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Conflitto in Yemen: siglato un nuovo accordo nella più grave crisi umanitaria del secolo

Tempo di lettura stimato: 9 min.

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Lo Yemen vive da circa sei anni un conflitto interno sanguinoso, che ha innescato la più grave crisi umanitaria del secolo. Lo Yemen costituisce un’entità statale unitaria dal 1990, anno della riunificazione della Repubblica Araba dello Yemen con la Repubblica Democratica Popolare, di stampo socialista e corrispondente all’attuale parte centro-meridionale del Paese. 

 

La sua posizione geografica all’interno della Penisola arabica, lo rende un importante crocevia e punto di collegamento per le rotte tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo, grazie al passaggio attraverso il Golfo di Aden verso il Canale di Suez

Cartina dello Yemen

Dal punto di vista politico, lo Yemen continua ad essere vittima di una perdurante guerra civile, scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui la fazione costituita dai ribelli sciiti Houthi ha lanciato una estensiva campagna militare volta a estendere il proprio controllo nelle province meridionali del Paese

All’interno del contesto politico yemenita sono coinvolti attualmente tre differenti attori, protagonisti di altrettanti e simultanei teatri di guerra. Da un lato, le milizie sciite Houthi a nord del Paese controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro, il governo del presidente ad interim Rabbo Mansour Hadi (oggi in esilio in Arabia Saudita), unica figura riconosciuta dalla comunità internazionale.

Infine, vi sono i separatisti asserragliati nella regione meridionale, riuniti nel gruppo secessionista del Consiglio di Transizione del Sud (Cts), sostenuti informalmente dagli Emirati Arabi Uniti, il cui obiettivo risiede nella volontà di separarsi dal resto del Paese e “ripristinare lo Stato meridionale”, con riferimento all’ex Repubblica dello Yemen del Sud. 

Nel 2015 il conflitto si è internazionalizzato a seguito del coinvolgimento dell’Arabia Saudita a sostegno del presidente Hadi, dando vita a una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Egitto, Giordania e Stati Uniti. 

Da parte saudita l’obiettivo principale risiede nella volontà di restaurare il governo del presidente Hadi e annientare la fazione dei ribelli. Il timore è che il consolidamento del potere degli Houthi possa consegnare loro, e conseguentemente all’Iran, le chiavi d’accesso della Penisola Arabica e del vitale stretto di Bab el-Mandeb, porta d’ingresso al Mar Rosso e al Canale di Suez, da cui transita il 10% del petrolio commerciato via mare in tutto il mondo.  

Benché Riyadh e Abu Dhabi siano formalmente alleate e abbiano guidato congiuntamente l’intervento contro gli Houthi dal 2015, le crescenti tensioni tra i rispettivi proxy yemeniti hanno indebolito il quadro generale delle azioni militari. 

Da gennaio 2020, il conflitto ha conosciuto due significativi scossoni politici: l’intensificarsi delle ostilità tra l’esercito governativo e la fazioni dei ribelli sciiti Houthi nei governatorati di Ma’rib, Jawf e Sana’a lo scorso luglio e il “colpo di Stato” da parte dei secessionisti del Cts sull’isola di Socotra a giugno.

Per comprendere la portata della crisi politico-istituzionale in corso, ricostruiremo in questa analisi le fila degli ultimi avvenimenti che hanno interessato il Paese.

Gli sviluppi recenti del conflitto in Yemen

Da gennaio 2020, lo Yemen è testimone di una violenta escalation che vede le forze della coalizione internazionale (a guida saudita) impegnate a liberare alcune aree in precedenza sotto il controllo dei ribelli Houthi, senza riscontrare tuttavia alcun successo significativo sul campo. 

A marzo dopo mesi di scontri, le fazioni ribelli sono riuscite ad occupare la provincia settentrionale del Paese, impedendo il transito commerciale della principale arteria che collega lo Yemen all’Arabia Saudita lungo il confine fra i due Paesi. 

Al contempo, ad aprile riprendono le tensioni fra le forze militari filo-governative e il Cts. Tuttavia, a causa dell’emergenza dovuta alla pandemia da Coronavirus, Riyadh il 9 aprile aveva annunciato una tregua unilaterale con l’intento di fermare le ostilità per far fronte alla situazione sanitaria. 

Il mancato rispetto del cessate il fuoco da parte del gruppo secessionista ha contribuito ad aggravare la tensione fra le due fazioni. Contesto reso ancora più instabile dall’annuncio il 26 aprile, da parte del Cts, dell’istituzione di un’amministrazione autonoma nelle province meridionali del Paese e sull’isola di Socotra. 

Il ruolo strategico di Socotra

L’isola di Socotra è parte di un arcipelago composto da sei isole, al largo della costa del Corno d’Africa e vicino al Golfo di Aden. L’isola costituisce un importantissimo terreno di confronto anche tra Emirati e Arabia Saudita

Per i primi, controllare l’isola significa rafforzare la propria presenza militare e commerciale nell’Oceano Indiano. Per Riyadh invece, l’obiettivo principale risiede nella volontà di ridimensionare il ruolo di Abu Dhabi nell’isola, col fine di assumere un maggiore peso geopolitico sia all’interno della coalizione internazionale sia nella regione del Golfo.

In tale quadro, l’Arabia Saudita ha avanzato una serie di proposte volte a porre fine alle tensioni nelle regioni meridionali del Paese, che vedono protagonisti i gruppi separatisti del Cts. Tuttavia contro ogni possibile aspettativa, il 21 giugno i secessionisti si impadroniscono dell’isola, destituendo il suo governatore Ramzi Mahroos e cacciando le forze governative del presidente Hadi, il cui esecutivo ha condannato gli eventi definendoli un “colpo di Stato”. 

Sull’onda di questi avvenimenti e dopo alcune settimane di incertezza, a Riyadh i rappresentanti del governo yemenita decidono di avviare un ciclo di consultazioni con alcuni delegati del Consiglio di Transizione del Sud nel tentativo di arrivare ad un accordo. 

Il nuovo accordo fra il governo e il movimento separatista

Dopo quasi un mese di instabilità e insicurezza, il 29 luglio il Cts ha annunciato di essere ufficialmente disposto a rinunciare all’autonomia nei territori meridionali yemeniti, con il fine ultimo di sostenere gli sforzi della coalizione internazionale a guida saudita e giungere ad un’intesa, aderendo al cosiddetto “Accordo di Riyadh”, siglato il 5 novembre 2019

Il movimento separatista ha poi dichiarato di voler unirsi agli sforzi profusi da Riyadh e Abu Dhabi nella lotta contro i ribelli sciiti Houthi e gli altri gruppi terroristici. L’ “Accordo di Riyadh” verrà implementato in una versione aggiornata rispetto a quella dello scorso novembre, consentendo alle fazioni filo-emiratine di avere un peso predominante nel prossimo governo yemenita: circostanza che permetterà ad Abu Dhabi di condurre il negoziato con la fazione dei ribelli sciiti Houthi (dunque con Teheran). 

In tale quadro, la prima mossa del presidente Rabbo Mansour Hadi è stata conferire al primo ministro Moein Abdul Malik l’incarico di formare un nuovo governo entro 30 giorni. Dal punto di vista militare, i gruppi separatisti si sono poi impegnati a rispettare la tregua annunciata il 22 giugno e a ritirare i propri contingenti militari da Aden. 

La prosecuzione delle ostilità fra Riyadh e la fazione degli Houthi 

Dopo la breve tregua in seguito alla diffusione del virus e agli inviti rivolti a livello internazionale, le forze governative yemenite e i ribelli Houthi sono invece tornati a confrontarsi nei governatorati di Ma’rib, Jawf e Sana’a. Se nel sud del Paese la situazione sembra apparentemente positiva e in via di definizione, nel resto del territorio la fine delle ostilità costituiscono un miraggio. 

In tale quadro, si è di fatto inserita l’offensiva militare del 15 luglio e tutt’ora in corso, portata avanti dall’esercito yemenita contro i ribelli Houthi. L’attacco aereo ha portato alla conquista di nuove postazioni nel Nord-Ovest del governatorato di al-Dhali’, al confine meridionale della provincia di Ibb: i missili hanno colpito interi quartieri residenziali, causando numerose vittime civili. Secondo le stime di Acled, la guerra dal 2015 ha causato la morte di oltre 112.000 persone, tra cui 12.600 civili

I numeri del conflitto in Yemen – Fonte: Human Rights Watch – Elaborazione: Orizzonti Politici

Quadro interno: tra crollo economico e crisi umanitaria

Dal 2015 ad oggi, il conflitto è continuato senza che nessun attore riuscisse ad imporsi sugli altri e, negli anni, lo Yemen è sprofondato in una delle più gravi crisi umanitarie della storiaAttualmente nel Paese, circa 24 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, pari all’80% di tutta la popolazione e 10 milioni sono a rischio carestia, con oltre 3 milioni di sfollati interni. 

Le cifre dell’assistenza umanitaria relative al conflitto in Yemen – Fonte: UNHCR – Elaborazione: Orizzonti Politici

La situazione si è inesorabilmente deteriorata a causa da un lato dall’epidemia di colera scoppiata nel 2016, dall’altro per le numerose criticità che interessano il settore economico e che minano la possibilità di un qualsivoglia sviluppo locale

L’economia yemenita è stata duramente colpita dal momento che due delle principali fonti di reddito del Paese (rimesse ed esportazioni di petrolio), si sono prosciugate a causa della crisi economica globale causata dalla pandemia da Covid-19. LUfficio delle Nazioni Unite per gli interventi umanitari afferma che l’80% delle rimesse inviate dagli yemeniti che lavorano all’estero sia andato perduto

Con una stima di 15,9 milioni di persone (il 53% della popolazione totale) in crisi, lo Yemen è il paese più a rischio anche dal punto di vista della sicurezza alimentare. A pesare su questo aspetto è lo shock economico causato dalla guerra e complicato dall’abbassamento delle rimesse: la diminuzione delle entrate del governo ha portato ad una carenza di disponibilità di valuta estera e ciò ha reso impossibile l’acquisto di cibo per molte famiglie. 

A questi elementi di instabilità, si devono aggiungere le tragiche conseguenze dovute alle inondazioni che hanno interessato il Paese lo scorso aprile e la crisi sanitaria legata al Coronavirus, il cui primo caso è stato registrato il 10 aprile. Al 30 luglio si notificano 1.711 casi e 485 vittime. Tuttavia, avere piena contezza delle stime effettive risulta estremamente arduo data la mancanza di test diagnostici e le difficili condizioni politico-istituzionali in cui versa la quasi totalità dei governatorati del Paese. 

I numeri dell’emergenza sanitaria da Covid-19 nel conflitto in Yemen – Fonte: OCHA, Agenzia umanitaria delle Nazioni Unite – Elaborazione: Orizzonti Politici

Nei primi sei mesi del 2020 vi è stato un incremento del 139%, rispetto agli ultimi 6 mesi del 2019, nella frequenza dei bombardamenti. Questi sviluppi bellici hanno compromesso numerose infrastrutture sanitarie e ad oggi meno del 50% di esse funziona regolarmente. Con l’arrivo della pandemia, inoltre, numerosi ospedali sono stati abbandonati dallo stesso personale sanitario, data la mancanza di strumentazioni diagnostiche adeguate e di dispositivi di protezione.  

La crisi sanitaria costituisce una minaccia anche per tutti gli sfollati interni e per quei migranti africani che ancora raggiungono via mare il Paese dall’Africa Orientale, in cerca di opportunità di lavoro nei Paesi del Golfo. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, più di 138.000 fra etiopi e somali sono entrati in Yemen nel 2019 nonostante la guerra e circa 14.500 migranti africani risiedono attualmente sul territorio senza cibo adeguato, acqua o un riparo stabile e senza la possibilità di poter fare ritorno nel proprio Paese d’origine. 

La diffusione del virus ha poi causato una diminuzione degli aiuti offerti, rendendo lo Yemen il Paese più povero della penisola arabica. In particolare, il 2 giugno, le Nazioni Unite hanno annunciato di essere riuscite a raccogliere soltanto 1.35 miliardi di dollari in aiuti umanitari da parte dei donatori internazionali, rispetto ai 2.41 miliardi previsti. Il mancato raggiungimento di tali fondi comporta la chiusura di circa 30 dei 41 programmi intrapresi in Yemen.

La guerra in Yemen è entrata oramai nel suo sesto anno di conflitto: se da un lato le speranze di una soluzione politica e di una pace duratura sembrano possibili grazie al recente accordo fra il governo e il Consiglio di Transizione del Sud, dall’altro le prospettive di una popolazione civile, afflitta da anni di violenza, di fame e di malattie epidemiche continuano a non apparire del tutto positive. 

Sanaa street [crediti foto: Ferdinand Reus CC BY-SA 2.0]*
Anthea Favoriti
Nata nelle Marche, cresciuta in Toscana, adottata da Roma. Ho studiato Lingue Orientali (arabo e persiano) presso l’Università Sapienza di Roma e MENA Politics poi presso l’Università degli Studi di Torino. Amante dei viaggi in solitaria e dei soggiorni all’estero, passo il tempo libero a organizzare possibili itinerari e a collezionare mappe.

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