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Le Aree Interne italiane: fra marginalità e rinascita

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Se ti chiami Margherita Riccitelli e sei di Piedimonte Matese sai anche che l’intervallo allarme, ovvero il tempo impiegato da un’ambulanza per arrivare, è di circa 45 minuti, pari a poco meno di tre volte la media italiana.

Dall’Alto Casertano ci si può spostare ad Elva, nel mezzo delle Alpi del Monviso, dove si parla una lingua provenzale alpina, l’occitano, ma l’ambulanza impiega sempre troppo tempo.

Se ti chiami Giulio Giovannini, hai 12 anni e abiti nelle campagne toscane di Scansano,  sai che per avere una connessione con cui poter seguire le lezioni online nel corso di una pandemia, dovrai percorrere un chilometro e piantare il banco in mezzo a un campo.

Aree Interne: di cosa parliamo

Considerare quelli di Giulio e di Margherita come territori marginali costituisce il primo errore: queste aree, definite in gergo tecnico “Aree Interne”, rivestono tre quinti del territorio italiano e raccolgono quasi  un quarto della popolazione stessa.

Fungono, insomma, da casa per oltre 13 milioni di persone: marginali geograficamente sì, demograficamente non proprio.

Un secondo errore solitamente commesso risiede nella natura della disuguaglianza primaria che contraddistingue queste aree, che è innanzitutto territoriale, quindi sociale ed economica. Infatti, come vedremo, la disuguaglianza territoriale trae a sé sia quella economica che quella sociale nella stragrande maggioranza dei casi.

Nello specifico, le “Aree interne” costituiscono zone distribuite in maniera ben più complessa delle tipiche dicotomie settentrione-meridione (declinabile in altri paesi, come la Germania, in occidente-oriente), città-periferia o città-campagna. In particolare, il Documento sulla Strategia nazionale per le Aree interne definisce queste ultime come zone con un accesso difficile a servizi essenziali quali sanità, istruzione, mobilità e copertura digitale ma “ricche di importanti risorse ambientali e culturali e fortemente diversificate per natura e a seguito di secolari processi di antropizzazione”.

 

Cronaca di un disastro annunciato

Solo una  prospettiva storica consente di individuare i due fenomeni che, a partire dagli anni Cinquanta, hanno impoverito questi territori “rugosi” già indeboliti, dove per rugosità s’intende la peculiarità delle zone contraddistinte da numerosi e pronunciati dislivelli del terreno.

Fonte: Elaborazione UVAL-UVER su dati Ministero della Salute, Ministero dell’Istruzione e FS, “Strategia Nazionale Aree Interne: definizione, obiettivi, strumenti e governance” , Materiali Uval, 2014

In primo luogo, si è verificato un forte  calo demografico. Quest’ultimo ha colpito in particolar modo la fascia lavorativa e quindi anche quella dei nuovi nati, trascinando la  popolazione di queste aree sotto la fatidica “soglia critica” e conducendola verso un invecchiamento senza precedenti. In base all’elaborazione UVAL-UVER sui dati Istat, è emerso come fra il 1971 e il 2011 la popolazione italiana sia aumentata del 10 %  distribuendosi in maniera diseguale non solo da regione a regione (basti pensare alla crescita del 22% del Trentino-Alto Adige e alla contrazione del 15% della Liguria) ma seguendo  soprattutto la tipologia del territorio. Difatti, mentre i poli intercomunali, i comuni di cintura e quelli intermedi hanno fatto registrare variazioni positive (rispettivamente del 22%, 35% e 11%), i Poli, i comuni periferici e quelli ultra-periferici hanno subito una variazione negativa compresa fra il -5 % e il -8 %. Analogamente, nello stesso arco temporale analizzato attraverso i dati Istat, il raddoppio della popolazione over 65 ha interessato la penisola italiana ma, ancora una volta, per le aree periferiche e ultraperiferiche si è trattato ben più di un raddoppio.

In secondo luogo, il capitale territoriale, a partire da quello storico-artistico per giungere a quello umano, è stato utilizzato sempre meno.

Tuttavia, è bene precisare come i fenomeni sopra citati abbiano potuto spegnere la vitalità di questi luoghi soprattutto attraverso una progressiva riduzione qualitativa e quantitativa di servizi frutto di attori sia pubblici che privati poco inclini all’innovazione ma molto avvezzi al principio di “efficienza”.

“Laddove un territorio dotato di grosso potenziale non è stato interessato da alcuna evoluzione – racconta Lorenzo Preziosi, assessore delegato alle Politiche sociali del Comune di Aiello del Sabato (AV) –  è evidente che una valutazione politica miope sia stata operata: andare a investire altrove, dove le cose già funzionavano”.

Fonte: “Left in the lurch : Globalization has marginalized many regions the world”, elaborazione a cura del ” The Economist” su dati OCSE, 2017

Conseguenze dirette di questa volontà sono ospedali e scuole sempre più lontani, così come la chiusura di numerose fermate ferroviarie, poco utilizzate ma preziose per gli abitanti di quei luoghi.  Sugli attori privati, che poche responsabilità dirette hanno rispetto alla mancanza di questi servizi, aleggiano responsabilità indirette principalmente legate alla mancata e sempre più lenta diffusione della tecnologia dalle “top firms” alle “laggard firms”; uno studio dell’OCSE pubblicato nel 2015 ha  evidenziato come la mancanza di interesse nell’adattare le tecnologie alle circostanze e, quindi, alle peculiarità locali, abbia contribuito all’aumentare del divario tecnologico fra le due tipologie di aziende, un fenomeno che il settimanale inglese “The Economist” attribuisce agli effetti collaterali della globalizzazione. Tuttavia, è bene precisare come, in questi contesti, cause ed effetti possano mescolarsi e rendere arduo stabilire una relazione che vada al di là della semplice correlazione.

“Anche l’imprenditore– continua Lorenzo- tornerebbe a investire in queste aree se messo in condizioni di farlo attraverso un piano di sviluppo territoriale”.

Una disuguaglianza nelle disuguaglianze: quali politiche ?

A parziale riprova del legame precedentemente menzionato fra disuguaglianze territoriali e disuguaglianze economiche, l’andamento fra il 2010 e il 2015 del PIL pro capite nelle regioni “povere” rispetto a quelle più avanzate all’interno dei paesi ricchi evidenzia come nelle democrazie occidentali la forbice economica si stia allargando.

Di qualunque paese si tratti, le conseguenze della mancata attenzione alle” Aree interne” sono ingenti e spaziano da costi sociali quali degrado dei paesaggi urbani, perdita di diversità biologica,  maggiore instabilità idrogeologica in grado di mettere a rischio territori tutt’altro che interni a un diffuso e pericoloso disagio sociale, originato proprio dalla mancanza di quei servizi fondamentali per la Cittadinanza.

E’ abbastanza evidente come difficilmente politiche tradizionali possano far tornare a respirare questi luoghi.

Difatti, secondo il Forum Disuguaglianze e Diversità guidato dall’economista Fabrizio Barca, occorre innanzitutto mettere da parte le best practices e adottare strategie di sviluppo rivolte ai luoghi e volte a creare nuove opportunità e ripristinare i servizi fondamentali. Esclusivamente a partire da questo principio, sarà possibile operare attraverso una riqualificazione del patrimonio sia pubblico che privato e una riprogettazione della mobilità sostenibile, pubblica ed elettrica.

A questo proposito, una prima  scossa all’immobilismo che caratterizzava queste aree è stata avviata dallo stesso Barca attraverso il Sistema Nazionale delle Aree Interne, lanciato nel 2013 dal Governo Monti come  chiave della politica regionale 2014-2020.

“[Nella Bassa Irpinia ndr] la Comunità montana è sempre esistita ma, prima della SNAI, Comuni tanto vicini quanto afflitti dalle stesse problematiche non si erano mai seduti allo stesso tavolo per discutere dei fenomeni che li stavano lentamente consumando”- spiega Antonella Esperto, consigliera di maggioranza del Comune di Vallesaccarda con deleghe alle politiche sociali e al Welfare. E’ passata, di fatto, l’idea che ci si possa e ci si debba esporre al confronto pubblico e informato per evitare che le decisioni amministrative dei singoli rentiers ostacolino il rinnovamento di questi luoghi, anche nelle aree che non sono state incluse nel progetto di rilancio.

“Nonostante il territorio della Bassa Irpinia non sia stato incluso nei progetti della SNAI in Campania, grazie alla Regione – continua Antonella- attendiamo la fine della costruzione della stazione ad alta velocità Hirpinia all’interno dell’Alta Capacità Napoli-Bari, la cui inaugurazione è  prevista per il 2026”.

 

Il Covid: una sfida da vincere aggregandosi

Gli effetti della pandemia Covid-19 secondo il filosofo Massimo Cacciari sono destinati a cambiare il mondo che ci circonda. Come stanno reagendo le Aree Interne di fronte a questa emergenza?

“Dal punto di vista sanitario questa pandemia ci ha fornito un’insperata occasione per riscoprire quanto servano le strutture sociosanitarie presenti sul nostro territorio” racconta a Oripo Giacomo Santi, sindaco di Volterra, città collocata nel cuore della Toscana e dunque Area Interna per eccellenza. Se ,infatti, negli ultimi anni l’ospedale della città toscana era stato falcidiato da continui tagli tanto da ipotizzare una chiusura, solo “dopo aver visto il ruolo di rilievo svolto dalla struttura” spiega lo stesso sindaco “  il Presidente della Regione Enrico Rossi ha assicurato il proprio impegno nel rendere l’ospedale sempre più operativo”.

Tuttavia “le difficoltà di oggi sono principalmente economiche dato che la tremenda incertezza di questo periodo abbinata ad una cronica mancanza di mezzi di collegamento costituiscono un problema ancora più pesante rispetto alla fase pre- emergenza, specialmente per un’economia come la nostra basata sul turismo”.  Una sfida nella sfida quella del coronavirus per Volterra che, prima di questa pandemia, si era candidata a Capitale della Cultura Italiana 2021 (edizione poi posticipata al 2022). Responsabile del piano di medio e lungo periodo della candidatura che vede il coinvolgimento dei 52 comuni aderenti, è Ledo Prato, esperto nelle politiche per i beni culturali e da lungo tempo impegnato nella rivalutazione delle Aree Interne. “L’emergenza del Covid dev’essere l’occasione per ripensare un modello di sviluppo che ha in questi decenni privilegiato i grandi centri urbani riservando scarsa attenzione ai piccoli e medi centri”: spiega Prato a Oripo. Il modello di sviluppo che “oggi fa passare 90 treni senza fermate intermedie tra Milano e Roma e priva dell’Alta Velocità città come Parma, leader nel settore agroalimentare europeo” andrebbe rivisto anche e, soprattutto, alla luce di un’emergenza che ha mostrato tutti i limiti di un modello volto ad aggregare più attività possibili nel minor spazio possibile. Tuttavia, è bene precisare come Prato non ritenga che le grandi città siano “il male”, ma che sia evidente la necessità di un modello più diffuso.

Un sentiero  da percorrere “armati non solo di capitale umano e economico, ma anche di pazienza”, obbligatorio, perché, spiega sempre Prato, “se non si capisce l’importanza dell’aggregazione dei centri-medi piccoli, una spinta che fra l’altro proviene anche dalle indicazioni del piano di ciclo ordinario dell’Unione Europea ,il rischio è che questa emergenza acceleri il percorso di spopolamento delle Aree Interne fino alla loro scomparsa”. Un processo che, conclude Prato, può essere invertito solo tramite l’abbandono delle cosiddette “comunità polvere” e la creazione di sempre più “comunità aggregate”.  

Articolo scritto con Giunio Panarelli

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