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Oltre la pandemia: le sfide del sistema bancario italiano

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Quella del 15 settembre 2008 è una data chiave della storia recente, impressa nella mente di molti, economisti e non. Si parla, infatti, del giorno dell’improvviso fallimento di Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’investimento statunitensi; questo avvenimento ha avuto effetti devastanti sull’economia mondiale, trasformando quella che inizialmente era una crisi finanziaria legata in una crisi sistemica, e rischiando di trascinare nel baratro altri colossi del settore come Wells Fargo, AIG e Citibank, poi salvati. Il fallimento di una banca, commerciale o di investimento che sia, rappresenta un avvenimento terribile per l’economia nel suo complesso: da un lato per l’effetto domino che è capace di scatenare, in grado potenzialmente di far collassare l’intero sistema; dall’altro per le fasi di panico dei risparmiatori che ne derivano, e che comportano inevitabili corse agli sportelli.

A questo punto, dopo 13 anni, è lecito domandarsi: qual è la situazione del sistema bancario italiano? È stato in grado di reagire alla pandemia e alla relativa crisi?

Proprio per rispondere a tali interrogativi, il 30 luglio scorso la Banca Centrale Europea (BCE) e l’Autorità Bancaria Europea (ABE) hanno pubblicato i risultati dell’ultimo stress test condotto congiuntamente su 50 banche di 15 diversi Paesi (UE ed area economica europea). In questo stress test non è mancata un’analisi della congiuntura economica attuale, oltre che una simulazione di scenari particolarmente avversi.

Le banche italiane, tra buoni risultati e problemi

Osservando i risultati dell’ultimo stress test, si può notare come le prestazioni dei gruppi bancari italiani sotto esame (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Banco BPM e Mediobanca) siano incoraggianti, nonostante l’ultimo posto a livello europeo di Monte dei Paschi di Siena (MPS) appaia piuttosto allarmante.  
Le banche italiane, infatti, sembrerebbero aver resistito alla pandemia, oltre che pronte ad affrontare la successiva crisi, malgrado le performance si confermino comunque al di sotto della media europea. Quest’ultimo aspetto deriva sia dalla difficile situazione di MPS, sia da un CET1 (il più importante indice di solidità per una banca, calcolato rapportando il capitale ordinario versato con le attività ponderate per il rischio) inferiore di 90 punti base rispetto alla media UE.
I gruppi italiani che si distinguono per i migliori risultati sono Mediobanca e Intesa Sanpaolo, piuttosto staccata Unicredit, mentre Banco BPM è nelle ultime 15.

Benché il quadro delineatosi sia, nel complesso, positivo (specie se si considera il particolare rigore con cui è stato condotto lo stress test quest’anno), bisogna considerare che il sistema bancario italiano è affetto da diversi problemi, tra cui alcuni di lunga data.
Quello che ha l’impatto più rilevante è la grandissima quantità di crediti inesigibili accumulati nel tempo (cd. crediti deteriorati, ossia i crediti che i debitori non riescono a pagare regolarmente o del tutto). Secondo il “Market Watch NPL” pubblicato da Banca Ifis lo scorso gennaio, l’Italia ha una percentuale di crediti deteriorati pari a circa il doppio della media europea (6% contro 3%), al triplo di quella francese e a 6 volte quella tedesca. La pandemia e la congiuntura economica negativa derivante non stanno agevolando la risoluzione di questo problema, con lo stock di crediti deteriorati lordi presente nei bilanci delle banche italiane che è previsto aumentare di 19 miliardi di euro quest’anno e di 20 nel prossimo.
Va specificato, però, che fortunatamente la situazione è ben distante dai picchi massimi raggiunti nel 2013.
Altro problema con cui le banche del nostro Paese devono fare i conti è la bassa redditività, che rischia di compromettere la loro capacità di reperire mezzi patrimoniali sul mercato in caso di necessità, poiché il capitale interno che si genera in caso di profitti non sufficienti è scarso e la valutazione azionaria delle banche quotate in borsa è anch’essa piuttosto modesta.
Da non sottovalutare, infine, i costi elevati cui i gruppi bancari italiani devono far fronte. Secondo il prof. Roberto Ruozi, ex rettore dell’Università Bocconi, questi sono da imputare principalmente all’elevatissimo numero di sportelli presenti nel nostro Paese; non a caso, alcune banche hanno risposto alla crisi pandemica chiudendo molte delle proprie filiali.

Un sistema bancario sempre più concentrato

L’acquisizione di Ubi Banca da parte di Intesa Sanpaolo, la recente trattativa tra il gruppo Unicredit e il Mef per l’acquisizione di MPS e l’interesse di Banco BPM alla costituzione di un terzo polo bancario di grandi dimensioni insieme a Bper testimoniano l’intenzione da parte delle banche italiane di unire le proprie forze per insidiare sempre di più i competitors a livello europeo.

La concentrazione del sistema bancario italiano, dunque, sta aumentando sempre di più, come conferma la notevole crescita tra il 2015 e il 2019 (rispettivamente di 208 punti e 6,9 punti percentuali) dell’indice di Herfindahl – dato dalla somma dei quadrati delle quote di mercato delle banche di un determinato Paese – e della somma delle quote di mercato delle prime 5 banche. Nel caso in cui le trattative Unicredit-Mef e Banco BPM andassero in porto, si assisterebbe ad un aumento dell’indice di Herfindahl fino a 1290 punti e si avrebbe una quota di mercato dei primi 5 gruppi pari al 62,5%.
Quest’ultimo valore avvicinerebbe molto l’Italia alla Spagna, che guida la classifica dei Paesi europei con maggior concentrazione dei sistemi bancari con una quota di mercato dei primi 5 gruppi pari a 67,4%.
Tutte queste acquisizioni e fusioni, comprese quelle ancora allo stato embrionale, stanno raccogliendo i consensi di molti banchieri e delle autorità di vigilanza: dar vita a gruppi bancari di dimensioni più grandi appare infatti come un ottimo modo per aumentare la solidità e fronteggiare le insidie legate all’attuale congiuntura economica.

Ma quali sono i pro e i contro di un così significativo aumento della concentrazione del sistema bancario? Uno degli aspetti più positivi è certamente l’allineamento con i valori che caratterizzano gli altri Paesi europei (oltre alla già citata Spagna, ad esempio, si consideri la quota di mercato dei primi 5 gruppi francesi, pari al 48,7%). Un altro punto a favore è certamente la maggior capacità di investimento nelle nuove tecnologie da parte di banche più grandi, ma non mancano i lati negativi: ad esempio, il maggior potere di mercato (che può comportare maggior distanza rispetto alle esigenze dei clienti) e l’asimmetria con il sistema produttivo, poiché, se l’industria bancaria è sempre più aggregata, non si può dire lo stesso di quella reale.

L’Unione Bancaria e il processo di ristrutturazione del sistema bancario 

Se la situazione delle banche italiane (ed europee in generale) preoccupa molto meno rispetto al passato è anche grazie a diverse misure che sono state messe in atto a seguito della crisi del 2008 (e della crisi del debito sovrano di tre anni più tardi) per salvaguardare la tenuta degli istituti di credito e proteggere il mercato unico.

Tra queste, ha una particolare importanza la nascita dell’Unione Bancaria, costituita nel giugno 2012 dai Capi di Stato e di governo dei Paesi dell’area euro per perseguire una serie di obiettivi, tra cui: evitare che il rischio sovrano intacchi la solidità dei sistemi bancari nazionali dando luogo a circoli viziosi, come accaduto nel 2011/2012; rafforzare l’integrazione tra i sistemi bancari a livello continentale; dare vita ad un nuovo assetto istituzionale volto alla vigilanza sulle banche europee.
Una delle novità sorte conseguentemente all’istituzione dell’Unione Bancaria è il meccanismo di vigilanza unico (SSM), operativo dal 4 dicembre 2014 con l’assunzione da parte della Banca Centrale Europea (BCE) di compiti di vigilanza bancaria, esercitati tramite le autorità nazionali dei singoli Paesi; le banche dell’eurozona sotto il controllo diretto della BCE sono 123 (pari ad oltre l’80% degli attivi bancari dell’area) e sono dette “rilevanti” o “significative” in virtù di requisiti dimensionali (oltre 30 miliardi di attivo) e/o di operatività transfrontaliera.
Sempre nell’ambito dell’Unione Bancaria, vi è stata la creazione del Meccanismo di risoluzione unico (SRM), ossia uno strumento operativo di gestione delle crisi delle banche soggette alla supervisione della BCE.
applicato nella sua interezza a partire dal 2016, tale strumento si compone di un’autorità di risoluzione a livello continentale (Comitato di risoluzione unico) e di un fondo di risoluzione comune, ed ha lo scopo di garantire una risoluzione ordinata delle banche in dissesto, minimizzando i costi per i contribuenti e per l’economia reale.

Rientra nei propositi dell’Unione Bancaria anche la creazione di un sistema europeo di garanzia dei depositi, ad oggi ancora non attivo, che servirebbe a garantire i conti correnti in modo uniforme all’interno dell’UE, superando la frammentazione delle garanzie nazionali e rendendo le banche meno vulnerabili agli shock locali.

Vittorio Fiaschini
Nato a Perugia quasi 20 anni fa, studio economia e finanza alla Bocconi. Amante di sport, cinema e storia, la mia passione numero uno è però la politica. Fanatico della Prima Repubblica, rischio spesso di venire alle mani con chi pensa che Andreotti sia solo un meme.

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