L’acqua è vita, ma sta diventando una risorsa per cui si può lottare e morire. In un mondo segnato dalla crisi climatica, l’acqua non è più una risorsa naturale accessibile a tutti. Proteggerla è importante, ma ridistribuirla potrebbe impedire di lottare per essa.
L’acqua influenza conflitti, economie e strategie diplomatiche. Lungi dall’essere una semplice questione umanitaria, l’Oro Blu sta diventando un fattore decisivo nella competizione tra potenze e nella costruzione di nuove gerarchie internazionali. La diplomazia idrica sta tentando di trovare delle soluzioni, ma la macchina della cooperazione multilaterale è in rallentamento.
La diplomazia idrica sarà in grado di governare queste lotte per l’acqua, prima che le popolazioni di trovino a lottare per l’ultimo bicchiere?
L’acqua come moltiplicatore di conflitti
La carenza d’acqua, in un periodo di crisi climatica globale, rappresenta un problema le cui conseguenze si riversano direttamente sulla vita di tutti, Nord e Sud Globale. Nelle regioni di iniqua distribuzione d’acqua, la necessità di assicurarsi una sicura fonte di approvvigionamento ha inevitabilmente innescato lotte e violenza.
Nel Sahel lo Stato Islamico e cellule di Al-Qaeda sfruttano la necessità d’acqua per ottenere potere attraverso il mezzo del ricatto. Nelle aree sottorappresentate e poco finanziate questi gruppi si offrono come alternativa politica in grado di fornire acqua e risorse alle comunità disperate chiedendo in cambio reclutamento di membri e diffondendo una pratica religiosa di tipo estremista. Il continente africano registra un costante aumento di episodi violenti legati alla scarsità d’acqua negli ultimi 20 anni. Dalla regione del Sahel si espandono verso Mali, Niger e Burkina Faso, luoghi in cui le autorità statali stanno perdendo il controllo.
In Sudamerica una disputa idrica tra Brasile e Paraguay ha coinvolto l’uso di strumenti di intelligence e spionaggio. L’intelligence brasiliana avrebbe spiato funzionari paraguaini coinvolti nel rinegoziazione degli accordi sulla diga di Itaipu, l’immenso impianto idroelettrico che fornisce energia ad entrambi i Paesi. La rinegoziazione è delicata: ci sono disaccordi sui prezzi e sulla possibilità di includere investimenti privati per lo sfruttamento di elettricità a basso costo. Questa alta posta in gioco dimostra l’incrocio tra energia, diplomazia, spionaggio.
Il presidente Erdogan in Turchia per fornire acqua potabile alla popolazione, ha avviato numerosi progetti infrastrutturali che però adesso stanno causando non pochi problemi. Da un punto di vista di sostenibilità i lavori stanno danneggiando diversi ecosistemi contemporaneamente. La diga di Gordes da un lato ha prosciugato il lago Marmara, 43 chilometri quadrati spariti, pesci morti, uccelli migrati e tartarughe che vagano in cerca d’acqua. Al contempo, la diga di Ilisu sul fiume Tigri potrebbe inondare Hasankeyf, la città museo che racchiude il passaggio di romani e bizantini, fino agli Ottomani. Il danno ha estensione anche geopolitica poiché i villaggi curdi potrebbero interpretare queste problematiche come provocazioni. Infine, la zona del Tigri e dell’Eufrate sostiene anche l’approvvigionamento energetico di Iraq e Siria, al momento a rischio.
Le lotte per l’acqua non sono solo una crisi umanitaria
Per comprendere il problema dell’acqua bisogna innanzitutto uscire completamente dalla visione di problema umanitario. La questione non occupa una singola categoria e definirla come una questione di povertà sarebbe riduttivo: i fattori si sovrappongono e alimentano a vicenda.
La risorsa idrica, oltre ad essere essenziale per la vita, è fondamentale per il settore industriale, per l’agricoltura e per l’energia. La costruzione di infrastrutture che distribuiscano e utilizzino l’acqua in modo efficiente comporta ingenti costi finanziari ed ambientali. L’efficienza inoltre è irrinunciabile poiché sia la scarsità sia l’eccesso di acqua possono provocare danni alle infrastrutture e alla distribuzione.
L’intreccio tra Sicurezza Idrica e Sicurezza Globale
La definizione di sicurezza idrica oggi è un intreccio di questi fattori, infatti, si parla di acqua-energia-cibo come un nesso inseparabile. In uno scenario geopolitico di sicurezza allargata, la sicurezza idrica è salita in cima alle agende di tre gruppi di potere globali
La definizione di sicurezza è passata da un’accezione puramente militare, legata alla difesa dello Stato, ad una dimensione “umana” dove tutto ciò che colpisce l’essere umano in quale tale può essere sottoposto a misure di emergenza e salvaguardia in caso di pericolo. Le minacce possono essere militari, ma anche economiche/finanziarie (sanzioni), tecnologiche (hacker e sistemi di cyber security) o di sicurezza idrica e alimentare. L’allargamento della nozione di sicurezza ha comportato un allargamento delle misure di prevenzione, che per essere giustificate creano un perenne stato di emergenza. Quando si hanno tanti pericoli non si è mai al sicuro, e dunque bisogna sempre essere in allerta.
I rischi idrici e alimentari possono essere usati come arma di compellenza bellica e generare potenziali conflitti. In ambito economico il World Economic Forum identifica l’acqua come uno dei rischi con il più alto impatto e probabilità per l’economia globale. Per la popolazione la preoccupazione ambientale si identifica in carenza di acqua dolce, iniqua distribuzione della rete elettrica e potenziali danni ambientali. Questi comporterebbero danni alle infrastrutture critiche e migrazioni di massa.
A questo punto entra in gioco la divergenza tra Nazioni ricche e Paesi in via di sviluppo. I primi tendono a vedere l’acqua come una questione di beneficienza e questo è profondamente fuorviante. I Paesi emergenti stanno creando delle vere e proprie economie attorno alla risorsa idrica, che sarà l’Oro Blu di questo secolo – in contrasto all’Oro Nero, il petrolio nel XX secolo. La soluzione idrica è una base di sviluppo economico, sprona investimenti necessari alla crescita nazionale. Mentre l’Occidente dibatte, le economie emergenti stanno attivamente costruendo le conoscenze e le opere necessarie per garantire la propria sicurezza idrica futura.
La (fragile) diplomazia dell’acqua
Sul piano giuridico, la diplomazia dell’acqua si fonda su un’architettura normativa internazionale che tenta di prevenire la competizione distruttiva tra Stati rivieraschi. La Convenzione delle Nazioni Unite sui corsi d’acqua internazionali del 1997 acque stabilisce due principi cardine: l’uso equo e ragionevole delle risorse condivise e l’obbligo di non arrecare danno significativo agli altri Stati. A essa si affianca la Convenzione UNECE sull’acqua del 1992, aperta anche a Paesi extra-europei. La Convenzione promuove la creazione di meccanismi congiunti di monitoraggio e gestione dei bacini idrici transfrontalieri.
Tuttavia, questi strumenti soffrono di limiti strutturali: mancano meccanismi coercitivi e la loro efficacia dipende in larga misura dalla volontà politica degli Stati coinvolti. In un contesto segnato da crescenti asimmetrie di potere, il diritto internazionale fornisce una cornice di cooperazione, ma non elimina la strategicità della risorsa idrica.
La diplomazia climatica è stata la prima e più naturale strada percorsa: il problema è comune, pertanto servono soluzioni collettive. Tuttavia, la mancanza di cooperazione sotto più aspetti e la generale sfiducia verso le organizzazioni internazionali riscontrata negli ultimi 15 anni non ha favorito la formulazione di soluzioni concrete. Le ultime COP hanno deliberato su possibili obiettivi futuri, confermando i problemi, ma senza programmare investimenti di lungo periodo. Le Nazioni tendono a utilizzare la tecnica del bandwagoning, ovvero salire sul carro del più forte e adattarsi alle scelte altrui, anche se questo comporti mantenere un piano di inferiorità.
Le grandi potenze dinanzi alla gestione delle lotte per l’acqua
L’Europa per esempio potrebbe sicuramente fare di più. Pioniera del Green Deal, un progetto di innovazione e strategia energetica, oggi si ritrova più divisa di come dovrebbe essere per mantenere un ruolo centrale nella questione ambientale. Inoltre, l’Europa rischia di perdere la posizione di potenza normativa globale. In quanto mercato più ambito per la domanda globale, la legislazione europea ha stimolato anche altri continenti, come Sud America e Asia, a conformarsi alle normative europee per poter beneficiare del commercio con l’Unione Europea.
Negli anni, la globalizzazione ha portato ad una sorta di standardizzazione normativa. Per esempio, i beni alimentari devono rispettare determinate leggi per essere venduti in Europa, perciò l’Europa ha assunto il ruolo di superpotenza regolatoria. Tuttavia, il crescente mercato asiatico e l’innovazione tecnologia stanno lentamente erodendo l’hard power diplomatico europeo. La diplomazia necessita di unione, e di una voce che parli per tutti per affrontare i problemi climatici e arginare i rischi legati all’acqua.
A seguito del ritiro degli Stati Uniti da alcune organizzazioni internazionali nel gennaio 2026, la cooperazione multilaterale continuerà basandosi su realtà di mercato e innovazione tecnologica, poiché la resilienza climatica è ormai inseparabile dalla competitività economica. Il rischio di instabilità politica è la creazione di blocchi non collaborativi e un meccanismo di accordi bilaterali a vantaggio di alcuni e svantaggio di altri, che inevitabilmente sfocerebbe nella violenza. La sede diplomatica dovrebbe permettere la creazione di soluzioni che integrino gli investimenti tra economie emergenti e i tradizionali detentori di ricchezza, al fine di migliorare le infrastrutture e la tecnologia rinnovabile per contrastare una stagnazione economica che sarebbe comunque globale. Con la pandemia da COVID-19 sono stati constatati i rischi della globalizzazione; in questo caso, l’impreparazione di fronte a incontrollabili fattori ambientali, sommati ad una scarsità idrica e alimentare, comporterebbero collassi di mercato, tensioni sociali e migratorie, nonché militarizzazione.
Oltre la fragilità: il ruolo del multilateralismo
La diplomazia non è una via perduta, nonostante le difficoltà evidenziate. Ci sono dei vantaggi intrinseci ineguagliabili come il coinvolgimento di una vasta gamma di attori. Le cooperazioni energetiche, per non rischiare di trasformarsi in progetti economici bilaterali e semi privati, devono essere in grado di includere più parti. Il coinvolgimento di attori terzi quali ONG, centri di ricerca, organizzazioni regionali e imprese permettono di affrontare il problema con maggiore consapevolezza e aumentare le possibilità di successo a lungo termine. Solamente la diplomazia multilaterale odierna è capace di riunire figure diverse in una stanza per qualche giorno e deliberare su reali soluzioni.
In secondo luogo, il canale diplomatico permette l’integrazione di più temi. L’acqua non è una questione separata dalle tecnologie rinnovabili, dal commercio del petrolio, dall’espansione dei data center o dalla questione climatica. Spesso i conflitti nascono a causa di inaspettate interconnessioni, la diplomazia riunisce esperti da settori differenti e fornisce la possibilità di integrare le necessità di molti stati contemporaneamente. Gli accordi bilaterali spesso ignorano potenziali danni arrecati a Stati terzi che generano conflitti, o non si preoccupano di reclami di attori non statali.
Un esempio è l’Unione Africana che ha dato priorità alla sicurezza idrica nel continente. Il meeting di febbraio 2026 ad Addis Abeba (Etiopia) ha illustrato come gli investimenti nei servizi igienico-sanitari favoriscano la crescita economica, contrastino le crisi ambientali e migliorino la salute pubblica. L’Unione Africana presenta al mondo l’Agenda 2063, un piano con iniziative concrete, e anche aspirazionali, per concludere i conflitti, ridurre la povertà ed elevare il ruolo dell’Africa nel mondo. L’Unione Africana ha riconosciuto questa necessità: il territorio africano, che in passato è stato oggetto di massiccia colonizzazione, ora potrebbe ritrovarsi campo di battaglia per i minerali critici.
Quali soluzioni dinanzi alle lotte per l’acqua?
L’acqua è leva di potere. Ridurla a ‘questione umanitaria’ significa non coglierne la profondità strategica. La diplomazia rappresenta oggi uno strumento in grado di trasformare l’interdipendenza idrica da fattore di vulnerabilità a incentivo alla cooperazione. Tuttavia, perché ciò avvenga, essa deve evolvere.
La dimensione climatica deve essere integrata alla competitività economica. Bisogna incentivare investimenti green e rafforzare istituzioni regionali capaci di garantire stabilità nel lungo periodo. Se la diplomazia globale risulta complessa e idealistica, rafforzare il piano regionale per evitare conflitti e lotte per l’approvvigionamento dell’acqua è essenziale. L’Oro Blu non determinerà necessariamente guerre, ma certamente ridefinirà gerarchie di potere, modelli di sviluppo e architetture diplomatiche del XXI secolo. La sfida non è evitare qualsiasi conflitto in senso assoluto, ma governare la scarsità prima che essa diventi uno strumento di coercizione.
*Immagine di copertina: [Foto di alex cherry via Unsplash]





