social russi.

Il 52% dei cittadini dell’UE afferma di essere ‘abbastanza sicuro’ di saper riconoscere la disinformazione nel momento in cui la incontra. Tuttavia, identificare i tentativi di manipolazione può non essere semplice e, con i progressi tecnologici, evolvono anche le tattiche. La disinformazione è una minaccia reale per la sicurezza da cui l’Unione Europea non è immune, come reso evidente dal recente Russiagate che ha scatenato timori per il possibile inquinamento delle prossime elezioni del parlamento europeo.

Il Russiagate

Il 27 marzo, un’indagine congiunta condotta dall’intelligence polacca e ceca ha portato al sequestro di 48,5 mila euro e 36 mila dollari volti a finanziare iniziative filorusse e campagne mediatiche nei paesi dell’Unione.

Il report dell’intelligence polacca menziona la piattaforma Voice of Europe, un sito di disinformazione che avrebbe pagato politici dell’Unione Europea per promuovere propaganda filorussa. Il portale, che ora opera dal Kazakistan, ha anche un account su X (ex Twitter) con 180 mila follower, che si propone di riportare “Notizie dalla rete senza censura dall’Europa e dal mondo”. Le autorità hanno identificato l’oligarca e politico ucraino filorusso Viktor Medvedchuk come capo dell’attività. Medvedchuk è stato inserito nella lista di persone sanzionate, insieme all’attività Voice of Europe s.r.o., con sede in Repubblica Ceca, e al socio e gestore del sito Artem Pavlovich Marchevskyi.

Voice of Europe aveva condotto interviste sul proprio canale YouTube a 13 europarlamentari appartenenti al Partito Popolare Europeo, ai Conservatori e Riformisti Europei e a Identità e Democrazia, come il candidato di punta di Alternative für Deutschland (AfD) Maximilian Krah, oltre ad alcuni non affiliati. Al momento, non ci sono prove che questi individui siano stati pagati per partecipare alle interviste, ma media cechi hanno citato l’intelligence nel confermare il coinvolgimento di alcuni europarlamentari di diverse nazionalità. Anche il primo ministro belga Alexander De Croo ha affermato che tra i politici coinvolti ci sarebbero dei membri del parlamento europeo.

In particolare, i media tedeschi e cechi hanno riportato che il candidato Petr Bystron, membro di AfD, sarebbe coinvolto nel caso. Bystron ha negato in una lettera indirizzata ai leader del partito di aver mai “ricevuto pagamenti in contanti o criptovalute da un dipendente di ‘Voice of Europe’ (o da qualsiasi soggetto russo)”.

Cos’è la disinformazione per l’Unione europea?

Ma cosa rende diversa l’attività di Voice of Europe da un qualsiasi post d’opinione sui social?

Il concetto di FIMI (dall’inglese, manipolazione e interferenza straniera dell’informazione), delineato dal Servizio europeo per l’azione esterna, specifica meglio quella che viene comunemente chiamata ‘disinformazione’ e individua tutti i comportamenti (attuati da agenti statali e non) intenzionali e coordinati che minacciano o possono avere impatto negativo su valori, procedure e processi politici.

La disinformazione coinvolge tutti i diversi mezzi di comunicazione, compresi giornali, siti web, televisione ed email. Sono però i social media a fornire il terreno perfetto per amplificare l’impatto delle campagne di disinformazione, permettendo non solo un’ampia circolazione dei contenuti, ma anche la possibilità di raccogliere dati personali degli utenti per distribuire messaggi mirati a un’audience specifica, come dimostrato dal caso Cambridge Analytica, società di consulenza che aveva raccolto e utilizzato a scopo politico dati personali di milioni di elettori su Facebook senza il loro consenso. 

Le tattiche possono essere elaborate, come nel caso della falsificazione di documenti ufficiali o del furto d’informazioni. Per dare maggiore credibilità ai messaggi, possono essere creati personaggi esperti fittizi e siti web falsi o, ancora, copie di siti di informazione affidabili su cui circolano però informazioni false o alterate. In questo senso, i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale (IA) rappresentano un’ulteriore minaccia, con la manipolazione di contenuti video e audio.

In altri casi, le tattiche di disinformazione puntano a dare l’impressione che vi sia un ampio supporto alla base di una determinata causa o a soffocare punti di vista opposti, saturando le piattaforme con commenti o contenuti simili tra loro (le cosiddette ‘troll farms’ si occupano esattamente di questo).

L’obiettivo finale è minare la fiducia dell’opinione pubblica nei media tradizionali e nelle istituzioni. In vista delle elezioni del Parlamento europeo, la sfiducia dei cittadini nell’Ue è un fattore particolarmente importante che può diminuire l’affluenza alle urne. Nelle parole di Violeta Jelić, membro del Comitato economico e sociale europeo, la disinformazione ‘fa a pezzi il tessuto che tiene insieme le nostre società’, polarizzando i cittadini, facendo leva su paure o divisioni già interne alla comunità europea e screditando le istituzioni.

Non solo Russia

“L’Ue si è lentamente resa conto, durante la pandemia e la guerra in Ucraina, che non solo la Russia, ma anche la Cina ha preso di mira per anni il pubblico europeo con messaggi anti-sistemici”, ha dichiarato Ivana Karaskova, fondatrice e responsabile del progetto MapInfluenCE. A differenza del caso russo, non c’è un ampio consenso all’interno dell’UE sull’entità della disinformazione cinese e, di conseguenza, manca un mandato per un’operazione di contrasto specifica.

Fino a prima della pandemia, la Cina si è occupata principalmente di tenere le redini della narrativa cinese all’estero, mentre la Russia ha puntato a creare o aumentare il disordine sociale. Gradualmente questa ‘charm offensive’ è stata sostituita da più chiari tentativi di influenzare lo spazio informativo europeo, ad esempio, con le campagne pubblicate su Facebook e X da diverse ambasciate cinesi in Europa per sfatare alcuni ‘miti’ sull’origine della pandemia, la tempestività e la trasparenza della risposta cinese, tramite contenuti che distorcono i fatti. La Cina ha anche amplificato le affermazioni di Mosca di aver scoperto laboratori per lo sviluppo di armi biologiche in Ucraina finanziati dagli Stati Uniti.

La risposta dell’Unione europea

All’inizio di aprile, i partiti europei avevano adottato un Codice di Condotta per le prossime elezioni, con cui si impegnano a mantenere valori di trasparenza, responsabilità e correttezza durante i mesi di campagna elettorale.

Tuttavia, in seguito al Russiagate e i successivi casi che hanno coinvolto AfD (Krah è stato interrogato dell’FBI statunitense riguardo alla presunta ricezione di denaro da agenti del Cremlino e il suo assistente parlamentare è stato arrestato con l’accusa di spionaggio per conto della Cina), il Parlamento ha pubblicato una risoluzione richiedendo indagini interne per valutare eventuali casi di interferenza straniera e l’applicazione di sanzioni, oltre a un controllo rafforzato e una maggiore formazione in materia di sicurezza per i deputati e per il personale del parlamento.

I toni di queste risoluzioni ricordano quelle adottate dopo lo scandalo Qatargate del 2022, e segnalano un clima di allarme.

Già dal 2015, l’Unione europea ha avviato azioni concrete per contrastare la disinformazione, creando quattro diverse task force, con specifiche aree geografiche di intervento, che fanno capo al Servizio europeo per l’azione esterna. Tra le altre misure adottate da queste task force, la piattaforma EUvsDisinfo si occupa di identificare e sfatare specifiche notizie false o ingannevoli, e il sistema di allarme rapido dell’UE sulla disinformazione permette la condivisione di informazioni tra gli stati membri.

Dopo lo scoppio della pandemia e della guerra in Ucraina, nel 2020 e nel 2022 furono create due Commissioni parlamentari per esaminare le interferenze straniere nei processi democratici dell’UE. Sulla base dei risultati delle Commissioni, i deputati hanno esortato la Commissione a facilitare la tracciabilità delle donazioni ai partiti e raccomandato di vietare l’utilizzo di apparecchiature e piattaforme considerate rischiose, tra cui TikTok, che recentemente è stato anche colpita da una legge negli Stati Uniti che ne ordina il divieto a meno che le sue attività negli Usa non vengano vendute a una società approvata dal governo.

La lotta contro le interferenze straniere nell’informazione e la disinformazione nell’Unione europea è diventata una priorità, soprattutto in vista delle elezioni del Parlamento europeo, un processo delicato in cui il rispetto degli standard democratici in ogni Stato membro è cruciale per l’intero sistema. Il dibattito per il supporto all’Ucraina rende l’Europa una regione target per la disinformazione russa, ma è necessario riconoscere l’esistenza di altri attori che hanno tentato in passato di inquinare i processi politici europei. In questa azione di controllo è necessaria la collaborazione delle piattaforme e dei mezzi di comunicazione e la consapevolezza attiva dei cittadini.

*Foto illustrativa di un altoparlante con la scritta fake news [crediti foto: hartono_hrtn CC via Pixabay]*

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