Con la fine del 2025 è arrivato il momento delle previsioni per l’anno nuovo: PIL, crescita, spesa pubblica, debito, sanità e salari sono tornati a dominare il dibattito pubblico. Con l’approvazione della Legge di Bilancio si chiude un nuovo ciclo di programmazione finanziaria, accompagnato da narrazioni contrapposte: da un lato chi rivendica investimenti record, dall’altro chi denuncia un progressivo ridimensionamento dei servizi.
In questo contesto, fare chiarezza sulla spesa sociale diventa essenziale. Quanto si spende davvero in welfare in Italia? E soprattutto, come vengono allocate queste risorse?
Cos’è il welfare state?
Il welfare state (o stato sociale) costituisce l’insieme dei servizi, diritti e protezioni che lo Stato garantisce ai cittadini con l’obbiettivo di tutelarli in situazioni di malattia, licenziamento o infortunio – quando, cioè, vengono a mancare le risorse fondamentali per le opportunità di vita individuali (come lavoro, salute, casa). In pratica, il sistema pensionistico e di istruzione pubblica, le politiche sociali e sanitarie costituiscono i principali pilastri su cui si viene a costruire il welfare state in Italia.
Il riconoscimento di questi bisogni e la loro tutela da parte dello Stato segnano uno snodo storico essenziale del secondo dopoguerra, tanto dal trovare spazio nelle costituzioni di molte democrazie europee, tra cui quella italiana. È in questi anni che lo Stato smette di considerare i suoi cittadini come semplici individui e comincia a vederli come parte di una rete di relazioni. Facendosi interventista in ambito economico per garantire la tutela dei diritti sociali, lo Stato assume il ruolo di Stato sociale e si impegna a fornire servizi attraverso un apparato pubblico che, per funzionare, richiede il contributo fiscale dei cittadini, con l’obiettivo ultimo di promuovere il benessere collettivo – ciò che definiamo, appunto, welfare.
Il passaggio dal riconoscimento formale dei diritti sociali alla loro effettiva implementazione è strettamente legato alle profonde trasformazioni sociali del periodo e alle conseguenti scelte di spesa pubblica, la cui evoluzione merita di essere analizzata.
Quanto si è speso nel welfare storicamente?
La “Grande Trasformazione” del XIX secolo, segnata dall’ascesa del mercato capitalistico, generò una profonda riconfigurazione dell’economia e della società. L’idea che il libero mercato e la non interferenza dello Stato potessero garantire automaticamente benessere diffuso si scontrò presto con un crescente deterioramento delle condizioni sociali, alimentando nuove forme di vulnerabilità e favorendo la mobilitazione politica della classe operaia, che in quegli anni iniziò ad acquisire rilevanza e ottenere i primi riconoscimenti istituzionali.
Fu tuttavia la crisi del 1929 a rendere evidente l’insostenibilità del modello puramente liberista, aprendo la strada a un ruolo più attivo dello Stato nella regolazione economica e nella protezione sociale. Questo processo proseguì fino agli anni Ottanta. Le crisi petrolifere e l’affermazione di orientamenti politici neoliberali – che accusavano il welfare di essere inefficiente, troppo costoso e ostacolo al libero mercato – segnarono un cambio di paradigma: il welfare viene progressivamente ridimensionato, riorientato al mercato e sottoposto a vincoli di sostenibilità finanziaria, con effetti oscillanti sulla spesa sociale in rapporto al PIL.
La spesa pubblica nel contesto italiano
In questo contesto generale, l’Italia ha seguito una traiettoria verso l’alto: la spesa pubblica in materia sociale è cresciuta in modo sostanzialmente continuo fino al 2020, mantenendo il Paese con i livelli più elevati di spesa. Questo stride con quello che si sente nel dibattito pubblico, spesso incentrato su una presunta cronica carenza di risorse.
Tuttavia, questa è solo parte della storia: non è solo questione di quanto si spende, ma piuttosto di come e su cosa si spende. Considerando questi ultimi aspetti, emergono i principali nodi critici: lo strutturale sbilanciamento che caratterizza l’allocazione delle risorse tra i vari settori della protezione sociale e il cronico sottosviluppo dei servizi sociali rispetto alle prestazioni monetarie.

La spesa in welfare in Italia nel 2025
Per comprendere meglio come vengono effettivamente impiegate le risorse destinate al welfare in Italia, il rapporto 2025 di Welfare, Italia rappresenta uno strumento particolarmente utile. Utilizzando i dati a consuntivo dell’ultimo DEF di aprile 2025 e i documenti di contabilità pubblica degli anni precedenti, il rapporto offre una fotografia complessiva della spesa sociale e mette in evidenza uno squilibrio strutturale nella distribuzione delle risorse tra le diverse voci del welfare.

Come mostra il grafico, la componente previdenziale è decisamente dominante nella ripartizione della spesa, assorbendo quasi la metà delle risorse complessive nel 2025. Questo assetto garantisce un’elevata protezione per la popolazione pensionata, ma si traduce in una relativa carenza di investimenti in sanità (21% del totale), istruzione (13%) e politiche sociali (17%).
Rispetto al 2019 si osserva un timido tentativo di riequilibrio: la quota previdenziale si è lievemente ridotta, mentre sono aumentate le risorse destinate alle politiche sociali, trainate soprattutto dalla maggiore spesa per natalità, maternità e integrazioni ai redditi da lavoro più bassi. Si tratta tuttavia di aggiustamenti marginali, che non modificano in modo sostanziale l’impianto complessivo della spesa.
Le pressioni europee sull’Italia
Questo esito è in larga misura riconducibile alle pressioni europee avviate a partire dal 2011, prevalentemente orientate al consolidamento fiscale e alla riduzione dei costi più che al rafforzamento dell’investimento sociale.
Infatti, le riforme adottate hanno spesso contenuto la spesa senza incidere sui principali meccanismi di protezione delle generazioni più anziane e senza introdurre politiche realmente espansive a favore delle altre categorie. Tali riforme hanno finito per trasferire i costi dell’aggiustamento sulle generazioni future, dato l’elevato rischio politico associato a interventi redistributivi così incisivi.
Come spendono in welfare gli altri Stati?

Concentrandosi sui dati relativi al 2023, questo squilibrio emerge con ancora maggiore chiarezza adottando una prospettiva comparata. Il confronto con i principali partner europei (Big 4: Francia, Germania, Spagna e Italia) mette in luce l’atipicità del welfare all’italiana. A parità di risorse dedicate alla protezione sociale, l’Italia è il Paese che destina alla previdenza una quota significativamente più elevata; mentre, spende meno in ambiti chiave come sanità, istruzione e politiche sociali.
Questa evidenza è confermata anche dall’analisi dei trend longitudinali. Le variazioni registrate nel periodo 2019–2023 in Italia, pur mostrando un parziale aggiustamento — con tassi di crescita della spesa pensionistica più contenuti rispetto a quelli osservati nell’Eurozona (17,7% vs. 20,6%) — non sono accompagnate da un aumento significativo nella sanità (14,2% vs. 25,9%), nell’istruzione (17,1% vs. 22,3%) o nelle politiche sociali (22,5% vs. 24,4%). Dunque, nel complesso i dati non suggeriscono un superamento del modello tradizionale di welfare all’italiana.
La spesa per disabilità, disoccupazione e housing continua a collocarsi al di sotto della media Ue, mentre quella destinata alla famiglia e l’esclusione sociale supera la media. A ciò si aggiungono i recenti rallentamenti — e in alcuni casi arretramenti — nelle riforme strutturali in materia di famiglia, esclusione sociale, che sotto il Governo Meloni hanno spesso privilegiato la sostituzione di interventi sistemici con incentivi una tantum. Questo quadro, insieme al persistente sotto-finanziamento delle politiche per la casa, conferma le criticità strutturali del welfare state all’italiana.

Il welfare in teoria
Le radici di questo sistema risalgono al secondo dopoguerra, quando si consolida un assetto di relazioni tra le principali sfere istituzionali: Stato, mercato e famiglia. È all’interno di questo equilibrio che si definiscono le modalità di produzione della protezione sociale nei diversi Paesi, così come il grado e le forme dell’intervento statale in ciascun ambito. Sebbene il riferimento teorico risalga a oltre sessant’anni fa, non si può affermare che tale configurazione abbia subito trasformazioni radicali. Al contrario, si potrebbe parlare di un vero e proprio “paesaggio ghiacciato”, estremamente resiliente al cambiamento, soprattutto quando implicano interventi di contenimento dei costi.
I contributi elaborati da Maurizio Ferrera e Gøsta Esping-Andersen negli anni ’90 restano quindi pienamente attuali per discutere della capacità dei sistemi di welfare di incidere sulle opportunità di vita dei cittadini attraverso due dimensioni chiave: da un lato, le politiche che consentono di mantenere un tenore di vita dignitoso indipendentemente dalla partecipazione al mercato del lavoro (il grado di “demercificazione“); dall’altro, quelle che riducono le disuguaglianze di status generate dal mercato del lavoro (il grado di “destratificazione“).
Le specificità del welfare in Italia
Applicate al caso italiano, le precedenti categorie consentono di cogliere con maggiore precisione le specificità del welfare all’italiana, caratterizzato da un assetto dualistico e polarizzato, con elevati livelli di generosità per alcune categorie e significative lacune di protezione per altre. Si tratta di un sistema che, anziché ridurre le disuguaglianze di status prodotte dal mercato del lavoro, tende a riprodurle, premiando le carriere lavorative stabili e penalizzando giovani, donne e lavoratori atipici, dando luogo a forme di differenziazione in parte trasversali rispetto alle tradizionali strutture di classe. Una struttura simile ha storicamente caratterizzato anche Spagna, Grecia e Portogallo.
La limitata capacità destratificante del sistema di protezione sociale italiano si combina con un basso grado di demercificazione, poiché l’accesso a un tenore di vita dignitoso rimane fortemente legato alla partecipazione al mercato del lavoro e, in misura rilevante, al sostegno garantito dalla famiglia e in particolare dai genitori, ai quali viene destinata una quota relativamente elevata delle risorse – soprattutto sotto forma di pensioni – a scapito degli investimenti in servizi e prestazioni rivolti ai “figli”, come l’assistenza sociale e le politiche familiari. Tale assetto è stato a lungo rafforzato da fattori strutturali quali i bassi tassi di occupazione femminile, la presenza di un’economia sommersa non trascurabile e il ricorso alla solidarietà della famiglia allargata, che hanno ritardato l’emergere di pressioni politiche sufficienti a sostenere un’espansione più decisa di queste misure.
La famiglia al centro
Infatti, in questo quadro, la centralità assunta dalla famiglia non rappresenta un elemento accessorio, ma una componente strutturale del funzionamento del welfare italiano riconducibile al fenomeno del familismo.
In tale assetto, la famiglia svolge un ruolo centrale nella fornitura di protezione sociale, compensando il sottosviluppo delle politiche pubbliche di assistenza. La sua funzione si fonda su relazioni intergenerazionali e di parentela che accompagnano l’individuo lungo l’intero arco della vita, consentendo allo Stato di intervenire in modo residuale e prevalentemente nei casi di fallimento delle reti familiari, con effetti diretti sulla capacità di acquisire autonomia e, di conseguenza, sulle decisioni di vita individuali.
Un welfare bloccato? Un cambiamento (im)possibile
Il welfare italiano appare come una bilancia strutturalmente sbilanciata. Negli ultimi decenni si è intervenuti soprattutto sul lato dei costi, senza rafforzare in modo adeguato i servizi e le politiche rivolte ai giovani e alle categorie più esposte ai rischi sociali.
Nonostante il sistema welfare appaia bloccato, il confronto con altri Paesi dell’Europa meridionale mostra tuttavia che questa traiettoria non è del tutto inevitabile. La Spagna, pur condividendo con l’Italia una struttura di welfare simile e vincoli macroeconomici comparabili, ha mostrato una maggiore capacità di espansione delle politiche familiari e assistenziali, sostenuta da un consenso politico più ampio e da un ruolo più attivo delle parti sociali.
La vera questione, quindi, non è se il welfare italiano possa cambiare, ma se vi sia la volontà politica di farlo: spostando l’attenzione dal solo controllo della spesa alla costruzione di opportunità. Da questa scelta dipenderà la capacità di affrontare sfide cruciali come l’invecchiamento della popolazione, la precarietà di alcune categorie e la crescente fuga di cervelli, che mette in discussione la sostenibilità futura dell’intero sistema.
*Immagine di copertina: [Foto di Brett Jordan via Unsplash]




