L’Italia del Venture Capital cresce, ma i numeri raccontano solo una parte della storia. Dietro i titoli sui round milionari si nasconde un ecosistema ancora fragile, dipendente dalla mano pubblica e lontano dai principali competitor europei. Un’analisi di cosa funziona, cosa manca e quali riforme potrebbero far cambiare passo.
Una visione d’insieme
Il Venture Capital (VC) rappresenta l’apporto di capitale di rischio in imprese nelle fasi iniziali del loro ciclo di vita (startup e scaleup), caratterizzate da un elevato potenziale di sviluppo e da una forte componente di innovazione tecnologica. Si tratta di una classe di investimento ad alto rischio, in cui i fallimenti aziendali sono messi in conto e bilanciati dai ritorni eccezionali generati dalle poche aziende in grado di scalare il mercato globale.
Secondo il report di EY, osservando i dati del 2025, il mercato italiano mostra segnali di grande vivacità. Le stime indicano una raccolta complessiva tra 1,48 e 1,73 miliardi di euro, con una crescita che si attesta al +32% rispetto all’anno precedente.
Tuttavia, a un’analisi più attenta, questi numeri risultano fortemente polarizzati da pochi “mega-round”, ovvero operazioni di finanziamento di dimensioni eccezionali — generalmente superiori ai 100 milioni di euro — concentrate su aziende già affermate e in grado di attrarre capitali internazionali. Oltre mezzo miliardo di euro è stato assorbito da sole tre società: Bending Spoons (233 milioni), Exein (170 milioni) e AAVantgarde Bio (122 milioni). Depurando il dato da questi outlier, emerge un ecosistema venture capital ancora fragile, la cui tenuta è garantita in larga parte dall’intervento pubblico e dall’azione sussidiaria di CDP Venture Capital, il fondo promosso dalla Cassa Depositi e Prestiti — istituzione finanziaria controllata dallo Stato italiano — con il mandato esplicito di colmare il gap di capitali privati e sostenere la nascita e la crescita di startup innovative nel Paese.

Il problema strutturale degli investimenti in Italia
Qui si innesta la principale criticità strutturale del nostro sistema. Nelle sue fasi iniziali, una startup opera, per sua natura, in perdita, consumando liquidità (cash burn) per finanziare una crescita accelerata. Negli Stati Uniti, questa dinamica è fisiologica perché culmina con una Exit (quotazione in borsa o acquisizione). In Italia, il mercato delle Exit è asfittico e le startup risultano ancora fortemente riluttanti ad accedere alla quotazione pubblica (IPO) rispetto ai trend del resto d’Europa. Di conseguenza, le aziende rischiano di dipendere cronicamente da iniezioni di capitale pubblico senza mai completare il proprio ciclo di maturazione finanziaria.
Per ovviare alla cronica carenza di capitali privati, a dicembre 2024 è stato approvato lo Scaleup Act come evoluzione dello Startup Act italiano (tramite Legge Concorrenza 193/2024, Legge Centemero e Legge di Bilancio 2025). La riforma approvata mira a sostenere la crescita delle startup innovative verso la fase di “scaleup”, introducendo incentivi fiscali potenziati, semplificazioni burocratiche e nuovi criteri per il Registro delle Imprese Innovative. Sul fronte fiscale, le detrazioni per gli investitori salgono al 50% — sia per le persone fisiche che per le società — rendendo più conveniente investire in startup nelle loro fasi iniziali.
I punti principali della riforma Scaleup
Tra gli obiettivi principali della riforma c’è la mobilitazione dei capitali “dormienti” detenuti da fondi pensione e casse di previdenza, ovvero quegli enti che raccolgono e gestiscono il risparmio previdenziale di lavoratori e professionisti, accumulando nel tempo patrimoni di centinaia di miliardi di euro. La normativa introduce incentivi fiscali per spingere questi enti a destinare una frazione della loro liquidità al Venture Capital.
Tuttavia, la misura sconta la tradizionale avversione al rischio di questi soggetti, strutturalmente vincolati a criteri di prudenza nella gestione del risparmio altrui. Si tratta dei cosiddetti vincoli fiduciari, che impongono di tutelare prima di tutto la sicurezza del capitale degli iscritti. Per questa ragione, la riforma è percepita dagli operatori come un passo nella giusta direzione ancora incompleto: una misura “a metà” che necessita di ulteriori semplificazioni per liberare il vero potenziale del mercato.
Dove vanno i capitali: settori e geografie
Sul fronte dei settori che attraggono maggiori capitali, il biennio 2025-2026 segna un cambio di rotta netto rispetto al passato. Gli investitori si allontanano dai modelli consumer — il food delivery su tutti — per orientarsi verso comparti ad alta intensità di ricerca come il Deep Tech, le Life Science e il Software B2B. Sono settori che richiedono capitali più pazienti e tempi più lunghi, ma che offrono barriere all’ingresso molto più solide e prospettive di rendimento più difendibili nel tempo.
Un caso a parte è l’Agrifoodtech: mentre a livello internazionale il settore ha subito un brusco ridimensionamento, in Italia tiene e cresce, applicando tecnologie di frontiera — IoT, intelligenza artificiale, sensoristica — a uno dei comparti più identitari del Made in Italy.
Sul fronte geografico, l’ecosistema viaggia a due velocità. Il Nord Italia concentra la quasi totalità delle risorse, con circa 1,17 miliardi di euro raccolti. La Lombardia è il polo dominante con 932 milioni, forte di un “network effect” difficile da replicare: la concentrazione di università d’eccellenza, fondi di investimento e industria manifatturiera crea un ambiente in cui le opportunità si moltiplicano per prossimità. Inoltre, emerge la Liguria con 93 milioni, mentre il Sud sconta ancora una frammentazione strutturale e l’assenza di hub catalizzatori, rendendo spesso inefficace la pioggia di incentivi a fondo perduto.
Il confronto europeo: un ritardo che fa riflettere
Nonostante la crescita in termini assoluti, il Venture Capital italiano pesa per appena lo 0,07% del PIL — meno della metà della Germania (0,15%), della Spagna (0,16%) e della Francia (0,22%).
La Francia è il caso più emblematico: grazie all’iniziativa “Tibi“, che ha spinto moralmente le compagnie assicurative a investire in tecnologia, la Francia ha costruito un ecosistema che oggi doppia l’Italia nei numeri.
Due proposte per cambiare passo
Per completare la transizione da un mercato ancora dipendente dalla mano pubblica a un ecosistema maturo e capace di auto-sostenersi, si individuano due linee di intervento strutturali.
Uno dei nodi irrisolti dell’ecosistema italiano è l‘assenza di un mercato azionario liquido per le startup. In mancanza di una borsa dedicata e dinamica, l’unica via percorribile per restituire capitale agli investitori — e quindi innescare un ciclo virtuoso di reinvestimento — è incentivare le acquisizioni private, il cosiddetto Corporate M&A. La proposta è semplice: crediti d’imposta o iper-ammortamenti per le aziende italiane mature che acquisiscono startup innovative, a condizione che la tecnologia venga integrata e sviluppata sul territorio nazionale per almeno tre anni. Il vincolo territoriale è essenziale per evitare logiche di delocalizzazione. L’impatto atteso è duplice: da un lato, si stimolerebbe su larga scala l’Open Innovation, creando una domanda strutturata di tecnologia da parte delle PMI italiane — spesso ricche di cassa ma carenti in ricerca interna. Dall’altro lato, si sbloccherebbe la liquidità per founder e investitori: questi ultimi, incassando le exit, disporrebbero di nuovi capitali da reinvestire in una seconda generazione di startup, innescando quell’effetto volano che è alla base del modello della Silicon Valley.
Un’altra linea di intervento riguarda il fatto che l’Italia produce ricerca di eccellenza e ricercatori di primissimo livello, eppure, la capacità di trasformare questa conoscenza in impresa commerciale — il cosiddetto “Technology Transfer” — resta drammaticamente bassa. Brevetti e scoperte scientifiche si perdono in quella che nel settore viene chiamata “Valle della Morte” finanziaria: il limbo in cui un’idea è troppo matura per i fondi di ricerca e troppo acerba per gli investitori privati. Per colmare questo divario, si propone l’istituzione di Zone Franche dell’Innovazione con un livello di burocrazia praticamente a zero e localizzate nei pressi dei principali Politecnici e centri di ricerca italiani. I team di ricercatori che costituiscono uno spin-off basato su brevetti accademici beneficerebbero, all’interno di queste aree, di un’esenzione totale da IRES, IRAP e oneri contributivi sul lavoro per i primi 36 mesi di attività.
Abbattere i costi fissi iniziali significherebbe abbattere il rischio personale percepito dal ricercatore che vuole fare il salto verso l’imprenditoria. Significa rendere concretamente conveniente trasformare un brevetto in un’azienda, invece di venderlo all’estero o abbandonarlo. E significa, in ultima analisi, arginare la fuga dei talenti che ogni anno l’Italia forma e poi cede ad altri ecosistemi.
*Immagine di copertina: [foto di Markus Winkler via Unsplash]





