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Come l’accordo UE-Turchia ha modellato la gestione dei migranti

Turchia Migranti

La questione migratoria rimane un tema caldo della politica europea: a circa un decennio dal picco della crisi, l’UE ha nuovamente incentrato il suo sforzo legislativo sulla definizione di un nuovo patto su migrazione ed asilo. I flussi migratori restano un serio problema soprattutto per gli stati dell’Europa orientale e meridionale, geograficamente prossimi ai paesi di emigrazione del Medioriente e dell’Africa. Tuttavia, nel corso dell’ultimo decennio, l’azione europea si è scontrata con altri paesi tra cui, in primo luogo, la Turchia. A cavallo tra il continente asiatico ed europeo, la Turchia è stata in grado di strumentalizzare la sua posizione geografica, e l’accordo firmato con Ankara, ad otto anni di distanza, gioca ancora un ruolo cardine nelle politiche migratorie europee. 

L’accordo tra UE e Turchia sui migranti

L’EU-Turkey Joint Action Plan, siglato nel marzo 2016, rappresenta un accordo storico per la gestione dei flussi migratori tra Europa e Medio Oriente. Secondo lo schema, la Grecia avrebbe rimpatriato in Turchia i migranti irregolari, e Ankara avrebbe preso provvedimenti per impedire l’apertura di nuove rotte migratorie. In cambio, l’Unione Europea ha accettato di reinsediare i rifugiati siriani dalla Turchia su base individuale, di ridurre le restrizioni sui visti per i cittadini turchi, di versare sei miliardi di euro in aiuti alla Turchia per le comunità di migranti siriani, di aggiornare l’unione doganale, e di riattivare i colloqui in stallo per l’adesione della Turchia all’Unione Europea.

Gli interessi comuni nel raggiungimento di un accordo dettarono il compromesso pragmatico sottoscritto. Questi includevano fermare la migrazione verso l’Europa, migliorare le condizioni di vita dei rifugiati in Turchia, e promuovere la migrazione legale. Nel 2015, l‘onda migratoria si era infatti trasformata in una vera e propria crisi interna per l’Unione Europea. A causa del meccanismo inefficace preposto alla gestione e condivisione delle richieste di asilo, gli stati membri ai confini meridionali e orientali sono stati sovrastati da un’onere sproporzionato. Contemporaneamente, gli effetti della guerra in Siria avevano investito la Turchia. L’affermarsi dello Stato Islamico nelle regioni limitrofe e la potenziale minaccia terroristica rappresentata dal PKK, resero urgente il sostegno.

Un bilancio dell’accordo UE-Turchia

Nonostante le critiche delle organizzazioni umanitarie e le tensioni tra i firmatari, i leader di entrambe le parti si sono impegnati nel mantenere almeno gli obblighi essenziali del patto. La primavera del 2020 ha sottolineato ancora una volta la cruciali dell’accordo. Ankara minacciò di aprire i confini per centinaia di migliaia di persone che stavano migrando verso Grecia. La condiscendente reazione europea ha dimostrato quanto l’Unione faccia affidamento sul suo vicino orientale come baluardo contro l’immigrazione proveniente dal Medio Oriente. Ma soprattutto, lo stallo del 2020 ha dato prova della partnership scomoda in cui Unione Europea e Turchia si trovano legate. Se l’accordo ha trasferito alla Turchia una responsabilità significativa nella gestione della migrazione europea, l’Unione Europea si è trovata facilmente ricattabile dal suo vicino orientale. La strumentalizzazione dei flussi migratori ha implicato, di conseguenza, la possibilità di utilizzare come leva l’enorme popolazione di rifugiati presenti all’interno del territorio turco, per trarne vantaggi strategici o economici. 

Contemporaneamente, Ankara si è forzatamente legata all’erogazione dei fondi europei per la gestione dei migranti in un momento di forte disagio interno. Infatti, sebbene l’UE affermi che l’intero importo destinato al sostegno socioeconomico dei rifugiati siriani è stato erogato come da accordo, il governo di Erdoğan ha contestato le modalità dei pagamenti, stanziati a favore delle organizzazioni di assistenza ai rifugiati piuttosto che all’amministrazione statale di Ankara. Anche la promessa dei reinsediamenti si è rivelata minore delle aspettative: dal 2016 al 2021 sono stati reinsediati nell’UE 28 mila rifugiati, un numero molto minore rispetto ai 72 mila massimi previsti dall’accordo. Contemporaneamente, la svolta autoritaria del governo di Erdogan ha fortemente rallentato sia i negoziati per l’accesso della Turchia nell’UE, che la semplificazione delle procedure di rilascio dei visti per i cittadini turchi.

Infine, l’accordo del 2016 è stato politicamente conveniente per l’UE. Formato in un momento di forte sentimento anti-migranti in Europa, a breve termine, si è registrato un netto calo negli arrivi in Grecia Infatti, se 861.630 migranti hanno raggiunto il Paese nel 2015, il numero è sceso a 36.310 l’anno successivo. Anche il numero di persone scomparse nel Mar Egeo è diminuito, passando da 441 casi nel 2016 a 71 nel 2019.

I successivi accordi per la gestione dei migranti

Nel frattempo, l’accordo UE-Turchia ha instaurato le basi per lo sviluppo della diplomazia europea nella gestione dei migranti. Il bilancio positivo dell’accordo ha infatti gettato le basi per numerosi accordi sulla stessa falsariga, un corollario dell’EU-Turkey Joint Action Plan ben al di fuori delle intenzioni dell’UE. Il Memorandum d’intesa tra Italia e Libia del 2017, ad esempio, ha applicato un simile principio con la dotazione di barche e attrezzature alla Guardia costiera libica per l’allontanamento all’altra sponda del Mediterraneo dei migranti in arrivo dalle coste libiche. Solo nel 2017, la guardia costiera libica intercettò circa 20.000 persone, riportate nei centri di detenzione in Libia.

Contemporaneamente, Marocco e Spagna hanno firmato un accordo simile nel 2019 per la gestione dei flussi migratori provenienti dall’Africa, in cambio di 170 milioni di euro per far rispettare i controlli sull’immigrazione. I due paesi hanno prorogato l’accordo almeno fino al 2027.  

Futuri sviluppi e rilevanza attuale

Il nodo della questione dei migranti resta un tema centrale nella politica dell’Unione Europea. Solo lo scorso anno, i flussi di immigrazione irregolare verso l’Unione Europea sono cresciuti rispetto agli anni precedenti. Con un totale di 380mila ingressi, il 2023 ha visto un ulteriore aumento nella pressione migratoria irregolare che riflette le turbolenze geopolitiche del suo vicinato. Nel contesto di una catastrofe umanitaria sempre prossima, i migranti, e le sfide politiche che ne derivano, rappresentano una questione cruciale per l’agenda politica delle elezioni europee di giugno.

La rinnovata attenzione delle istituzioni sulla questione migratoria è evidenziata dal Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, proposto a settembre 2020 e approvato a dicembre 2023. La difficoltà maggiore risulta essere la capacità di proporre un piano accettabile per i 27 membri su un tema altamente politicizzato come i flussi migratori. L’infervorata opinione pubblica e la variegata agenda politica degli stati membri rende un accordo definitivo difficilmente raggiungibile se non a seguito di complesse negoziazioni. In prospettiva futura, la creazione di nuovi quadri di riferimento per gestire la migrazione sarà una sfida fondamentale per la prossima legislatura. Intenzionalmente o meno, l’accordo sui migranti del 2016 UE-Turchia ha costituito un modello imprescindibile per gli accordi del futuro.

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