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La mobilità in Italia è un’Odissea

macchine in strada

Uno degli intenti presenti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) è quello di rendere la mobilità in Italia e le infrastrutture connesse a quest’ultima più moderne, sostenibili e orientate alla digitalizzazione. Il fine sotteso è quello di progredire nel raggiungimento dell’obiettivo della decarbonizzazione, il quale si trova al centro delle sfide imposte dall’Unione europea e nel piano European Green Deal

Come disposto dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (Pniec) è necessario rendere i trasporti più efficienti, ridurre le emissioni legate agli spostamenti e allo stesso tempo introdurre misure che rendano la mobilità meno indispensabile, riducendo gli sprechi ad essa connessi. Per raggiungere tali fini verranno investiti nel complesso poco più di 25 miliardi di euro, di cui quasi la totalità saranno utilizzati per progetti concernenti la rete ferroviaria. La restante parte sarà adibita alla componente di Intermodalità e logistica integrata, la quale prevede interventi a supporto dell’ammodernamento e della digitalizzazione del sistema dei trasporti. Da tale incipit si comprende perfettamente che, qualora questi fondi venissero adibiti a migliorare i trasporti, a beneficiarne sarebbero certamente anche i pendolari; coloro che ogni giorno, con alla mano un biglietto o un abbonamento, sperano di recarsi al luogo di studio o di lavoro in fretta, puntuali e senza stress.

La situazione dei trasporti in Italia

L’attuale sistema italiano di trasporti incontra grandi limitazioni sul lato infrastrutturale, scontando carenze, incertezze e ritardi che ne ledono la competitività e la possibilità di crescita. Inoltre, i divari territoriali tra il Nord e il Sud della penisola, nonché tra aree urbane e rurali, limitano il movimento di studenti, lavoratori e turisti, lasciando alcune zone isolate e certe altre sovraffollate, ed impedendo il raggiungimento di uno sviluppo economico omogeneo.

Secondo i dati forniti dal Pnrr, il 90% del traffico di passeggeri in Italia avviene su strada, mentre solo il 6% dei passeggeri opta per spostamenti ferroviari, dato al di sotto della media europea, la quale si assesta al 7,9%. Si deduce che l’ambito dei trasporti risulta tra quelli maggiormente responsabili delle emissioni climalteranti, con un contributo pari al 23,3% delle emissioni totali di gas serra. In una Comunicazione della Commissione europea denominata Strategia per una mobilità intelligente e sostenibile si stabilisce che “tutti i modi di trasporto debbano contribuire a una riduzione sostanziale delle emissioni del settore dei trasporti entro il 2030 ed entro il 2050, in una maniera che preservi la loro competitività e tenga conto del loro potenziale di riduzione delle emissioni”.

Dal documento di Pnrr si evince altresì che l’assenza di un efficiente sistema infrastrutturale ha ricadute sul trasporto delle merci; a tal proposito, senza collegamenti ferroviari efficaci ed efficienti, il trasporto su strada rimane l’unica scelta papabile. I dati evidenziano che le merci viaggiano approssimativamente per il 54,5% su strada contro l’11% su rotaia, causando congestioni e problemi di sicurezza lungo le arterie autostradali. È necessario, dunque, rendere i collegamenti tra ferrovie, porti ed aeroporti più adeguati, affidabili, economici e sicuri. 

Gli spostamenti degli italiani

Osservando il dossier Trasporto, Passeggeri e Mobilità di ANFIA un dato interessante è che nel 2019 in un giorno medio feriale sono stati effettuati 105,7 milioni di spostamenti. Il numero di spostamenti dal 2002 fino al 2010 è sempre stato intorno ai 120 milioni, scendendo ad una media di 103,5 milioni nel periodo 2011-2019. Interessante è anche comprendere come si muovono gli italiani e proprio tale dossier mostra che il mezzo di trasporto prediletto è l’automobile. Complessivamente, gli spostamenti a bordo di mezzi a motore coprono l’82,4% del totale; mentre, gli spostamenti a piedi o in bicicletta, rappresentanti una mobilità attiva, sono solo il 24,1%.

 

Nel 2021 l’Istat ha pubblicato uno studio basato su dati raccolti nell’anno 2019 intitolato Spostamenti della Popolazione Residente per Studio o Lavoro. Da questo si deduce che quotidianamente si spostano circa 30.214.401 persone – quasi due milioni di persone in più rispetto all’indagine precedente risalente al 2011 – di cui più di 20.517.799 per lavoro e la restante parte per motivi legati allo studio

Differenze nella mobilità emergono sia in merito alla motivazione dello spostamento, sia al genere della persona, alla zona di residenza e alla destinazione. La maggioranza di coloro che si spostano per lavoro sono uomini (56,8%), mentre per motivi di studio la ripartizione è equa tra i generi, ovvero il 50,2% del totale sono uomini e il 49,8% sono donne. La quota più elevata di spostamenti avviene entro il comune di dimora abituale (57,5%). Inoltre, gli spostamenti sono maggiori nelle regioni del Trentino-Alto Adige (56,5%), Lombardia (56,0%), Emilia-Romagna (55,4%) e Veneto (55,1%). Sotto il valore medio nazionale (50,7%) si collocano tutte le regioni del Mezzogiorno (Sud e Isole). 

Le regioni in cui ci si sposta di più per motivi di lavoro sono quelle del Nord – principalmente Friuli-Venezia Giulia e Liguria (71,6%), Emilia-Romagna (71,2%) e Trentino Alto-Adige (70,9%) – nelle quali i tassi di occupazione sono più elevati. Nelle regioni del Mezzogiorno sono invece più rilevanti gli spostamenti quotidiani dei giovani per raggiungere il luogo di studio, in primis in Campania (40,4%), Sicilia (38,9%) e Calabria (37,2%).

Pendolaria: rivoluzione del movimento

L’analisi della mobilità e delle infrastrutture ad essa connesse può essere meglio compresa analizzando i dati di Pendolaria, una campagna di Legambiente dedicata allo studio delle ferrovie, della mobilità e del pendolarismo, effettuata con il fine di contribuire alla creazione di trasporti ferroviari regionali e locali moderni, sostenibili ed efficienti. Da quest’analisi emerge che i quasi sei milioni di pendolari che usano giornalmente i treni o le metropolitane per spostarsi sul territorio italiano subiscono i malfunzionamenti, i ritardi e le situazioni invivibili che si respirano a bordo dei mezzi. In tal modo, Legambiente si propone di denunciare i disservizi e le discrepanze regionali, proponendo soluzioni concrete per migliorare i trasporti e assolvere gli obiettivi che l’Italia, anche stimolata dall’UE, si è proposta di raggiungere.

I dati rilasciati nel rapporto Pendolaria 2023 forniscono chiarimenti sulla situazione e sugli scenari del trasporto pendolare in Italia. Fin dalle prime righe si comprende che i ritardi, le frequenze scarse, le risorse inadeguate, le linee interrotte, sospese o abbandonate e la lentezza nell’innovazione rispetto al resto d’Europa, rendono i mezzi pubblici su ferrovia poco competitivi, irrispettosi nelle tempistiche della transizione ecologica e inutilizzabili per i lavoratori e gli studenti.

Dal rapporto sopra citato emerge che i problemi risalenti al periodo pre-pandemico sono tutt’ora irrisolti e l’inquinamento dovuto al congestionamento dei veicoli privati in circolazione, con il relativo impatto negativo che questo causa alla salute degli individui, non trova soluzione.

Nonostante i ritardi infrastrutturali che l’Italia nutre rispetto ad altri Paesi europei, tra il 2010 e il 2020 sono stati realizzati 310 km di autostrade e migliaia di chilometri di strade nazionali, ma solamente 91 km di metropolitane e 63 km di tranvie. Dal 2018 al 2022 le inaugurazioni di nuovi binari in città sono state insufficienti: nel 2018 sono stati inaugurati 0,6 km; nei due anni successivi nessuna linea è stata aperta; nel 2021 solo 1,7 km, mentre nel 2022 si registra un miglioramento con 5,3 km. Per quanto riguarda le nuove tranvie il dato medio degli ultimi cinque anni è 2,1 km all’anno. 

Persistono differenze nelle aree del Paese, in particolare tra il Nord e il Sud e tra i gestori delle linee. Nel Mezzogiorno circolano meno treni, i convogli sono più vecchi e viaggiano su linee spesso a binario unico e non elettrificate. 

Si segnala anche che Legambiente ha stilato una classifica delle dieci linee peggiori d’Italia, in modo da segnalare dove sarebbe necessario un intervento immediato nel trasporto pubblico su ferro per ridurre il traffico, il costo del trasporto che grava su ogni famiglia e sullo Stato e per migliorare la qualità della vita degli abitanti. Nelle prime posizioni le Ex linee Circumvesuviane, la Roma – Lido e Roma Nord – Viterbo, la Catania – Caltagirone – Gela; a seguire Milano – Mortara, Verona – Rovigo e Rovigo – Chioggia, Genova – Acqui – Asti, Novara – Biella – Santhià, Trento – Bassano del Grappa, Portomaggiore – Bologna, e all’ultimo posto Bari – Bitritto.

Quali sono le soluzioni?

Come emerge dal Rapporto Pendolaria 2023 sarebbe utile investire in infrastrutture, in alcuni casi già in cantiere e progettate, ma in ritardo di anni, così come in servizi adeguati ed interconnessi, treni e metropolitane moderne, e nella mobilità dolce, accessibile ed inclusiva.

Gli stanziamenti da parte del Governo e degli enti locali sono solitamente contenuti, ma grazie all’opportunità offerta dai fondi europei e dal Pnrr è auspicabile passare all’azione, avviando interventi significativi per cambiare la situazione attuale. Il tema dei pendolari e dei trasporti efficienti, ecologici e moderni dovrebbe diventare una priorità; poiché laddove gli spostamenti sono comodi e veloci, aumenta l’efficienza e la produttività dei singoli.

Infine, altre soluzioni al problema delle infrastrutture usate dai pendolari potrebbero derivare dalla scelta di dedicare alcuni giorni lavorativi al telelavoro, ove possibile, evitando gli spostamenti, riducendo le emissioni di CO2 a queste legati e risparmiando tempo che i lavoratori dedicano alla mobilità. In alternativa, si potrebbe anche pensare di modificare l’orario lavorativo in base alle esigenze di spostamento dei singoli, in modo tale da rendere gli impiegati meno vincolati all’uso del trasporto su gomma.

*[crediti foto: Nabeel Syed via Unsplash]
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