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Cos’è il MES e cosa può fare contro il Covid-19

Tempo di lettura stimato: 6 min.

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Il dibattito intorno al Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) si fa sempre più acceso. Soprattutto da giovedì notte, quando i ministri delle finanze dell’Eurozona hanno approvato un pacchetto di misure per far fronte all’emergenza generata dal diffondersi del Covid-19, tra cui quella legata al Mes.

Anche se l’ex “Fondo Salva-Stati” esiste dal 2012 come risposta alla crisi economica, soltanto cinque stati ne hanno finora usufruito: Irlanda, Portogallo, Grecia, Cipro e Spagna. Si tratta, infatti, di un’organizzazione atta a fornire assistenza finanziaria ad uno stato richiedente qualora la stabilità dell’intera area euro fosse messa a rischio. 

Durante l’emergenza finanziaria che investì l’Europa dopo il 2008 ci si scontrò con il divieto dell’art. 123 del Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) di concedere “qualsiasi forma di facilitazione creditizia” agli stati in difficoltà. L’articolo si presuppone di evitare che quest’ultimi diano per scontato l’intervento degli altri paesi a loro salvataggio, senza eccezioni. Ma data la straordinarietà della situazione, si pensò di compensare la rigidità dell’articolo con la creazione di un fondo prima temporaneo (Fondo Europeo per la Stabilità Finanziaria – FESF) e poi definitivo nel 2012. Il Mes, appunto, dietro forte spinta italiana.

Al Consiglio Europeo del 24/25 marzo 2011 l’Italia era rappresentata dall’allora Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi che contribuì alla definizione dei termini del Mes “sulla base di una rigorosa condizionalità […] nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico e di un’analisi scrupolosa della sostenibilità del debito pubblico”. La decisione venne poi approvata sotto forma di disegno di legge dal Consiglio dei Ministri n.149 del 3 agosto 2011. L’approvazione definitiva arrivò poi dal Senato il 12 luglio 2012, quando si era già insediato il governo Monti.

Le condizioni

La novità approvata durante l’Eurogruppo di giovedì notte sta nell’esclusione delle spese sanitarie dirette e indirette legate al Covid-19 dai vincoli del Mes. L’accordo prevede la possibilità per i paesi dell’Eurozona di ottenere liquidità fino ad un massimo del 2% del Pil fino alla fine dell’emergenza. Di norma, infatti, il ricorso al fondo da parte di uno Stato in difficoltà è subordinato all’innesco di una serie di interventi in materia fiscale e nel settore finanziario. 

Le cosiddette linee di credito del Mes, ovvero le condizioni imposte allo stato che decide di beneficiare dell’aiuto del fondo, prevedono:

  • consolidamento fiscale attraverso tagli alla spesa pubblica al fine di ridurne i costi;
  • riforme strutturali per stimolare la crescita e la creazione di posti di lavoro;
  • interventi nel settore finanziario con un aumento della sorveglianza da parte della cosiddetta Troika come nel caso della Grecia (ovvero il controllo incrociato da parte di Commissione europea, BCE e – se coinvolto – FMI) con un occhio di riguardo per le banche fino al potere di ricapitalizzazione

La procedura di concessione e le condizioni variano in base al paese richiedente. Si distinguono due diverse linee di credito per i paesi con una situazione finanziaria solida e per quelli il cui quadro economico-finanziario è già compromesso, rispettivamente Precautionary Conditioned Credit Line (PCCL) e Enhanced Conditions Credit Line (ECCL). In quest’ultimo rientrerebbero la maggior parte dei paesi del sud Europa, Italia compresa.

Sebbene sia uno strumento di solidarietà europea, chi riceve il prestito si impegna dunque a sottoscrivere un Memorandum of Understanding (MoU) o Memorandum d’intesa che definisce gli impegni, i tagli al deficit o se concordati al valore dei titoli del debito pubblico (ristrutturazione del debito), e gli interventi da attuare al fine di ripagare la cifra. Ma secondo l’economista Carlo Cottarelli intervistato recentemente da Orizzonti Politici, dato il dilagare del Covid-19 sarebbe assurdo chiedere ai paesi di ridurre il proprio deficit e dunque le condizionalità del Mes non dovrebbero essere associate al termine austerità.

 

La decisione dell’Eurogruppo in risposta al Covid-19

Con la decisione dell’Eurogruppo i vincoli previsti dal Mes si azzerano a patto di usare il prestito per rispondere all’emergenza sanitaria. Nello specifico, il Mes mette a disposizione dell’area euro 240 miliardi e ogni paese potrà chiedere un finanziamento che corrisponda al massimo al 2% del proprio Pil (circa 35 mld di euro per l’Italia) per far fronte alle spese sanitarie dirette e indirette. Soltanto in questo caso le condizioni generalmente previste dal Meccanismo di Stabilità saranno sospese.

In altre parole, un Paese che decide di ricorrere al Mes per affrontare le spese sanitarie necessarie al superamento dell’emergenza non vedrà l’imporsi delle condizioni più rigide. In questo modo la spesa sanitaria è esente dalle normali condizioni del Mes. Mentre rimangono invariate le regole per chi decide di appoggiarsi al fondo per altre ragioni. 

Misura questa che potrebbe sembrare esigua se presa da sola. Ma si inserisce all’interno di un più ampio pacchetto di misure discusse e approvate dai ministri delle finanze dell’Eurozona. Un compromesso tra gli stati del nord Europa con l’iniziativa diplomatica dell’Olanda e quelli del sud guidati dall’Italia. Nonostante l’azzeramento delle normali condizioni imposte dal Mes per le spese sanitarie, non è ancora chiaro quanti stati approfitteranno della novità. Anche perché è possibile che il 2% del Pil risulti una cifra insufficiente rispetto alle esigenze sanitarie degli Stati più grandi. Oppure che il ricorso al prestito diventi un “marchio di riconoscimento” dei paesi finanziariamente più compromessi.

 

Il dibattito politico

Premier Giuseppe Conte in conferenza stampa
Il premier Giuseppe Conte in conferenza stampa

Se le divergenze politiche si erano parzialmente attenuate di fronte all’emergenza Coronavirus, i toni si sono fatti più aspri nelle ultime ore. Soprattutto dopo la notizia del compromesso raggiunto dall’Eurogruppo. Ma è bene fare chiarezza: con l’approvazione del pacchetto di misure da parte dell’Eurogruppo, l’Italia non ricorre al Mes. Il premier Giuseppe Conte è tornato a ribadire che “l’Italia partecipa alla battaglia per rivedere le linee di credito del Mes, ma per quanto riguarda l’emergenza è uno strumento inadeguato e insufficiente”, facendo eco alle sue stesse parole pronunciate durante la conferenza stampa del 6 aprile: “Mes no, Eurobond sì”. Dopo la decisione dell’Eurogruppo infatti il dibattito politico si è infiammato tanto da tradursi nella diretta risposta di Conte agli esponenti dell’opposizione, non mancando di fare nomi e cognomi. 

Dall’opposizione la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni aveva accusato il governo di tradimento. Il leader della Lega Matteo Salvini aveva invece commentato l’esito dell’Eurogruppo come “una drammatica Caporetto” paragonando la disfatta della Prima guerra mondiale all’approvazione del Mes.

“E’ bene chiarire che l’Italia non ha deciso di fare ricorso al Mes” sottolineano fonti del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Diversi membri del governo hanno lanciato il loro appello per fermare le bufale. Un esempio è quello del vice ministro dell’Interno e capo politico M5s, Vito Crimi intervenuto a Radio Rai 1. La posizione del governo infatti è sempre stata fortemente contraria al Mes in quanto vincolante dal punto di vista fiscale ed economico. Oltre ad essere ritenuto una risposta inadeguata alla crisi causata dal Coronavirus, preferendo una soluzione di stampo comunitario come l’emissione di Eurobond.

 

Se le condizioni del Mes sono state allentate soltanto per le spese sanitarie, di bond europei non si parla ma il ministro Gualtieri si riferisce a questi come una misura “ancora sul tavolo” attraverso il Recovery Fund. Il suo corrispettivo olandese, Wopke Hoekstra, conferma però la sua linea diametralmente opposta. Le decisioni a lungo termine dovranno ancora aspettare, mentre emerge chiaramente un’Europa che viaggia a due diverse velocità. I paesi del nord e quelli del sud non sono infatti, allineati.

Agnese Stracquadanio
Vengo dal posto più bello del mondo e ho studiato comunicazione e giornalismo alla Statale di Milano, per poi completare un Master in International Relations alla University of Westminster di Londra. Qualcuno una volta mi disse: “Chi non si interessa di politica fa il danno della sua esistenza”. E io l’ho preso alla lettera.

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