In Medio Oriente si sta consumando il prossimo genocidio per i libri di storia, e l’Europa risulta ancora una volta incapace di schierarsi perché priva di una politica estera coesa. Vediamo di seguito perché e come Israele mantiene l’Occidente in stallo, come finanzia i suoi interventi nei territori palestinesi e in che direzione si stanno muovendo le potenze che dovrebbero difendere il diritto internazionale.
La sottile linea tra antisemitismo e diritto internazionale
La gestione delle ostilità da parte di Israele nella Striscia di Gaza da tre anni a questa parte mette in imbarazzo la comunità internazionale. Le continue minacce verso l’esecutivo seguite al cessate il fuoco da parte dei ministri suprematisti Smotrich e Ben Gvir hanno ottenuto i risultati sperati. Netanyahu, pur di preservare la gestione del paese, ha barattato la credibilità dello stato ebraico con il consenso degli alleati estremisti. Le conseguenze di questa scelta politica possiamo osservarle ogni giorno tramite i video che giungono dalla Striscia.
Ciononostante, permane, specialmente in Europa, un clima accusatorio verso chiunque parli di pulizia etnica. Israele ha consolidato dal 2003 la strumentalizzazione dell’antisemitismo, usando questa accusa contro persone o enti che criticano le sue politiche. Questo meccanismo è diventato negli anni sempre più diffuso, fino a diventare particolarmente evidente nel 2016, anno da cui la critica ai governi israeliani ha iniziato ad essere ritenuta antisemita. La ragione risiede nella nuova definizione del termine fornita dall’International Holocaust Remembrance Alliance. Volta a difendere, più che gli ebrei, le politiche israeliane nei confronti dei paesi confinanti.
L’obiettivo è creare una sovrapposizione tra antisemitismo e antisionismo per delegittimare qualsiasi critica rivolta al governo di Tel Aviv. Dopo decenni di controllo incontrastato sui territori occupati, il negato ingresso ai giornalisti nella Striscia e, negli ultimi mesi, la fame e il massacro dei civili, diversi stati occidentali hanno deciso di non allinearsi alla appeasement policy statunitense. Non sorprende che il principale backer economico del paese lascia carta bianca sulla questione palestinese allo stato ebraico.

Tutto ciò ha determinato che, mentre il vero antisemitismo si riveste in forma democratica, indisturbato tra le fila dei movimenti di estrema destra europei, ad essere accusati sono i giornalisti, le istituzioni (Onu e Cpi) e gli attivisti, che chiedono il rispetto del diritto internazionale.
La correlazione tra Occidente ed Israele
Nel prossimo paragrafo vedremo come il genocidio in corso viene finanziato. Tuttavia, va detto che questo finanziamento sarebbe impossibile senza un supporto – più o meno esplicito – della comunità internazionale. Va quindi capito il perchè di tutto ciò. Analizziamo quindi ora le ragioni diplomatiche, economiche e politiche da cui nasce questa reticenza generale a condannare il genocidio.
Dal 1948, nonostante le controversie con il popolo palestinese, Israele è l’unica democrazia stabile in Medio Oriente. Peraltro, esso rappresenta per l’asse euro-atlantico il principale partner strategico e militare nella regione. Le sue relazioni con gli Stati Uniti, infatti, hanno visto una crescente convergenza, grazie alla narrativa securitaria che ha seguito l’11 settembre. Questo ha anche rafforzato la sua percezione di principale baluardo contro il terrorismo islamico.
Per gli Stati europei, inoltre, la correlazione con Israele ha anche una natura storica: l’Europa si sente infatti legata moralmente alla tragedia della Shoah. A partire da ciò, è nata una retorica di legittimazione automatica delle politiche israeliane. Nel contesto attuale, tuttavia, Il rischio è quello di una lettura selettiva della storia, che ripete il mantra del “mai più” riferito agli orrori del passato, senza riconoscere che soggetti un tempo vittime possono oggi perpetuare forme di oppressione -soprattutto se rese possibili e politicamente sostenibili dal sostegno incondizionato della principale potenza globale. Tale dimensione storica ha contribuito a determinare una forma di paralisi politica in molti grandi Paesi europei, incapaci di assumere una posizione chiara sulla questione palestinese. I casi più emblematici sono quelli di Germania e Italia, le cui responsabilità centrali nella deportazione e nello sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale continuano a influenzare l’orientamento diplomatico contemporaneo.
L’influenza all’estero
Un altro fattore che contribuisce a questa reticenza nel mondo occidentale è la presenza mediatica e la pressione narrativa di organizzazioni e centri studi pro-Israele, che giocano da decenni un ruolo chiave. Lobby come l’AIPAC negli USA, ad esempio, hanno finanziato, tramite una rete parallela di PAC (Political Action Committees), i candidati filo-israeliani. Sin dalla sua nascita (1951), infatti, quest’organizzazione ha influenzato sia il Congresso di Stato americano sia la politica estera del Paese. Ha anche affossato politicamente chiunque provò a smuovere la questione (interessante il caso del repubblicano Paul Findley, estromesso politicamente nella campagna elettorale del 1982).

Nemmeno l’UE è esente da pressioni del genere, sebbene in misura proporzionale alla sua minore proiezione geopolitica in politica estera. Pertanto, reti di influenza risultano meno visibili rispetto al panorama statunitense, ma si articolano comunque attraverso organismi quali l’European Friends of Israel (EFI) e centri di elaborazione strategica come il BICOM, o ELNET.
A ciò si aggiunge un interdipendenza economica crescente: Israele rappresenta oggi uno snodo fondamentale per l’innovazione digitale e la sicurezza cibernetica globale. A tutti gli effetti è diventato un hub che attira da oltre vent’anni investimenti e partenariati dalle principali imprese occidentali nel settore R&D e tech. La dimensione etico-giuridica del conflitto israelo-palestinese, alla luce di questi fattori, viene frequentemente subordinata alla realpolitik occidentale, che privilegia la stabilità geopolitica e la sicurezza economica rispetto alla coerenza in materia di diritti umani.
Dall’economia di occupazione all’economia di…
Genocidio. La “massiccia operazione militare senza precedenti” avviata da Israele al 593esimo giorno di ostilità (ormai tre mesi fa) va oltre qualsiasi ragione militare. Lo lasciano intendere le stesse famiglie degli ostaggi, che hanno compreso come i propri familiari agli occhi del governo rappresentino un pretesto, non cittadini in pericolo.
Ad analizzare l’economia che finanzia questo intervento è Francesca Albanese, relatrice speciale per le Nazioni Unite. In particolare, nel rapporto A/HRC/59/23, presentato al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a fine giugno 2025, Albanese analizza l’aspetto economico nell’evoluzione dell’occupazione israeliana in Palestina e come Gaza sia diventata teatro di un genocidio. Il rapporto esalta come settori chiave, tra cui le big tech e le istituzioni accademiche, ma anche esponenti del mondo della finanza, della logistica e dei servizi, contribuiscano all’economia israeliana. In particolare, sono circa 1000 gli enti che sostengono direttamente o indirettamente l’economia israeliana, e 48 di essi vengono accusati formalmente.
Questi settori contribuiscono ad un’economia che è ormai fondata su quello che la Dottoressa Albanese definisce come “settler colonialism”, anche concepito come “displacement and replacement”. Secondo questo concetto, lo stato occupante (in questo caso, Israele) punta in maniera graduale a disperdere o costringere la popolazione vittima a migrare, per poi sostituirla nei territori da essa occupati in precedenza.
Le big tech nel rapporto Albanese
Il rapporto evidenzia anche come l’interconnessione tra multinazionali ed imprese israeliane (su tutte Elbit Systems, Lockheed Martin, Google, Amazon e Microsoft) si sia consolidata, creando infrastrutture tecnologiche e militari che hanno supportato non solo l’occupazione protratta, ma che hanno anche fornito gli strumenti, le tecnologie e il supporto logistico ai militari israeliani contro la popolazione civile. Ad esempio, programmi di supporto cloud come il Progetto Nimbus, joint venture tra Amazon e Google per fornire servizi di intelligenza artificiale e architetture cloud all’apparato di sicurezza israeliano, inclusi gli usi militari da parte dell’IDF, sono emblematici del ruolo attivo della tecnologia nell’amplificazione della capacità militare dello Stato.
Gaza, in questo contesto, diviene un vero e proprio centro sperimentale. L’inazione, o a volte, come si è visto, un vero e proprio coinvolgimento attivo del settore privato è ricondotto da Albanese ad una responsabilità diretta (complicità diplomatica e le forniture di equipaggiamenti high tech per l’IDF) e indiretta (supporto al governo tramite investimenti nel paese) secondo il quadro normativo delineato dai Principi Guida ONU su Imprese e Diritti Umani, nonché dalle convenzioni internazionali in materia di crimini internazionali.
Con questa analisi, Albanese elabora di fatto concettualmente un’ “economia del genocidio”. Proposta che rappresenta un’accusa senza precedenti poiché apre a riflessioni critiche sulla funzione politico-economica delle imprese nei contesti di occupazione. L’obiettivo dell’autrice è sollecitare una presa di coscienza da parte dei cittadini dei Paesi in cui il consumo individuale costituisce uno strumento di scelta politica, incoraggiando decisioni etiche.

Qualcosa si sta smuovendo?
Alla luce delle plateali violazioni del diritto internazionale da parte di Israele nei territori occupati (particolare riferimento all’impiego della fame come strumento di guerra), con la complicità delle maggiori multinazionali come osservato nel rapporto della relatrice Onu, l’UE ha avviato, a partire da maggio, una valutazione sulla possibile sospensione dell’Accordo di associazione con Israele. Brevemente, questo permette ad università, centri di ricerca e imprese israeliane di concorrere a bandi europei e ricevere fondi alle stesse condizioni degli Stati membri. In cambio il governo israeliano versa al bilancio del programma un contributo proporzionale al proprio PIL. Tuttavia, questa opzione è stata al momento bocciata dal Consiglio degli Affari esteri del 15 luglio. Nonostante ciò, Slovenia, Spagna e Irlanda hanno promesso provvedimenti. Per aderire autonomamente ai principi del diritto internazionale, hanno applicato il blocco sulle forniture di armi o l’aumento delle pressioni diplomatiche verso Tel Aviv.
A ciò si aggiunge il fatto che, nelle ultime settimane, si è visto un inasprimento delle condizioni a Gaza. Ciò ha portato diversi Stati occidentali a dichiarare la volontà di riconoscere lo Stato di Palestina come atto simbolico e di pressione verso Israele. Dopo l’annuncio del presidente Macron, sono seguite le dichiarazioni del primo ministro inglese Starmer e del ministro degli esteri tedesco. Un passo cruciale per perseguire la soluzione a due stati, ma che fa riflettere sulla tenuta della proiezione esterna dell’UE. Ancora una volta subordinata a divergenze interne. A compromettere l’efficacia e la credibilità dell’azione esterna dell’Unione, infatti, pesa ancora molto la frammentazione tra gli stati membri.
Il nuovo piano di Israele
Ad aggravare ulteriormente la crisi, nelle scorse settimane è stato approvato il piano di occupazione di Gaza City. L’attuazione è già in fase operativa in queste ore e prevede la totale evacuazione dei civili dalla Striscia entro il prossimo 7 ottobre. L’intervento da giorni suscita nel paese molte proteste, poiché la stretta militare sembra allontanare ogni possibilità di accordo per la liberazione degli ostaggi in mano ad Hamas e coinvolge oltre 60 mila riservisti. L’organizzazione terroristica ha definito le ultime mosse di Tel Aviv un “disprezzo flagrante degli sforzi attuati dai mediatori”.

Le operazioni di Tel Aviv però non lasciano in disparte la Cisgiordania, nella quale si avvierà il progetto di insediamento E1. Congelato già nel 2012 e nel 2020 sotto la pressione degli Stati Uniti, rappresenta una tappa fondamentale nel progetto di frammentazione dei territori palestinesi. Lo stesso ministro suprematista Smotrich ha annunciato che la costruzione prevista di 3400 nuove unità abitabili, seguite da aree industriali, commerciali e infrastrutture turistiche permette, congiuntamente all’escalation in corso a Gaza, di cancellare anche la possibilità di uno stato palestinese, non tramite slogan, ma con azioni concrete.
Conclusione
In conclusione, il genocidio in atto nella Striscia di Gaza non può più essere analizzato esclusivamente come un conflitto regionale o una disputa storica tra due popoli. Esso rappresenta oggi la manifestazione estrema di una convergenza di interessi economici, politici e ideologici che coinvolgono attori ben oltre i confini del Medio Oriente. La crescente connessione tra il settore privato occidentale e l’apparato militare israeliano, unita alla paralisi diplomatica dell’Unione Europea e al sostegno incondizionato degli Stati Uniti, solleva sempre più insistentemente interrogativi fondamentali su quanto l’Occidente sia davvero estraneo – o invece strutturalmente complice – nella perpetrazione di crimini contro l’umanità.


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