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Il dibattito tra Harris e Trump: le questioni internazionali

Nella notte italiana di mercoledì 11 settembre, nella contesa Pennsylvania ha avuto luogo il primo dibattito presidenziale tra Kamala Harris e Donald Trump, il secondo di questa campagna. I candidati hanno affrontato numerosi temi: dall’inflazione, all’aborto, alle tematiche ambientali passando per le questioni internazionali del passato e del presente. 

Relativamente a quest’ultime, è possibile differenziare tre aree di interesse alle quali è necessario dedicare una diversa attenzione: la guerra tra Russia e Ucraina, il conflitto in corso tra Israele e Palestina e il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan durante il primo anno di mandato della presidenza Biden. Le tempistiche dedicate e le modalità con le quali i candidati hanno affrontato queste tematiche lascia trasparire molte informazioni non solo relativamente alle future ipotetiche strategie americane in politica estera, ma anche e soprattutto sulle diverse campagne che i due candidati hanno impostato in termini di bacini elettorali. 

Il conflitto tra Russia e Ucraina, tra (non) soluzioni di pace e minoranze dimenticate.

Una prima indicazione sommaria, ma rilevante dell’importanza data dai candidati, è il tempo dedicato ad ogni argomento. La guerra russo-ucraina, tra i temi di politica internazionale, è stato l’argomento a cui sia Kamala Harris che Donald Trump hanno dedicato più minuti. L’ex presidente ha insistito più che l’attuale vicepresidente sull’argomento, specialmente nei minuti dedicati all’attacco. La motivazione è chiara: Harris (e il suo elettorato) non hanno mai abbandonato il supporto all’Ucraina, nemmeno nei momenti in cui l’inflazione negli Stati Uniti ha toccato il 9,1% nel giugno del 2022. 

Lo stesso non si può dire dell’elettorato di Trump, che attribuisce in gran parte la colpa della crisi economica al supporto militare della NATO in Ucraina. Infatti, secondo un recente sondaggio di Pew Research il 29% dell’elettorato, e il 47% dei repubblicani, pensa che gli Stati Uniti supportino eccessivamente l’esercito di Zelensky. Questa percentuale è aumentata vertiginosamente nel corso della guerra di pari passo con l’inflazione solo all’interno dell’elettorato repubblicano, sintomo del fatto che il malcontento sulle scelte in termini di relazioni internazionali sia fortemente politicamente polarizzato. 

In quest’ottica, più che per una cieca simpatia di Trump verso Vladimir Putin, si possono contestualizzare i numerosi riferimenti del magnate a una pace immediata a discapito della posizione americana corrente. Per lo stesso motivo, l’enfasi di Trump si è molte volte concentrata sull’economia della guerra, rimproverando in particolare gli alleati europei colpevoli di non contribuire economicamente quanto i cittadini americani.

La risposta di Harris è stata inattesa sotto due punti di vista. Inizialmente la californiana è andata all’attacco, accusando direttamente l’ex presidente, qualora venisse rieletto, di condannare Kyiv a una rapida distruzione. In secondo luogo, la vicepresidente ha fatto riferimento alle sue numerose visite istituzionali sul fronte con i soldati impegnati nel conflitto, ed ha ribadito molteplici volte come l’esercito non si fidi della leadership di Donald Trump. 

La decisione di porre l’argomento sotto questa luce, piuttosto che su un perpetuo supporto all’esercito di Zelensky, appare vincente per due motivi. Innanzitutto, Harris è consapevole di non avere la necessità di ribadire il sostegno all’Ucraina, poiché parte integrante dell’agenda del governo di cui lei è vicepresidente. In questo modo, la decisione di non fornire una timeline sicura riguardo il futuro del supporto militare statunitense all’Ucraina apre al sostegno delle frange più scettiche dell’elettorato, anche in casa democratica. Inoltre, il riferimento al rapporto tra Trump e i militari va interpretato in ottica “nazionalpopolare”: data la polarizzazione mantenuta da Trump nel corso dell’intero dibattito, Harris ha l’opportunità di spostarsi verso il centro per tentare di conquistare i repubblicani moderati che guardano scettici al populismo nel loro partito. Per questo motivo la citazione al rapporto travagliato tra Trump e l’esercito è vincente, tanto più perché accompagnata dal costante reminder degli endorsement di personaggi di spicco nel GOP quali l’ex candidato presidente John McCain, l’ex vicepresidente Dick Cheney e la moglie Liz. 

Il secondo affondo vincente di Harris è legato al riferimento ai polacchi americani della Pennsylvania. Con una mossa particolarmente brillante, la vicepresidente crea un ponte tra le tematiche internazionali e i sentimenti di uno dei gruppi tra i più rilevanti nel determinare il vincitore di queste elezioni. In Pennsylvania, i polacchi occupano più del cinque percento dell’elettorato. In uno stato in cui, fatta eccezione per il 2008, nelle ultime dieci elezioni presidenziali nessuno ha mai vinto con più di due punti di distacco, questa percentuale è altamente rilevante. La maggior parte di questi elettori chiave vive nel nordest dello stato, ovverosia nelle regioni più rurali e caratterizzate da grandi attività estrattive di carbone e antracite. Il Wisconsin e il Michigan, anch’essi stati chiave, condividono una percentuale paragonabile di elettori polacchi di simile estrazione sociale. Nelle scorse tornate elettorali, questo gruppo è stato tanto dimenticato dalla politica democratica, quanto cruciale nello spostare l’ago della bilancia negli stati in bilico a favore di Donald Trump.

Il riferimento alle ambizioni tiranniche di Vladimir Putin verso la Polonia e al pericolo che ciò potrebbe rappresentare per le famiglie polacche della Rust Belt ha attirato l’attenzione in positivo del presidente dei Polish Falcons of America, Timothy Kuzma, il quale ha sottolineato l’importanza dell’affermazione della vicepresidente su un palco così importante come il dibattito presidenziale. Nel complesso, la modalità con la quale Harris ha affrontato la tematica della guerra in Ucraina s’è rivelata vincente poiché orientata verso la conquista di nuovi bacini elettorali, senza screditare la posizione originaria del governo di cui lei fa parte. Al contrario, Donald Trump fallisce nell’intento di raffigurarsi come l’”uomo della pace”, non fornendo alcun piano preciso e rimanendo incastrato nella retorica di Harris che riesce a dipingerlo come poco raccomandabile agli occhi dei militari e dei governi stranieri.

Israele-Palestina: la debolezza di Harris e il mancato affondo di Trump.

Il tema della guerra tra Hamas e Israele è stato toccato brevemente da entrambi i candidati, che non hanno fornito soluzioni reali o piani innovativi per un cessate il fuoco o per la liberazione degli ostaggi. Kamala Harris ha ribadito la necessità di raggiungere un accordo nel breve termine, sottolineando la legittimità di Israele a rispondere militarmente agli attacchi del 7 ottobre difendendosi così dalle accuse di Trump, che ha fatto notare la sua assenza in Congresso al recente discorso di Netanhyau. D’altro canto, anche in questo frangente l’ex presidente non riesce ad affondare il colpo o a conquistare la parte di elettorato insoddisfatta con la gestione del conflitto da parte di Biden ed Harris. Rifiutando di sbilanciarsi apertamente da un lato o dall’altro della contesa, Donald Trump si è limitato a ribadire che la sua presenza al governo avrebbe prevenuto il conflitto; affermazione, tuttavia, impossibile da provare se non con un atto di fede possibile solo ai suoi attuali elettori. 

Nel complesso, l’immagine del tycoon come figura mediatrice tra grandi potenze, in grado di parlare al tavolo di Putin o Kim Yong Un, non riesce a emergere dai confini del suo elettorato. La strategia di mantenersi fedele alle posizioni integraliste e non tentare l’attacco al centro è una scommessa rischiosa. In questo contesto, nello specifico, Trump ha perso la possibilità, lasciata aperta da una posizione debole della sua avversaria, di porsi come l’uomo forte in grado di spegnere il conflitto in Medio Oriente in corso ormai da quasi un anno.

Il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. 

Il più importante attacco di Trump alla politica estera del governo Biden-Harris arriva sul tema del ritiro delle truppe dall’Afghanistan, iniziato nel maggio del primo anno di mandato. L’ex presidente si è posto fortemente sull’argomento fin da subito, creando un collegamento tra la debolezza mostrata in quel frangente dagli Stati Uniti e la dichiarazione di guerra di Putin all’Ucraina. La posizione di Trump risulta convincente specialmente se ricollegata al primo dibattito contro Joe Biden, dove l’attuale presidente non era riuscito a difendersi dalle accuse di aver indebolito lo status americano nella regione. 

La risposta di Kamala Harris è ben più efficace di quella fornita da Biden nel dibattito alla CNN: la vicepresidente riesce nell’intento di discostarsi dall’immagine (debole) di Biden in materia al momento corretto (“Innanzitutto, è importante ricordare all’ex presidente che non sta dibattendo contro Joe Biden, ma contro di me”), pur ribadendo la sua solidarietà nella scelta di ritirare le truppe dall’Afghanistan. Così facendo, non condanna la decisione di per se positiva, soprattutto economicamente, per le casse degli elettori, ma il successivo risvolto, le cui colpe vengono attribuite all’accordo siglato da parte di Trump con i talebani per il ritiro delle truppe

Nello specifico, l’immagine suscitata da Harris di Trump che accoglie i talebani a Camp David, luogo dalla particolare importanza simbolica poiché teatro di numerosi trattati internazionali, è nuovamente funzionale alla narrativa che dipinge il tycoon come inaffidabile specialmente per la sicurezza delle forze armate americane, tema a cuore a molti elettori moderati.

Un futuro ancora incerto.

Nelle ore successive al dibattito Trump ha dichiarato di non essere disposto ad affrontare nuovamente la candidata democratica, annunciando la propria vittoria e lasciando trasparire dubbi sull’imparzialità da parte dei moderatori di ABC. In realtà, le dinamiche del dibattito hanno lasciato intuire chiaramente come Harris abbia saputo posizionarsi strategicamente verso il centro meglio del suo avversario, aprendo le porte a gruppi elettorali cruciali e presentandosi come una figura credibile sia sul piano interno che internazionale. Perciò, la scelta di Trump appare chiara: mantenersi fedele alle posizioni integraliste, guadagnando consensi attraverso i rally negli stati cruciali piuttosto che in diretta nazionale, dove gli argomenti da soppesare sono molti e non si possono dettare autonomamente le regole del dibattito. In uno scenario apertissimo secondo i sondaggi, solamente gli ultimi, cruciali mesi di campagna ci suggeriranno se la scommessa del tycoon si sarà dimostrata vincente.

*Crediti foto: shawn1 da Pixabay.

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