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Troppo poco democratica? A che punto è la democrazia nell’Ue

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Il 19 giugno scorso si è tenuta a Strasburgo la sessione plenaria inaugurale della Conferenza sul futuro dell’Europa. Si tratta di un grande dibattito partecipativo tra i cittadini dell’Ue e i rappresentanti delle sue istituzioni che ha l’obiettivo di permettere alla società civile di partecipare al processo decisionale europeo e influenzarne le future fasi di integrazione. L’idea di adottare questo metodo di democrazia partecipativa era stata lanciata da Emmanuel Macron durante la campagna per le elezioni europee 2019. 

La Conferenza sarebbe dovuta partire il 9 maggio 2020 a Dubrovnik con la partecipazione di molti esponenti della società civile e vari rappresentanti di associazioni senza scopo di lucro e Ong. La pandemia ha fatto slittare il progetto di un anno e ne ha anche ridimensionato la portata: la durata è stata accorciata dai due anni inizialmente previsti a uno solo e per l’impossibilità di riunire molte persone in grandi assemblee è stato anche ridotto il numero di partecipanti. Oltre a ciò, è plausibile immaginare che il grande interesse che ci si aspettava dalla società civile, sia venuto a mancare date molte preoccupazioni più incombenti, quali la ripresa delle economie nazionali e le strategie di vaccinazione.

Non solo la pandemia, ma le istituzioni stesse hanno, loro malgrado, contribuito a diminuire il significato e la rilevanza di questa Conferenza. Oltre a non essersi accordate su una presidenza unica, optando per una guida congiunta di Parlamento, Consiglio e Commissione, esse hanno lanciato la discussione attorno a dieci grandi macro aree che verosimilmente ridurranno il grado di profondità a cui potranno ambire i vari tavoli tematici.

Nonostante ciò, l’ambizione della Conferenza sul futuro dell’Europa rimane grande. Essa intende infatti dare una risposta concreta al problema di deficit democratico con cui le istituzioni europee devono fare i conti sin dalla loro creazione.

Cos’è il deficit democratico?

“Nessuna tassazione senza rappresentanza”, sostenevano i coloni britannici in America nel corso della metà del ‘700 per ribellarsi alle decisioni imposte oltreoceano, senza aver avuto l’opportunità di aver fatto sentire la loro voce nelle deliberazioni. Siamo ancora lungi dall’assistere a un’Unione europea con capacità fiscali e tributarie e uno dei maggiori ostacoli a un’Ue più “politica”, ovvero più simile a un governo federale, è proprio la questione della rappresentanza e del peso di questa rappresentanza.

Il deficit democratico in Ue può essere inteso dunque come la mancanza di un’adeguata rappresentazione degli interessi dei cittadini all’interno delle sue istituzioni, le cui politiche hanno avuto, nel corso degli anni, una ricaduta sempre crescente sulla società civile.

I principali problemi della democrazia nell’Ue

Simon Hix, professore alla London School of Economics, identifica alcuni dei principali problemi alla base del deficit democratico europeo. Una delle critiche più rilevanti riguarda la natura del processo decisionale dell’Ue e il ruolo del Parlamento europeo. Oggi le maggiori decisioni all’interno dell’Unione sono prese da attori con poteri esecutivi, tra tutti la Commissione, l’unica istituzione con il potere di proporre leggi, ma non eletta direttamente dai cittadini europei. Va considerato che i parlamenti nazionali non esercitano nei confronti della Commissione lo stesso livello di controllo che hanno nei confronti dei parlamenti nazionali. 

Tuttavia, a ciò non ha fatto seguito un aumento adeguato dei poteri del Parlamento europeo. Per esempio, il Parlamento europeo non ha alcun potere di iniziativa legislativa, che rimane nelle mani della Commissione. Inoltre, sebbene esso possa sfiduciare l’intera Commissione, non può sfiduciare i commissari singolarmente. E’ anche vero che il Parlamento europeo nomina formalmente la Commissione assieme ai governi degli Stati membri. Tuttavia, la nomina della Commissione europea è nei fatti principalmente il frutto di negoziati tra i capi di governo degli stati nazionali.

Un altro problema, secondo i critici, riguarda le elezioni europee, caratterizzate da poca affluenza e da campagne elettorali nazionali in cui sono principalmente dibattute questioni di politica domestica. Questi fattori contribuiscono a rendere l’Ue distante dai cittadini, che non ne conoscono bene il suo funzionamento e non comprendono bene i poteri delle sue istituzioni, diverse sotto molti aspetti da quelle nazionali. Questo problema si riflette anche nello scarso interesse per la politica europea da parte dei cittadini Ue. Gli europei ne dibattono ben poco, come dimostra l’ultimo sondaggio dell’Eurobarometro.

Quanto è stato fatto per migliorare la democrazia nell’Ue

Di fronte a questi problemi, le istituzioni europee non sono state comunque a guardare e hanno tentato di apportare dei cambiamenti. 

In primo luogo, sono stati fatti progressi per aumentare i poteri del Parlamento europeo, soprattutto con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009. Il trattato ha reso l’Europarlamento un legislatore di pari livello al Consiglio dell’Ue, estendo i suoi poteri legislativi a più di 40 ambiti. Inoltre, questo documento ha dato al Parlamento il potere di votare i trattati internazionali firmati dall’Ue, di approvare il bilancio comunitario e di dare la fiducia alla Commissione. Tuttavia, i suoi poteri rimangono limitati rispetto a quelli dei parlamenti nazionali. Per esempio, l’Europarlamento non ha ancora la possibilità di proporre leggi, prerogativa che rimane nelle mani della Commissione. 

Un’altra novità è stata l’introduzione del cosiddetto Spitzenkandidat (“candidato principale” in italiano) a partire dalle elezioni europee del 2014. Questo sistema incoraggia i partiti politici europei a scegliere un candidato alla presidenza della Commissione che guidi la campagna elettorale a livello continentale. Grazie a questo meccanismo, che mira a migliorare la legittimità dell’esecutivo europeo, lo Spitzenkandidat del partito con più voti dovrebbe essere eletto presidente della Commissione. Il sistema sembrava aver funzionato al suo lancio nel 2014, quando Jean-Claude Juncker, candidato del Partito popolare europeo (Ppe), divenne effettivamente presidente della Commissione. Tuttavia, le cose sono andate diversamente nel 2019, quando è stata scelta come Presidente Ursula von der Leyen e non Manfred Weber, Spitzenkandidat del Ppe. 

I grandi sforzi fatti per aumentare il peso degli interessi dei cittadini nelle istituzioni hanno sicuramente incrementato la legittimità democratica delle politiche europee nel corso degli anni. Tuttavia, non sembrano aver ovviato alla disaffezione dei cittadini per le questioni comunitarie, come osservato dalla scarsa partecipazione alle elezioni europee.

Quali sono le possibili risposte?

La comunicazione con i cittadini e la promozione della loro partecipazione attiva è cruciale. Nel contesto odierno, in cui gli individui sono sovraccaricati di informazioni, è infatti diffuso il desiderio di un ritorno a forme di democrazia diretta, senza intermediari. Intermediari, come le istituzioni rappresentative e i mezzi di informazione tradizionali, che stanno subendo una crisi di legittimità, evocata sistematicamente nella retorica populsita.

Tramite le sue rappresentanze negli Stati membri, la promozione dell’iniziativa dei cittadini europei e dei dialoghi cittadini e, tra gli altri, il lancio della Conferenza sul futuro dell’Europa, la Commissione sta cercando di rafforzare le riforme fatte fino ad ora coinvolgendo direttamente i cittadini. In particolare, la Conferenza è un chiaro richiamo ai nuovi metodi di democrazia deliberativa promossi dall’Ocse come buone pratiche di partecipazione cittadina.

A questo proposito sono stati pensati i panel europei di cittadini, costituiti da individui scelti aleatoriamente nella popolazione europea per discutere e deliberare sui temi della Conferenza. Ricordando però che quando tutto è una priorità, allora niente è più una priorità, sarebbe fondamentale limitarne la varietà di temi e sarebbe auspicabile renderla permanente così da avere un dialogo cittadino sistematico e costruttivo nel lungo termine. In tale modo, l’Unione europea potrebbe diventare l’incubatore delle nuove forme di democrazia deliberativa e ispirare, a seconda del successo ottenuto, i governi nazionali ad adottare politiche simili.

Come evocato dalla ricercatrice Ocse Claudia Chwalisz, le nuove forme di democrazia deliberativa potrebbero infatti rappresentare un ottimo antidoto ai populismi e ridare vigore alle democrazie occidentali dopo lunghi anni di crisi di legittimità.

Articolo a cura di Margaux Truc e Giovanni Carletti

Questo articolo è il secondo di una serie legata alle sfide e ai cambiamenti dell’Unione europea.  Clicca qui invece per leggere la prima analisi della serie: Unita per davvero? Tutte le divisioni dell’Unione Europea. Clicca qui invece per leggere l’analisi successiva: Perché dopo il Covid, l’Ue sta ripensando al Patto di stabilità. 

*crediti foto: Frederic Köberl / Unsplash
Redazione
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