AnalisiConflitti e proteste

La Serbia tra proteste ed elezioni: le possibili ricadute sui Balcani

Le proteste in Serbia causate dai risultati delle elezioni anticipate parlamentari e locali tenutesi il 17 dicembre non sembrano mostrare segni di normalizzazione. La situazione serba è importante per l’assetto internazionale del Paese, su posizioni storicamente filo-russe, e per il suo ruolo centrale nella regione balcanica. Il 26 gennaio nella capitale Belgrado diversi manifestanti si sono recati alla Corte Costituzionale per chiedere l’annullamento dei risultati elettorali, accusando le autorità di irregolarità su vasta scala. La vittoria dell’attuale presidente in carica, Aleksandar Vučić, al potere dal 2017, oltre al successo del suo partito, il Partito Progressista Serbo (SNS), riconfermatosi primo partito del Paese con il 46,1% dei voti, hanno provocato forti attriti con le forze di opposizione che denunciano brogli elettorali e una strumentalizzazione politica dei cicli elettorali. 

L’SNS, di stampo nazional-conservatore, è il maggior partito del Paese, risultando quasi sempre il più votato sin dal 2012. Il buon risultato dell’SNS appare sorprendente dopo un 2023 segnato da disordini etnici in Kosovo, dalle più grandi proteste anti-governative in Serbia dal 2000, oltre che da un’inflazione galoppante e una stringente crisi economica. Questa situazione è stata aggravata da una serie di sparatorie avvenute a maggio, una delle quali ha colpito una scuola elementare di Belgrado, causando 12 morti. Queste sparatorie, seguite da una risposta fortemente criticata del governo, hanno portato alla nascita della coalizione filo-UE “Serbia contro la violenza”, composta dai maggiori partiti di opposizione.

Di cosa vengono accusati Vučić e l’SNS?

Le accuse di brogli riguardano l’intera Serbia, come certificato dall’ONG serba CRTA, oltre ai report di monitoraggio dell’OSCE, i quali hanno evidenziato come il controllo governativo dei media e l’intimidazione di attivisti e giornalisti abbiano creato un clima sfavorevole all’opposizione.

Soprattutto le elezioni locali nella capitale Belgrado hanno innescato le contestazioni. L’opposizione accusa le autorità serbe di compravendita di voti e di aver incluso nelle liste elettorali persone non aventi diritto di voto a Belgrado, una situazione ripetuta anche in altre città, oltre ad aver fatto arrivare autobus di serbi etnici dalle vicine ex-repubbliche jugoslave per far votare loro l’SNS. Le accuse di brogli sono state accompagnate da critiche, giunte soprattutto dalla Germania e dagli Stati Uniti, che dichiarano “inaccettabili” brogli elettorali in un Paese candidato ad entrare nell’Unione Europea. 

Come ha risposto l’opposizione serba ai brogli?

Dall’annuncio degli exit poll fino a capodanno l’opposizione ha manifestato ininterrottamente, con 38 manifestanti arrestati e 9 poliziotti gravemente feriti. 6 politici dell’opposizione hanno indetto lo sciopero della fame chiedendo l’annullamento delle elezioni e un’inchiesta su quanto accaduto. La prima ministra, Ana Brnabić, ha paragonato le proteste in Serbia a quelle avvenute nel 2014 in Ucraina, accusando l’opposizione di pianificare una rivolta “in stile Euromaidan”, ringraziando il Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa (FSB) per aver fornito informazioni su possibili incidenti durante le proteste. Il presidente Vučić, a colloquio con l’ambasciatore russo, ha affermato che “l’incitamento alle proteste è stato causato dall’Occidente”

Le proteste in Serbia hanno influenzato anche il suo “vicinato”?

L’instabilità causata dalle proteste in Serbia non sembra aver toccato un “vicino” particolare, la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Questa, comunemente chiamata Republika Srpska, è l’entità a maggioranza serba che assieme alla Federazione di Bosnia ed Erzegovina, abitata principalmente da croati etnici e bosniaci di religione musulmana, costituisce la Bosnia Erzegovina.  

Il 9 gennaio si sono tenuti i festeggiamenti nella capitale della Republika Srpska, Banja Luka, per celebrare il 32° anniversario della fondazione della repubblica. Questa ricorrenza è ufficialmente vietata dalla Corte costituzionale bosniaca in quanto ritenuta discriminatoria per via della sua storia. La celebrazione del 9 gennaio risale al 1992 quando i parlamentari serbi proclamarono l’indipendenza della loro porzione etnica della Bosnia, nazione fortemente multietnica, in quanto contrari all’indipendenza di quest’ultima dalla Jugoslavia. La secessione serba fu il preludio della guerra civile che insanguinò il paese fino al 1995, causando circa 100 mila morti e  2.6 milioni di rifugiati, oltre ad essere stato il teatro di stragi di civili e crimini di guerra.

Come mai questa giornata viene festeggiata?

La celebrazione della “Giornata della Republika Srpska” si inserisce su una crescente retorica indipendentista del presidente Milorad Dodik, ultranazionalista serbo a capo della repubblica dal 2022 dopo un precedente mandato dal 2014 al 2018. Dodik non ha mai nascosto le sue opinioni circa la possibile indipendenza della  repubblica dalla Bosnia e una sua integrazione nella Serbia, alimentando la secessione anche con l’appoggio di Belgrado, essendo Dodik uno stretto alleato di Vučić.

Il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik ad un comizio a Belgrado [crediti foto Boris Tadic, CC BY 2.0 DEED, via Flickr]
Dodik è in buoni rapporti non solo con l’establishment politico serbo, ma anche con il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko e con il leader russo Vladimir Putin di cui non nasconde stima e ammirazione. Proprio a Putin è stata conferita in absentia, durante i festeggiamenti del 9 gennaio passato, la più alta onorificenza per la sua “preoccupazione e amore patriottici” nei confronti della Republika Srpska. La medesima onorificenza è stata presentata quest’anno al premier ungherese Viktor Orban, il quale ha accettato di riceverla, pur non presenziando alla cerimonia. Alle celebrazioni vi erano invece  le principali figure della repubblica, mentre dalla Serbia sono giunti il ministro della difesa e il presidente del parlamento. Presente anche l’ambasciatore russo in Bosnia, il quale ha raggiunto Banja Luka da Sarajevo. 

La retorica di Dodik si è materializzata durante la parata, a cui hanno preso parte più di tremila persone tra agenti di pubblica sicurezza, veterani della guerra in Jugoslavia e civili. A questi si sono aggiunti veicoli delle forze di sicurezza, elicotteri, mezzi blindati e anche uno spettacolo di droni. Dodik, la sera precedente alla parata, aveva reiterato i propri apprezzamenti verso i criminali di guerra serbi Ratko Mladić e Radovan Karadžić, oltre a ribadire le sue tesi negazioniste sul massacro di Srebrenica del 1995 ai danni della popolazione bosniaca di religione musulmana. Durante i fatti di Srebrenica oltre 8 mila uomini e bambini furono uccisi dalle forze separatiste serbe.

Come ha risposto la comunità internazionale alla Republika Srpska?

La parata ha causato forti critiche da parte dell’Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina, il tedesco Christian Schmidt, oltre che dai rappresentanti diplomatici di Unione Europea e Stati Uniti. Il giorno prima della parata, due jet da combattimento F-16 dell’aeronautica militare americana hanno sorvolato la Bosnia, ufficialmente in un’esercitazione con le forze armate bosniache, secondo quanto riportato dall’ambasciata americana a Sarajevo. Il messaggio dietro questa dimostrazione di forza è riconfermare il supporto Occidentale all’integrità territoriale della Bosnia Erzegovina in seguito agli atteggiamenti secessionisti di Dodik, il quale ha accusato gli Stati Uniti di condurre una guerra ibrida nei confronti della repubblica etnica.

Cosa significa tutto ciò per la Serbia e la Bosnia?

Le proteste in Serbia e il secessionismo della Republika Srpska sembrano distinti e distanti, ma vi è un potenziale filo conduttore che le unisce. Vučić potrebbe usare il suo peso politico sugli affari della Republika Srpska come merce di scambio nel dialogo con i partner internazionali, preoccupati dalla situazione politica serba in seguito agli scontri nati dalle accuse di brogli elettorali. La Serbia essenzialmente potrebbe regolare la “temperatura” del secessionismo etnico di Dodik, usando le sue velleità indipendentiste come un rischio calcolato per mantenere la propria influenza nella regione balcanica.  

Questa possibile strategia basata sulla brinkmanship di Vučić e Dodik non è, però, senza rischi. Almeno ufficialmente Vučić punta a far entrare la Serbia nell’Unione Europea, a cui ha presentato ufficialmente domanda di adesione nel dicembre 2009. Una Serbia capace di aizzare o calmare un vicino particolare come la Republika Srpska non farebbe una buona impressione durante i negoziati, i quali negli anni sono proseguiti con fortune alterne

Anche per la Bosnia la questione serba, intesa sia come Serbia vera e propria che come Republika Srpska, è di fondamentale importanza per diventare membro dell’Unione Europea. Nel dicembre 2023 il Consiglio Europeo ha deciso di avviare i negoziati per l’adesione della Bosnia; le tensioni etniche sono un ostacolo evidente per completare le trattative di accesso all’UE. La Serbia, quindi, per distogliere l’attenzione dai propri problemi interni rischierebbe di mettere a repentaglio non solo l’adesione serba e bosniaca all’Unione Europea, ma anche di destabilizzare i Balcani alimentando scientemente tensioni etniche e politiche non ancora rimarginate.

Il presidente Bosniaco Dragan Covic dopo la firma della domanda di ammissione della Bosnia nell’UE [crediti foto European External Action, Via Flickr, CC BY-NC 2.0 DEED]
La Serbia e la Republika Srpska possono approfittare di una comunità internazionale distratta da questioni interne, in particolare dalle tornate elettorali del 2024, oltre che dalla situazione in Ucraina e in Medio Oriente. Questa distrazione internazionale per i Balcani, che pure sono al cuore dell’Europa, è testimoniata dal fatto che in due decenni la forza di stabilizzazione europea, l’erede della missione NATO in Bosnia degli anni ‘90, si è ridotta a circa 600 effettivi. 

Un maggiore interesse nei confronti della Serbia e della situazione balcanica è condizione necessaria per continuare i processi di stabilizzazione regionale, le cui ricadute influenzano l’intero continente europeo. Questo interesse non va confuso con un’intromissione paternalistica di terzi negli affari balcanici, ma come partnership fondamentale per ottenere una pace duratura.

*Il presidente serbo Aleksandar Vučić’ alla riunione annuale del World Economic Forum 2023 [crediti foto World Economic Forum, via flickr, CC BY 2.0 DEED]
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