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Taxi del mare? Perché il soccorso delle Ong si rende ancora necessario

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“Se le Ong sono in mare è perché non ci sono gli Stati. Quando non si morirà più alle porte dell’Europa anche il nostro lavoro sarà finito”. È il 2017 quando Loris De Filippi, allora presidente di Medici Senza Frontiere, risponde alle accuse sul soccorso prestato dalle Ong, etichettate come taxi del mare: stando alla critica, gli scafisti non supererebbero più il confine libico, perché poi sarebbero proprio le Ong a portare i migranti sull’altra sponda. Oggi – mentre solo in parte è attenuata la polemica sui soccorsi – le Ong sono ancora nel Mediterraneo. Dove, intanto, si continua a morire, e con numeri triplicati rispetto allo scorso anno. Sono sei i naufragi nel solo mese di maggio. Seguono il naufragio dello scorso 22 aprile, nel Canale di Sicilia, costato la vita a 130 persone, e a fronte del quale si è levato il coro di “mai più”. Invano, visti gli eventi da allora seguiti. 

Le denunce sulla indifferenza degli Stati 

Una critica virulenta sull’operato degli Stati viene da un report redatto a fine maggio dall’Unhcr. La richiesta è di operare una riforma urgente delle politiche di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, dove – secondo un rapporto significativamente intitolato “Indifferenza letale” – tra il gennaio 2019 e dicembre 2020 sono morti almeno 2239 migranti. Oltre 500 da inizio 2021. Già nel mese di marzo la commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, non aveva lesinato critiche ai Paesi Ue, accusati di star fallendo nella protezione dei migranti che tentano la traversata via mare. Gli snodi fondamentali, messi nero su bianco dal Consiglio, sono l’assenza di un programma di ricerca e soccorso adeguato, gli accordi con le autorità libiche – in parte finanziate anche dall’Italia – e gli ostacoli alle attività delle Ong, che sta determinando – accusa il report – “migliaia di morti evitabili ogni anno, e una lenta ma costante crescita del rischi di naufragio”. 

Photo by Ralph (Ravi) Kayden on Unsplash

Proprio a fronte degli ultimi naufragi, le principali Ong hanno chiesto alla ministra dell’interno italiana, Luciana Lamorgese, il “superamento del clima ostile al soccorso civile”. L’attuale ministra, secondo i calcoli di Ispi, ha fermato più Ong di quanto non ne abbia fatto il suo predecessore, Matteo Salvini. Per questo la richiesta è quella di ripristinare il salvataggio in mare come priorità dello Stato, a fronte dei cambiamenti che negli ultimi anni hanno portato alla privatizzazione del soccorso e all’avvento delle Ong. 

Il soccorso in mare: Mare Nostrum e Triton 

Le attività di soccorso in mare costituiscono una rete intricata di competenze e responsabilità.  La normativa che le disciplina è la “Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo”, siglata ad Amburgo nel 1979: essa determina che lo Stato responsabile della propria area di ricerca e soccorso (SAR) abbia l’obbligo di intervenire, coordinando le operazioni di salvataggio con il proprio Maritime Rescue Coordination Center (MRRC). Per salvare vite in mare possono essere impiegate non solo unità SAR ma anche unità militari e civili presenti in zona, cui si aggiungono, dal 2014, anche le Ong. Ma facciamo un passo indietro. 

Il 3 Ottobre 2013, un peschereccio libico con a bordo più di 500 persone si ribalta a poche miglia dalle coste di Lampedusa: il naufragio dell’Isola dei Conigli, con i suoi 366 morti, costituisce una delle più gravi catastrofi marittime da inizio secolo e spinge il Governo italiano a varare l’operazione Mare Nostrum, con un duplice obiettivo: salvare vite in mare e assicurare alla giustizia i trafficanti del Mediterraneo. L’operazione italiana allora dispiegava il personale e i mezzi delle forze armate statali e si stima che il suo costo mensile oscillasse intorno ai 9.3 milioni di euro: proprio per l’asserita dispendiosità dell’operazione, il Governo Renzi, nel 2014, decide di interromperla. Al suo posto Frontex (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) istituisce Triton, una missione finanziata dall’Ue con 3 milioni al mese, circa un terzo di quelli stanziati per Mare Nostrum. L’obiettivo della nuova operazione si riduce però al controllo delle acque nazionali e non al soccorso in mare. In più Triton si limita ad operare entro le 30 miglia dalle coste italiane, lasciando scoperta gran parte della tratta Italia-Libia: proprio in quell’area, il 18 aprile 2015, moriranno più di 700 persone durante l’ennesimo naufragio

L’avvento delle Ong nel Mediterraneo

È qui che entrano in gioco le Ong, associazioni transnazionali private, indipendenti da Stati e governi e perlopiù finanziate da donazioni. Esse, per colmare il vuoto lasciato dall’interruzione di Mare Nostrum, sono diventate protagoniste nella ricerca e salvataggio nel Mediterraneo: secondo il rapporto delle attività SAR stilato della Guardia Costiera italiana, nel 2017 sono stati soccorsi nel Mediterraneo ben 114.000 migranti; di questi 47.000 tratti in salvo dalle ong contro i 15.000 di Frontex e i 22.000 della Guardia Costiera. L’operato delle organizzazioni fa riferimento alle disposizioni internazionali sul soccorso in mare: la Convenzione SOLAS del 1914, la precedentemente citata Convenzione di Amburgo e la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982

Photo by Martijn Vonk on Unsplash

Il dibattuto tema dei salvataggi Ong 

A partire dal 2016 però, la condotta delle Ong si pone al centro del dibattito pubblico. Tutto ha inizio da un articolo del Financial Times che rende pubblico un rapporto riservato di Frontex; in esso si accusano le Ong di essere colluse con trafficanti di esseri umani. Per questo, secondo l’Agenzia europea, esse si spingerebbero molto vicino alle coste libiche, agendo da fattore di attrazione per i migranti e diventando a tutti gli effetti dei “taxi del mare”. La stessa luce delle barche di soccorso è sotto accusa, paragonata da Frontex ad un faro, utilizzata per farsi raggiungere più facilmente dai migranti. Ma non solo: le Ong sono accusate di aver ordinato ai migranti di non collaborare con le autorità italiane o con Frontex. Questa tesi viene accolta da Carmelo Zuccaro, procuratore di Catania e figura centrale della lotta alle organizzazioni non governative, il quale diede vita, con le sue affermazioni, al cosiddetto “teorema Zuccaro”.  Dopo aver aperto un’indagine conoscitiva a riguardo, la stessa procura di Catania ha chiesto nel 2019 l’archiviazione delle indagini, accolta dal gip Nunzio Sarpietro, per mancanza di prove di reato. Questa criminalizzazione delle ong viene però contrastata da diversi studi, come quello redatto nel 2019 da due ricercatori italiani: analizzando i dati Onu delle partenze dalla fine dell’operazione Mare Nostrum, lo studio dimostra infatti che le attività delle ong non abbiano influito sugli sbarchi irregolari di migranti dalla Libia. Questo clima di instabilità influenza le politiche migratorie italiane e, nel 2018, il Governo impone la cosiddetta politica dei porti chiusi. Essa consiste nella mancata concessione di un porto sicuro all’esito delle operazioni SAR, che ha determinato la prolungata permanenza a bordo di navi, umanitarie o militari, dei migranti e azioni in contrasto con queste politiche.

I salvataggi delle Ong, nei tribunali e nell’agone politico

Si ricorderà su tutti il caso di Carola Rackete, con la cui archiviazione si aggiorna il computo dei pronunciamenti sulle Ong e il soccorso in mare: su 20 inchieste aperte dal 2017 otto sono le archiviazioni, due i rinvii a giudizio e zero le condanne.

Intanto nelle prossime settimane si gioca il futuro dell’accoglienza europea. Al vertice del Consiglio Europeo dei prossimi 24 e 25 giugno si cerca la quadra anche sul nuovo Patto Ue sull’immigrazione, proposto dalla Commissione in sostituzione di Dublino. Ma l’accordo è ancora lontano, e sono già sul tavolo delle riserve: l’attenzione per rimpatri e controllo delle frontiere – è questa la critica – supera l’impegno all’approntamento di un nuovo sistema di accoglienza, redistribuzione e salvataggio di migranti nel Mediterraneo. Ancora oggi, la tratta più letale al mondo. 

                                                                                                  Gaia Pelosi Pierfrancesco Albanese

*immagine in evidenza, pixpoetry on Unsplash

Redazione
Orizzonti Politici è un think tank di studenti e giovani professionisti che condividono la passione per la politica e l’economia. Il nostro desiderio è quello di trasmettere le conoscenze apprese sui banchi universitari e in ambito professionale, per contribuire al processo di costruzione dell’opinione pubblica e di policy-making nel nostro Paese.

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