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Rafah e la crisi costituzionale: i destini di Gaza e Israele

26 Marzo 2023, Tel Aviv. Un manifestante, spaventato dalla crisi costituzionale in Israele, mostra un cartello che equipara il decreto dei pieni poteri promulgato da Hitler nel 1933 al progetto di legge del governo Netanyahu

26 Marzo 2023, Tel Aviv. Un manifestante, spaventato dalla crisi costituzionale in Israele, mostra un cartello che equipara il decreto dei pieni poteri promulgato da Hitler nel 1933 al progetto di legge del governo Netanyahu. Foto Tommaso Leone

Come era stato preannunciato da Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, il 6 maggio sono riprese le operazioni di terra delle truppe israeliane (IDF). Il sud della Striscia di Gaza sta gradualmente diventando teatro di guerra tra le IDF e quattro dei sei battaglioni di Hamas rimasti, gruppo che inizialmente poteva contarne ventiquattro (30.000 uomini in totale). E il milione circa di palestinesi presenti, costretti a rifugiarsi nei dintorni di Rafah , si sta spostando di nuovo, nelle aree “sicure” indicate dalle IDF. 
Forse è ancora troppo presto a dirsi ma la determinazione con cui il governo ha incaricato l’esercito di penetrare sempre più in profondità nel sud della Striscia potrebbe segnare l’inizio della fine per tutti gli attori in causa. Non soltanto quindi per i battaglioni di Hamas, che possono solo tentare di resistere più a lungo possibile ma anche per gli ostaggi, che difficilmente saranno liberati vivi, e per la popolazione palestinese, la cui sopravvivenza verrà messa a dura prova dalla carestia dilagante e dal rischio di una epidemia di epatite A e colera. Ma anche, nella distratta indignazione generale, per lo stesso popolo Israeliano, che rischia di svegliarsi, una mattina non troppo distante, con un governo che può cambiare la costituzione a suo piacimento, con il rischio di una vera e propria crisi costituzionale in Israele.

L’ultimo ultimatum di Biden

Gli ultimatum del presidente americano Joe Biden, tanto altisonanti quanto sistematicamente inefficaci nel persuadere Netanyahu a fare di più per proteggere i civili, hanno raggiunto nuove vette. L’8 maggio ha per la prima volta chiaramente affermato che “gli Stati Uniti smetteranno di fornire munizioni d’artiglieria, bombe per aerei militari, e altre forme di armamenti offensivi”, se le IDF si addentreranno a Rafah. La replica di Netanyahu è stata perentoria: se necessario, Israele andrà avanti da solo. Due settimane prima il Congresso americano aveva approvato un pacchetto di aiuti militari extra per Israele del valore di 17 miliardi di dollari

C’è ormai più nulla di cui stupirsi se le parole tonanti e i ricatti continueranno a non avere alcun effetto sul primo ministro israeliano. Biden ha atteso sette mesi e decine di migliaia di morti palestinesi per ammettere, davanti alle telecamere, di aver per tutti questi mesi inviato armamenti offensivi. In altre parole, ha tergiversato fino a farsi autogol. Dal suo canto invece, Netanyahu, che ha già più volte dimostrato di non avere peli sulla lingua, ha segnalato che lo Stato Ebraico, disposto ad andare avanti senza il supporto americano, è anche pronto a correre il rischio di restare da solo. 

Allargando lo sguardo all’intera comunità internazionale, di fatto, l’esecutivo israeliano ha già fortemente isolato il Paese la cui condotta militare non è condivisa da nessun leader estero, alcuni dei quali accusano apertamente Israele di genocidio. Guardando al fronte interno, migliaia di manifestanti si riuniscono ogni settimana nelle maggiori città, sotto la residenza del primo ministro a Gerusalemme, e bloccando le arterie autostradali di Tel Aviv. Il corteo dei manifestanti pretende le dimissioni del governo perché ne ripudia la tendenza autocratica, e/o perché non crede che il governo abbia tra le sue priorità quella di salvare gli ostaggi. L’ultimo dei quali è stato riportato a casa più di tre mesi fa. 

Se prima del 7 ottobre l’attenzione mediatica, interna ed estera, era interamente focalizzata sulla deriva antidemocratica d’Israele, di cui il governo Netanyahu si è fatto artefice, oggi, la questione della crisi costituzionale è pericolosamente secondaria. 

Cronaca della deriva autoritaria israeliana

Il 4 gennaio 2023 i timori di una parte considerevole d’Israele, non per questo maggioritaria, si rivelano essere fondati. L’attuale Ministro della Giustizia israeliano, Yariv Levin, annuncia in una conferenza stampa alla Knesset, il parlamento unicamerale del Paese, una serie di cambiamenti all’assetto istituzionale dello Stato, sui quali la coalizione si è accordata nei due mesi che sono trascorsi dall’esito delle elezioni generali all’insediamento. 

La “riforma della giustizia” si articola su due filoni. Da un lato, la restrizione della capacità della Corte Suprema di annullare leggi e decisioni governative reputate incostituzionali. Dall’altro, la modifica del processo di scelta dei giudici della stessa, per dare al governo la possibilità di controllare agilmente il panel che li seleziona. Nella sua totalità il pacchetto è appunto riportato dai media come una “riforma”, malgrado il contenuto, una volta attuato, spazzerebbe via completamente il contrappeso posto dall’apparato giudiziario al potere esecutivo, aprendo a tutti gli effetti una crisi costituzionale in Israele. 

L’Israele democratica scende in piazza con una regolarità e dei numeri disarmanti, tanto che il movimento di protesta del 2023 viene battezzato, nel marzo dello stesso anno, come “il più grande nella storia del Paese” dal più rispettabile dei quotidiani israeliani, Haaretz. Ciononostante, i manifestanti riescono solo a rallentare la deriva autoritaria verso cui Netanyahu, come prevede il patto di governo, sta trascinando il Paese. 

Nel luglio la maggioranza, forte dei suoi 64 deputati, dà prova inconfutabile della sua risolutezza facendo approvare nella Knesset, composta da 120 membri, la prima modifica alla costituzione. Dopo trenta ora consecutive spese invano a cercare un compromesso che la maggioranza possa accettare, l’opposizione boicotta il voto (64-0) uscendo dalla Knesset che si riunirà di nuovo dopo l’estate. Da ora in avanti, in caso una decisione dell’esecutivo venga annullata dalla Corte Suprema per ragioni di incostituzionalità, la costituzione stessa prevede che il primo possa ignorare il controllo della seconda con un semplice voto a maggioranza assoluta nella Knesset. 

Oltre sette mesi di proteste di massa non sono bastati. La Corte Suprema, diretta interessata, non risponde immediatamente. Mettersi contro il governo Netanyahu equivarrebbe ad aprire una crisi costituzionale profonda in Israele, in cui lo scontro tra l’apparato esecutivo e giudiziario potrebbero determinare situazioni di tensioni sociale risolvibili solamente dall’intervento del terzo elemento chiave della società: l’esercito. Per molti mesi, nessuno ha scelto di muoversi in modo tale da favorire questo scenario, fino agli attacchi di Hamas di fine 2023. 

Il governo e la corte suprema riprendono

In quel nero giorno di ottobre le carte in tavola si sono rimescolate. La Corte Suprema è finalmente potuta passare all’offensiva nel tentativo di intralciare la “riforma” del governo e di destabilizzarne la coalizione, nella speranza di far andare gli israeliani ad elezioni anticipate. Il governo Netanyahu, si è invece trovato in possesso di un’arma di distrazione di massa. Questa combinazione determina ad oggi le dinamiche tra i due attori.

La prima mossa è stata della Corte Suprema, che, il primo gennaio, ha espresso il suo giudizio sulla modifica costituzionale del luglio 2023. Con il primo voto ha affermato per iscritto di avere prerogativa esclusiva sul controllo costituzionale (12 voti favorevoli, 3 contrari), e con il secondo l’ha invocata per annullare la modifica apportata dal governo a luglio, definendola un serio danno al carattere democratico dello stato (8 voti favorevoli, 7 contrari). 

Una solida maggioranza dei giudici ha ritenuto che i tempi fossero maturi per ufficializzare il mandato esclusivo di interpreti della costituzione ma, al contempo, sette su otto hanno valutato che non ci fossero i capi per definire incostituzionale la modifica sotto esame. La fetta più disattenta del movimento di protesta deve aver tirato un fiato di sospiro. Netanyahu, invece, ha deciso di non commentare il voto, i numeri parlano chiaro. 

Dai voti ad oggi, l’attenzione mediatica internazionale si è prevalentemente concentrata sulla situazione umanitaria a Gaza e sull’incrinatura delle relazioni tra lo Stato Ebraico e gli Stati Uniti. Quella interna, sulle negoziazioni con Hamas per liberare gli ostaggi, sugli avanzamenti operativi delle IDF, e sul fronte con il Libano e l’Iran. Tutto ciò non è un caso: da quel momento, infatti,  Netanyahu e i suoi ministri hanno smesso di parlare della “riforma” costituzionale.  

L’inizio della fine in Israele

Nel corso degli ultimi mesi i fatti del primo gennaio si sono rivelati essere stati un abbaglio. Seppur la Corte Suprema abbia passato due giudizi di portata storica, il silenzio del governo parrebbe un espediente politico per ridurre lo spazio mediatico occupato dalla “riforma”, più che un segnale di rinuncia. Il 4 Marzo, infatti, il quotidiano Haaretz lancia un chiaro monito: la democrazia israeliana non è stata salvata. Nella confusione mediatica la deriva autoritaria d’Israele e lo spettro di una crisi costituzionale avanzano, questa volta però, nell’ombra. 

Da una parte, la priorità del governo è passata dal voler limitare il potere della Corte Suprema a voler minare l’indipendenza dei giudici. Dall’altra, il compito di fare i passi necessari in questa direzione non è più della Knesset, bensì del Ministero della Giustizia. Yariv Levin, ministro chiave del governo, sta cercando di modificare a favore del governo la composizione del panel incaricato di selezionare i giudici della Corte Suprema. Infatti, impedendo che il panel si riunisca, continua de facto ad esercitare un potere di veto su qualsiasi nuova nomina per i due giudici andati in pensione recentemente. 

Ad oggi la Corte si ritrova ad operare con tredici membri invece che quindici e senza che sia stato eletto tra questi un Presidente. Per legge, i giudici della Corte Suprema vanno in pensione raggiunti i settant’anni ma non hanno un limite di mandato. Uzi Vogelman, il più anziano dei giudici e tra i più ostili alla “riforma”, andrà in pensione il 6 ottobre. Quando ciò avverrà la Corte sarà composta da dodici membri, sette dei quali hanno già dimostrato di non ritenere che il governo sia una minaccia per l’assetto democratico delle istituzioni israeliane.

Nulla lascia presagire che il Ministro della Giustizia intenda fermarsi prima di aver neutralizzato completamente il potere e l’indipendenza dell’apparato giudiziario.

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