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Da dove arriva l’instabilità in Myanmar?

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Nel corso degli anni Novanta e Duemila, il Myanmar avrebbe dovuto rappresentare il progetto democratico per eccellenza ad opera dell’Onu. Thant Myint-U, storico birmano, sottolinea l’approccio semplicistico e polarizzante con il quale l’Occidente ha trattato la questione, puntando tutto su Aung San Suu Kyi, una figura messianica che avrebbe guidato la transizione da una feroce dittatura a una pacifica democrazia

La leader del partito National league for democracy (NLD), insignita del premio Nobel per la Pace nel 1991, è stata a lungo sostenuta da Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea, ma il supporto è crollato a seguito delle accuse a lei rivolte per il mancato intervento a tutela dei Rohingya, minoranza musulmana costretta a migrare in Bangladesh a causa delle repressioni dei militari birmani nel 2017. Da icona della democrazia, Suu Kyi si è trovata a dover rispondere di genocidio a L’Aia, e il Parlamento Europeo è giunto persino alla revoca del premio Sakharov. 

L’approccio manicheo, proprio di chi tende a dividere il mondo in bene e male, bianco e nero, alternando l’assoluta esaltazione alla drastica condanna, assunto dai Paesi occidentali, ha ignorato a lungo la complessità dello scenario del Paese: da un lato ha trascurato la natura delle relazioni interetniche e l’eredità di un colonialismo feroce, e dall’altro ha individuato nella democrazia la risposta adatta alla crisi birmana, senza interrogarsi se la ricetta del Washington Consensus fosse davvero adatta a un contesto caratterizzato da forti disuguaglianze e problemi legati all’identità. In realtà, è proprio dal suo passato coloniale, dalle differenze etniche, dalle discriminazioni subite dalle minoranze e dalla povertà dilagante che è possibile ricostruire la situazione birmana e coglierne la complessità.

Divide et impera: tra colonialismo e differenze etniche

Il Myanmar è sempre stato un crogiolo di culture e comunità molto diverse tra loro.

Ad oggi il governo riconosce più di cento etnie all’interno del Paese, tra cui birmani (composti da un’amalgama di diversi gruppi etnici), shan, karen, rakhine, cinesi, mon, indiani e altre minoranze. Mentre i birmani, che rappresentano circa i due terzi della popolazione, hanno sempre goduto di una posizione privilegiata, le altre numerose minoranze etniche hanno affrontato discriminazione, abusi, mancanza di opportunità economiche e una inadeguata rappresentanza al governo. La discriminazione su base etnica si è radicata nella politica, così al proliferare dell’instabilità e della mancanza di tutele delle minoranze, molti hanno imbracciato le armi: etnicità e conflitto risultano inestricabilmente legati. 

Mappa etnolinguistica del Myanmar [Crediti foto: U.S. Central Intelligence Agency CC0, Via Wikimedia Commons]
Le violenze scoppiate nel corso degli ultimi decenni trovano la loro origine in età coloniale. Quando gli inglesi conquistarono il territorio birmano nel corso del XIX secolo, trovarono un paesaggio etnico e politico eterogeneo e mutevole, e contribuirono a creare nuove divisioni riguardo a memoria, identità e aspirazione. I coloni, infatti, annessero la Birmania all’India e divisero la “provincia della Birmania” in tre parti diverse. Questa politica del divide et impera non fece altro che aggravare la crisi identitaria e istigare uno spirito nazionalista. Inoltre, gli inglesi incoraggiarono l’immigrazione che portò alla realizzazione di una sorta di “società plurale”, composta da indigeni, cinesi, indiani ed europei. Il Myanmar, così, nacque sotto occupazione militare ed è evoluto come gerarchia razziale, in cui gli europei hanno sempre occupato il vertice della piramide, ricavando enormi profitti dalle risorse naturali birmane.

Traffici illeciti e instabilità

L’economia informale birmana è molto estesa e spesso amministrata o dai gruppi paramilitari appartenenti a etnie differenti, attivi nelle regioni periferiche del Paese, oppure dalla giunta militare stessa, il Tatmadaw. L’instabilità del Paese è aggravata dai traffici illeciti, che allo stesso tempo rappresentano l’unico rimedio all’estrema povertà. Droga, animali selvatici e traffico di esseri umani sono al centro del commercio illegale. Il Myanmar è, infatti, il secondo più grande produttore di droga, dopo l’Afghanistan. Il triangolo d’oro, che comprende lo stato birmano Shan e una parte della Thailandia, è noto per la produzione di oppio, e il Paese è tra i maggiori produttori di droghe sintetiche.

Ci sono vari motivi per cui in Birmania il commercio illegale è cresciuto esponenzialmente negli ultimi decenni, e ciò è avvenuto con l’approvazione, a volte tacita e altre esplicita, del Tatmadaw. Le economie illegali hanno spesso contribuito a evitare scontri e insurrezioni tra i gruppi etnici che gestiscono il crimine organizzato, e hanno rappresentato una delle poche alternative in un Paese dove il reddito medio pro capite era inferiore ai mille dollari all’anno fino al 2009. Anche gli ufficiali politici e i militari hanno finanziariamente beneficiato del crimine organizzato transnazionale. In altre parole, il governo birmano ha visto l’economia informale come un male necessario per rispondere alle severe condizioni economiche del Paese, aggravate dalle sanzioni poste dagli Stati Uniti e altri attori internazionali. Inoltre, i traffici illeciti in Myanmar hanno rafforzato la struttura del potere vigente, a differenza di altri Paesi, come Colombia e Afghanistan, in cui la produzione di droga ha invece sgretolato l’autorità dello Stato centrale. 

Un nuovo colpo di Stato

Il colpo di Stato del primo Febbraio scorso si iscrive in questa complessa cornice, che ha caratterizzato il Myanmar sin dall’indipendenza nel 1948. I militari al potere non rappresentano certo una novità: a partire dal 1962, quando il generale Ne Win, guidando il golpe, prese il controllo, una giunta ha sostituito l’altra, rafforzando il potere dell’establishment militare. A partire dagli anni Novanta, le elezioni hanno riconosciuto la leader Aung San Suu Kyi, ma il Tatmadaw, ispirato al nazionalismo buddista, ha continuato a mantenere la sua autorità.

L’ultimo abuso è avvenuto lo scorso Febbraio, quando la giunta militare, appellandosi alla costituzione del 2008 che include disposizioni per il potere militare temporaneo, ha dichiarato le elezioni di Novembre 2020 fraudolente e incarcerato nuovamente la leader della NLD, tornando al potere con la forza.

Ancora oggi la questione etnica è centrale nella risoluzione della crisi birmana. Più di un terzo della popolazione del Myanmar è composta da minoranze etniche, che abitano una parte del Paese ricca di risorse naturali e combattono a Nord la più longeva guerra civile attualmente in corso.

La NLD è l’unica vera forza politica in Myanmar, essendo sostenuta dai Birmani buddhisti, ovvero la maggioranza della popolazione. Il partito, tuttavia, è stato in passato criticato per non essere intervenuto contro le atrocità ai danni delle minoranze, come nel caso del genocidio dei Rohingya. Proprio durante le ultime elezioni, Naypyidaw ha chiuso la maggior parte dei collegi elettorali negli Stati Rakhine, Kachin e Shan, escludendo circa 1,5 milioni di persone dalla partecipazione al voto e adducendo motivazioni relative al contenimento della diffusione del coronavirus.

Secondo Khin Zaw Win, prigioniero di coscienza in Birmania dal 1994 al 2005, è in atto un cambiamento nel dibattito pubblico riguardo all’inclusione; la NLD rimane infatti popolare, ma la ricostruzione del paese non la riguarda più come prima.

Per la prima volta nella storia del Paese, il Governo di Unità Nazionale ha abbracciato il federalismo piuttosto che un’autorità centralizzata, e questo potrebbe liberare le minoranze etniche dalla supremazia birmana che ha dominato la politica nel Paese dal 1948. Il gabinetto del governo ombra vanta anche più minoranze etniche rispetto a quello formato dalla lega nazionale per la democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi.

Mentre l’attenzione del Tatmadaw negli ultimi anni si è rivolta verso le città, i gruppi etnici armati alle frontiere si sono riorganizzati. Affinché il nuovo Governo funzioni, quindi, il sostegno delle minoranze etniche a lungo perseguitate è di cruciale importanza, così come l’unità tra le milizie appartenenti ai vari gruppi etnici è necessaria per opporsi alla giunta militare.

Tuttavia, l’intesa tra i gruppi etnici armati è piuttosto fugace. Alcuni di questi si sono riservati la stessa discordia che hanno riservato ai Tatmadaw, molti dei principali gruppi etnici, come Shan e Karen, hanno più di un’organizzazione armata che pretende di rappresentarli e il controllo delle terre di confine è di grande prestigio, perché garantisce l’accesso a miniere redditizie, foreste e impianti di produzione illecita di droga.

Superare la distopia

All’indomani del colpo di stato di Febbraio, il silenzio della comunità internazionale pesa sulla popolazione birmana, stremata dalla guerra civile, dalla povertà e dalla rapida diffusione del Covid. All’isolamento e alle sanzioni a cui il Myanmar è sottoposto da tempo, si aggiunge il mancato sostegno alla lega nazionale per la democrazia, sia dalla vicina Cina, che si attiene al principio di non interferenza, che dai Paesi Occidentali, che rifiutano il dialogo con la giunta militare.

La strategia con cui l’Occidente ha isolato il Myanmar non solo si è rivelata inefficace, ma ha anche confermato una visione piatta di un Paese dalla storia complessa e caratterizzato da un contesto difficilmente riducibile a un modello manicheo.

 

*Proteste in Myanmar contro il colpo di Stato – 14 febbraio 2021 [crediti foto: mgHla (aka) Htin Linn Aye CC BY-SA 4.0]
Aurora Bonini
Laureata in lingue, oggi studio per conseguire un doppio titolo Torino-Tongji in Relazioni Internazionali. Qui in Orizzonti Politici parlo di Asia orientale, soprattutto di Cina.

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