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Cosa c’è dietro le proteste in Sud America

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Le proteste in Sud America, come quelle dello scorso 28 aprile in Colombia, non devono sorprendere, poiché sintomatiche di un periodo di crisi in cui versano i Paesi del subcontinente americano. Per far fronte all’impatto della pandemia da coronavirus gli Stati stanno provando ad aumentare le misure di previdenza sociale, ma le loro capacità fiscali sono limitate. Una soluzione è la richiesta di aiuti agli istituti finanziari internazionali, ma il rischio di ricadere negli errori del passato è alto.  

Perché i colombiani sono scesi in piazza

Sono due anni che il malcontento della popolazione colombiana cresce e sfocia circa ogni due mesi in manifestazioni e proteste, le quali vengono sistematicamente represse con violenza da parte del governo Duque di estrema destra. Durante le proteste di settembre e ottobre 2020 morirono 10 persone, mentre oggi, dopo un mese di paro nacional, ovvero uno sciopero generale accompagnato  da manifestazioni  particolarmente violente, si contano circa 70 morti e più di 100  persone disperse. La Colombia si colloca tra i primi tre Paesi con il più alto numero di contagi di Covid-19 della regione. La popolarità di Iván Duque ha visto un calo drastico dalla sua elezione nel 2018 e, secondo alcune inchieste locali, alle elezioni 2022 il favorito è Gustavo Petro, leader del movimento progressista Humane Colombia

La riforma fiscale 

Lo scorso 28 aprile, proprio nel mezzo di una crisi non solo sanitaria, ma anche sociale ed economica, il presidente annunciava la nuova riforma tributaria. Storicamente il Paese andino ha sempre mantenuto un approccio prudente nella gestione delle finanze, con regole fiscali che hanno permesso all’economia di crescere ininterrottamente dal 2000. La Colombia è, infatti, l’unico Paese dell’America del Sud a non aver vissuto la crisi del debito estero degli anni ‘80

La riforma fiscale del presidente è la conseguenza di un arresto della crescita economica del Paese e dell’impatto della pandemia sul deficit fiscale. Questa prevedeva un aumento dell’Iva sui beni di prima necessità, sui servizi funerari e sul reddito. Duque voleva investire i soldi guadagnati nei servizi pubblici per affrontare la pandemia, e aiutare le persone più povere e disagiate. 

Con una contrazione del Pil del 6,8% nel 2020, a giugno dello stesso anno il Fiscal Rule Advisory Committee colombiano ha sospeso le regole fiscali imposte nel 2011 (lett. Fiscal Rule), in modo da aumentare la disponibilità finanziaria per affrontare le conseguenze della pandemia di coronavirus. Nel concreto, la Fiscal Rule fissava infatti un limite sulle spese pubbliche e sulle entrate derivanti dalla tassazione, con l’obiettivo di ridurre progressivamente il debito pubblico in modo sostenibile

Con la rimozione di questo “tetto”, che in passato aveva aiutato il Paese ad affrontare shock economici interni ed esterni, ma non aveva fermato la crescita del debito, il governo Duque è riuscito ad aumentare la pressione fiscale. Le conseguenti proteste con cui hanno risposto di colombiani vanno avanti ancora oggi, nonostante il presidente abbia ritirato il suo programma e il ministro delle Finanze si sia dimesso. 

Non solo la Colombia: l’America Latina in ginocchio

A trovarsi in una situazione particolarmente difficile non è stato solo Iván Duque, ma anche altri governi sudamericani. La pandemia da coronavirus, infatti, è arrivata più tardi in America Latina rispetto all’Europa, ma ha colpito più duramente. Si stima che il 31% del totale dei decessi per coronavirus nel mondo fino a maggio 2021 si sia verificato in questa regione, la quale conta solo l’8,4% della popolazione mondiale. 

Brasile, Colombia, Perù e Argentina si sono classificati tra i Paesi con più contagi e morti di coronavirus. Le cause principali del forte impatto sono la bassa qualità dei servizi di salute negli Stati sudamericani, l’alto tasso di lavoratori informali che non hanno potuto rispettare i lockdown e l’instabilità economica e politica di molti dei Paesi della regione

Secondo il Fondo monetario internazionale, la regione, che ha visto crescere il proprio debito fino al 72% del Pil nell’ultimo anno, non lo vedrà diminuire prima dei prossimi 5 anni. Dal 2014 la crescita economica del continente è rallentata e i tassi di disuguaglianza e povertà hanno iniziato ad aumentare

In Cile le proteste dell’ottobre 2019 non sono state fermate dalla pandemia, ma hanno portato alle recenti elezioni dell’Assemblea costituente, che hanno dimostrato il volere popolare di un cambiamento politico radicale. L’Argentina, terza economia della regione, rispetto al Brasile aveva reagito abbastanza bene alla prima ondata di contagi, ma alla seconda, a causa di svariati fallimenti dell’amministrazione peronista di Alberto Fernandez, è sprofondata in una grave crisi. Al terzo anno di recessione economica, inoltre, il governo argentino nel maggio 2020  ha dichiarato il suo nono default sovrano. Il Brasile è stato sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo prima dell’implosione dell’India, a causa del negazionismo iniziale del presidente Jair Bolsonaro e dei numeri elevati di morti e contagiati. Sebbene il collasso economico sia relativamente meno grave dei Paesi vicini, con una contrazione del 4% rispetto a quella argentina del 10%, il collasso politico è piuttosto sostanziale, conseguenza sia delle politiche del presidente sia del ritorno in campo di Lula de Silva in vista delle elezioni del 2022

L’austerity e il caso dell’Ecuador  

In generale i governi del Sud America hanno risposto alla pandemia con interventi che cercano di ridurre l’impatto socioeconomico della crisi. Tra questi vi è il potenziamento del sistema di previdenza sociale, attraverso misure volte a consentire alle persone di mantenere il proprio posto di lavoro, come sussidi salariali, riduzioni dei contributi previdenziali o prestiti agevolati alle imprese. L’intervento più usato dai governi è stato il ricorso a programmi di trasferimento di denaro (CTP, cash transfer programs), già esistenti o appositamente avviati, per raggiungere e sostenere la popolazione più vulnerabile o non protetta

L’estensione dei fondi di questi programmi e il loro bacino d’utenza maggiore però dipende dalla capacità fiscale dei Paesi, la maggior parte dei quali, come abbiamo spiegato sopra, si trovano nel mezzo di una crisi economica, sociale e politica. Per estendere gli aiuti e cercare di non soccombere, i governi potrebbero aver bisogno di implementare nuove riforme fiscali, come abbiamo visto in Colombia, o misure di austerity, come l’Ecuador. 

A marzo 2020, Lenín Moreno, presidente ecuadoriano, aveva annunciato un programma all’insegna dell’austerità che prevedeva un taglio di bilancio di 4 miliardi di dollari nei settori pubblici. Questa misura è stata accompagnata dalla sospensione di alcuni diritti individuali relativi alla libertà di associazione e riunione, e ha conferito al governo l’autorità di utilizzare strumenti digitali per monitorare le persone in isolamento obbligatorio o quarantena. Lavoratori, studenti e membri dei popoli indigeni sono scesi in piazza a protestare. Già nel 2019  le misure di austerity di Moreno, suggerite dal Fmi per diminuire il debito, avevano scatenato violente proteste nel Paese, a fronte delle quali il presidente aveva imposto lo stato d’emergenza. Il Paese andino, già prima della pandemia, versava in condizioni economiche molto critiche. Tra il 2013 e il 2019 il debito è stato raddoppiato a causa dell’arresto della crescita economica e delle spese della presidenza di Correa. Il ministero delle finanze ecuadoriano ha dichiarato che il Paese ha chiuso il 2020 con un debito pari al 65,3% del Pil

Gli interventi degli istituti finanziari internazionali

LEconomic Commission for Latin America and Caribbean (ECLAC), la Banca mondiale e il Fmi al momento prevedono una crescita economica della regione del 3% nel 2021

Proprio il Fmi ha pubblicato un documento sulle misure che i Paesi in difficoltà dovrebbero adottare per affrontare la pandemia. Una delle principali riguarda l’aumento delle linee di credito di emergenza, il cui vantaggio maggiore è l’assenza di condizioni ex-ante, e di cui hanno già fatto uso almeno sette Paesi dell’America Latina e dei Caraibi. A questa misura si aggiungono gli aiuti del Fmi già forniti ad altri 5 Paesi: le linee di credito flessibili di Colombia e Messico, i crediti stand-by di Argentina e Honduras e l’Extended Fund Facility concesso all’Ecuador. Inoltre, a causa del deprezzamento delle valute locali, conseguenza del forte calo nell’export e nel turismo, della crescita del debito dal 30% al 70% del Pil, e della storia passata, molti Paesi della regione non hanno la possibilità di chiedere ulteriori crediti o una riduzione sul tasso di interesse sul debito e sono un rischio troppo elevato per gli investitori privati stranieri. 

 

*Manifestazioni nazionali il 28 aprile a Bogotá, Colombia [crediti foto: Byron Jimenez, via Unsplash]
Maddalena Fabbi
Nata a Genova nel ’98. Laureata in triennale alla statale di Milano, oggi sono studentessa double degree presso l’Università di Belgrano a Buenos Aires, Argentina. La mia ricerca di nuove esperienze mi ha portato più volte in America Latina di cui mi sono appassionata.

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