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Welfare e immigrazione: spendi, spandi, emigri

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A causa del crescente invecchiamento della popolazione nei Paesi dell’area Ocse all’inizio degli anni 2000 si è pensato che favorire l’immigrazione internazionale potesse essere davvero una soluzione efficace alla crescente percentuale di anziani nella popolazione. Nel 2015 e nel 2016, ad esempio, la Germania ha accolto oltre un milione di rifugiati dal Medio Oriente e dal Nord Africa diventando il quinto stato con la più numerosa comunità di rifugiati al mondo dopo Turchia, Colombia, Pakistan e Uganda. In quegli anni, quella che per gli altri Stati sviluppati era stata etichettata come una vera e propria crisi migratoria, dalla Germania è stata accolta come un’opportunità per combattere la crisi demografica.

E’ in corso da anni l’acceso dibattito sugli effetti economici delle recenti crisi migratorie poiché persiste la percezione da parte di alcune frange dell’opinione pubblica che gli immigrati siano sempre troppi e che soprattutto siano un peso, accusati di approfittare del sistema di welfare del Paese di destinazione. Bisogna, infatti, riflettere sul nesso fra welfare e immigrazione. Questo fenomeno è rappresentativo della teoria economica dei welfare magnets che, insieme ai fattori di spinta e di attrazione, sarebbe alla base della scelta di uomini e donne che ogni anno decidono di abbandonare il proprio Paese di origine. 

I trend migratori

Nel 2018, quasi 5,3 milioni di migranti permanenti sono entrati nei Paesi dell’area Ocse. Secondo il Dipartimento degli affari economici e sociali delle Nazioni Unite, negli ultimi trent’anni, il numero totale di migranti internazionali che si spostano nelle regioni più sviluppate è raddoppiato seguendo un andamento lineare. 

Osservando il grafico, potremmo concludere che in un primo momento  la situazione riguardante i flussi migratori verso le regioni più sviluppate non era simile a quella verso quelle meno sviluppate. Tuttavia, negli ultimi dieci anni entrambe le tendenze sembrano seguire un simile andamento lineare. Gli immigrati in ogni caso sembrano essere più attratti dai Paesi più sviluppati, dove sono implementati efficienti sistemi di previdenza sociale e il Pil procapite è più elevato. Questi trend, dunque, non sono altro che il risultato dell’interazione di fattori di spinta dal Paese di origine e fattori di attrazione verso il Paese di destinazione. 

I fattori di spinta 

I principali fattori di spinta dei flussi migratori sono stati classificati come “macrofattori”, “mesofattori” e “microfattori”. Innanzitutto, i “macrofattori” dipendono dal contesto politico, come le guerre, o da quello socio-economico, come le condizioni del mercato del lavoro o il Pil pro capite. In secondo luogo, anche le tecnologie della comunicazione sono importanti. Come “mesofattori”, infatti, sono identificati i social media poiché hanno il potere di convincere le persone a lasciare i loro Paesi di origine informandole che è possibile vivere in condizioni diverse o migliori. Infine, ci sono “micro-fattori” che includono aspetti personali legati all’istruzione, allo stato civile o all’appartenenza religiosa, che comunque influenzano questa decisione. Queste condizioni, infatti, se vissute negativamente dall’individuo, fanno sì che questi decida di emigrare verso territori dove i fattori di attrazione, invece, consentano la sua realizzazione personale. 

I fattori di attrazione

Guardando all’Italia, secondo un’indagine del Censis del 2000, i principali motivi per cui il Bel Paese era stato scelto come destinazione del progetto migratorio riguardavano la presenza di un governo che garantisse democrazia e libertà, la garanzia di benessere, ricchezza e facilità di ingresso sul territorio, assenza di razzismo, possibilità di ottenere un lavoro stabile e presenza di parenti o amici sul territorio. In questo contesto è importante sottolineare anche quanto conti l’organizzazione dell’apparato legislativo e istituzionale. Tra i fattori di attrazione infatti sono annoverati anche l’organizzazione del sistema di welfare e una legislazione più favorevole per l’ottenimento della cittadinanza. Tutti questi fattori, dunque, sarebbero quelli in grado di attrarre “come una calamita” i migranti verso i rispettivi Paesi di destinazione. 

La teoria dei welfare magnets

Per quanto riguarda le spinte di attrazione è importante introdurre il fenomeno dei welfare magnets. La teoria dei welfare magnets, infatti, è stata formulata per la prima volta in un articolo dell’economista statunitense George Jesus Borjas nel 1999. Si basa sull’ipotesi secondo cui la generosità del sistema di welfare del Paese di destinazione possa agire come fattore di attrazione per i flussi migratori. In particolare, afferma che gli immigrati preferiscono stabilirsi in Paesi con una previdenza sociale generosa al fine di assicurarsi contro i rischi del mercato del lavoro. Questo effetto potrebbe non essere necessariamente limitato, però, agli immigrati non qualificati. Anche gli immigrati altamente qualificati, infatti, potrebbero preferire vivere in Paesi con sistemi di previdenza sociale più estesi poiché, ad esempio, le fluttuazioni del ciclo economico potrebbero influenzare le loro prospettive occupazionali indipendentemente dal loro livello di abilità.

Borjas col suo modello sostiene che il welfare potrebbe influenzare i flussi migratori attraverso diversi canali. In primo luogo, i Paesi dotati di un sistema di welfare più generoso potrebbero attrarre immigrati che non sarebbero emigrati altrimenti. In secondo luogo, l’esistenza di ammortizzatori sociali porterebbe a trattenere anche coloro i quali altrimenti sarebbero tornati nel Paese di origine.

Per dimostrare il suo punto di vista, Borjas usa l’esempio degli Stati Uniti. Egli sostiene che la sostanziale dispersione delle prestazioni sociali all’interno del sistema statale ha influenzato le scelte di ubicazione residenziale degli immigrati internazionali. Gli immigrati negli Stati Uniti sono individui che hanno già sostenuto il costo dell’immigrazione. Per questo, il costo della scelta di uno Stato o dell’altro è trascurabile. Ciò implica che gli immigrati che ricevono assistenza tendono a scegliere gli Stati che offrono i maggiori benefici sociali. D’altra parte, i welfare magnets non risultano essere un forte incentivo a emigrare attraverso gli Stati per gli statunitensi poiché in ogni caso sosterrebbero i costi di trasloco. Alla luce di ciò, tra gli studiosi è dilagata la “paura” che gli immigrati potessero essere beneficiari di un sistema di welfare senza apportarne alcun beneficio ed essere solo un peso per le casse dello Stato. 

Gli immigrati approfittano della spesa pubblica? 

Per capire a fondo la teoria dei welfare magnets è utile guardare al caso dell’Unione Europea che per i pilastri su cui è stata fondata si presta ad essere una chiara esemplificazione. Alcune pubblicazioni accademiche e dibattiti pubblici negli anni, infatti, hanno definito l’organizzazione dell’Ue come corrosiva per i sistemi di welfare nazionali che diventerebbero una “calamita” per cittadini europei più poveri. Nell’Ue, infatti, si è sviluppato un sistema di libera circolazione “doppiamente aperto”, che garantisce ai cittadini sia il diritto alla libera circolazione all’interno dell’Unione nonché i diritti previdenziali al di là dei confini del proprio Paese di origine. 

In realtà, secondo alcuni studi recenti è plausibile concludere che i timori sull’abuso dei sistemi di welfare da parte degli immigrati siano in qualche modo infondati o quantomeno esagerati. Quando si trova l’evidenza di un “effetto magnete”, l’impatto tende comunque ad essere piuttosto esiguoAd esempio, la Danimarca rappresenterebbe la classica tipologia di stato sociale nordico finanziato tramite la tassazione e rappresenta uno degli scenari più favorevoli verso cui si vorrebbe migrare se l’ipotesi dei welfare magnets valesse davvero. Tuttavia, nella realtà ciò non accade. Nonostante un sistema di libera circolazione a doppia apertura, in Danimarca non si registra un aumento considerevole del tasso di utilizzo di prestazioni non contributive, ovvero non legate al versamento di contributi anteriori come l’indennità per l’assistenza a individui disabili o minori, da parte dei cittadini dell’Ue.

In conclusione, dunque, gli effetti della migrazione sulla spesa pubblica e i risultati derivanti dall’analisi di Martinsen e Werner sul modello dei welfare magnets risultano essere ambigui o comunque poco rilevanti, dimostrando che questo tanto temuto fenomeno nell’economia reale in realtà non ha un impatto significativo. Le caratteristiche più favorevoli di un determinato sistema di welfare non sembrano tradursi in maggiori oneri per la spesa assistenziale e previdenziale di un Paese ma anzi, dal momento che l’età media dei flussi migratori è generalmente più bassa della popolazione nativa, sembrerebbe quasi che tale composizione possa giovare non solo alla crisi demografica in atto ma anche alla produttività, al sistema sanitario e quello pensionistico.  

Se diamo uno sguardo ai benefici dell’immigrazione regolare, sembra che essi superino i costi poiché flussi migratori giovani e qualificati hanno esternalità positive per quei Paesi sviluppati che devono affrontare non solo la crisi demografica ma anche un crescente debito pubblico.

Sveva Manfredi
Nata e cresciuta a Nola, ridente cittadina in provincia di Napoli vent’anni fa. Curiosa di capire come mai la società non funzioni, ho deciso di studiare Economia e Finanza alla Bocconi. Nel tempo libero rincorro passioni, e alcune le metto anche su carta: sono quelle che, alla fine, ci rendono ogni giorno più vivi, salvando il mondo.

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