Nel vortice di conflitti degli ultimi anni c’è uno scontro che prosegue da più di ventiquattro mesi. La contesa sudanese non è soltanto una lotta per il controllo del territorio tra due generali assetati di potere: è una guerra per procura, un’occasione per un confronto a livello economico, politico e militare tra potenze internazionali.
Caratteristiche di una policrisi
La crisi in Sudan non è un fenomeno isolato, ma una policrisi, risultato di tensioni sociali, culturali e economiche cristallizzatesi nel tempo. La vasta estensione territoriale, la bassa densità abitativa e la sua posizione geografica, un vero e proprio crocevia migratorio tra Sahel e Corno d’Africa, hanno contribuito a rendere storicamente difficile l’amministrazione del paese.
Il Sudan è caratterizzato da una profonda frammentazione etnica e religiosa, causata anche dalla sua forte multiculturalità, e da importanti disuguaglianze e rivalità territoriali.
Inoltre, le zone centrali, vicino alla capitale Khartoum, sono più sviluppate e fertili; mentre, le aree periferiche, come la regione occidentale del Darfur, arrancano, vessate da una forte aridità, una desertificazione crescente e una continua competizione per le poche risorse disponibili.
La disparità si riflette anche sul campo politico. I governanti, infatti, sono espressione delle élite centrali e appaiono distanti dalle zone marginali dello stato, causando tensioni territoriali e forti proteste.
All’origine del conflitto in Sudan
Fin dalla sua indipendenza, ottenuta nel 1956 dal Regno Unito, la storia del Sudan è caratterizzata da un’alternanza ciclica tra governi formalmente democratici e regimi militari, con l’esercito che rovescia ed esprime il leader del Paese.
Nonostante la popolazione sudanese sia molto attiva politicamente, si ribelli, organizzi proteste e tenti di far valere i propri diritti, i partiti appaiono fragili e incapaci di imprimere una rotta politica chiara e decisa, maggiormente interessati a mantenere lo status quo, anche attraverso la violenza.
Il punto di svolta nella storia sudanese avviene nel 1989 quando il governo democraticamente eletto viene rovesciato dalla giunta militare, a capo della quale vi è Omar El Bashir. Egli, ufficiale intermedio dell’esercito regolare e particolarmente vicino al Fronte Islamico Nazionale, un partito islamista estremamente conservatore, instaura un regime militare che governa per trent’anni tra violenze, uccisioni e accuse di pulizia etnica, come accaduto nella guerra del Darfur nel 2003, dove alcuni movimenti di protesta, fino ad allora pacifici, arrivano ad armarsi.
La frammentazione del potere in Sudan
Si delineano due gruppi principali, etnicamente definiti e dagli obiettivi chiari: il Sudan Liberation Movement, formato in gran parte dalle tribù africane nere non arabe, che richiede originariamente l’indipendenza del Darfur, e il Justice and Equality Movement, apparentemente più eterogeneo, che aspira alla cacciata del regime militare e a una transizione democratica.
Il governo risponde creando una milizia anch’essa etnicamente definita, islamica, che viene accusata di crimini contro l’umanità nei confronti della popolazione nera non araba e i cui componenti vengono ribattezzati con il nome di Janjaweed, letteralmente “guerrieri a cavallo”. Al termine del conflitto, Al Bashir li richiama, li regolarizza e costituisce una catena di comando separata. Gli affida compiti importanti, quali il pattugliamento dei confini e la protezione del presidente e, infine, gli cambia nome. Quelli che prima erano i Janjaweed, ora sono miliziani delle RSF, Rapid Support Forces.
I guerrieri dell’Europa
La trasformazione di questo gruppo di guerrieri sanguinari in milizia gerarchizzata, addestrata e pesantemente armata è graduale e passa attraverso l’acquisizione di competenza tecnica e la stipulazione di accordi internazionali. L’esperienza viene maturata dalle truppe islamiste in contesti ad alto rischio come quello yemenita del 2015, quando Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti attaccano lo stato della penisola arabica per intervenire contro gli Houthi.
Né Riyadh né tantomeno Abu Dhabi sono disposte ad utilizzare il proprio personale militare e, perciò, decidono di ricorrere ai mercenari: le RSF. È così che la nuova milizia inizia a crearsi contatti nel mondo arabo, guadagnare esperienza tattica, credibilità internazionale e ingenti risorse economiche.
Anche l’Europa, però, ha avuto modo di conoscere le truppe islamiste. Nel 2014, in un periodo storico e politico in cui la tematica dell’immigrazione è molto sentita in Europa, viene siglato un importante accordo tra alcuni stati dell’Unione, tra cui Italia, Francia e Germania, e paesi del Corno d’Africa oltre al Sudan.
L’obiettivo dell’intesa, passato alla storia come Processo di Khartoum, è quello di costruire una piattaforma di cooperazione in materia di migrazione e mobilità, lottando contro le tratte di esseri umani, grazie anche ai lauti finanziamenti europei. Lo scarso controllo su queste risorse, però, ha permesso a gruppi paramilitari, comprese le RSF, di intercettare e finanziarsi con i soldi europei, tra cui anche quelli italiani, con conseguenze gravissime.
La gestione dei migranti, infatti, diventa una loro prerogativa. Pattugliano il confine con la Libia e riportano in patria gli irregolari, con pratiche spesso violente e illegittime, diventando padroni delle tratte che dovevano contribuire a smantellare.
Il momento della guerra totale in Sudan
Nel 2019, una rivolta popolare contro l’aumento dei prezzi del pane e dei beni di prima necessità culmina nella decisione, presa dall’esercito, la cui sigla è SAF, Sudanese Armed Forces, e da quella che ormai è diventata una forza non trascurabile nel paese, le RSF, di deporre il presidente Al Bashir.
Dopo un’iniziale fase di stallo, in cui l’esercito tenta di gestire autonomamente la transizione ad un governo democratico, ad agosto 2019 viene firmato un accordo di condivisione del potere, grazie al quale le varie forze del paese si sarebbero impegnate nella creazione di un governo civile. Il comandante dell’esercito regolare sudanese, Abdel Fattah Al Buhran, assume la guida del Consiglio sovrano di transizione. Egli viene affiancato, nel ruolo di vice, da colui che era il numero uno delle RSF, l’uomo che ha contribuito allo sviluppo della milizia fin dalla sua nascita, Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto anche come Hemedti. Il Consiglio consta anche di altre figure: economisti, leader militari e rappresentanti civili. Tuttavia, al termine del primo anno e mezzo di comando, il governo civile viene sciolto. Al Buhran, de facto capo di stato, si conferisce pieni poteri, mentre Dagalo continua ad essere il padre padrone delle RSF.
La crescente forza e autonomia delle truppe islamiste inizia a preoccupare Al Buhran, il quale tenta di inglobarle all’interno dell’esercito regolare, smantellandone la catena di comando e rimuovendo il suo principale rivale al potere, Hemedti. Questo tentativo porta allo scoppio del conflitto. Il 15 Aprile 2023 inizia la guerra totale che ancora oggi devasta il paese. Il fattore importante da osservare è che è una guerra nata tra fazioni militari. La componente civile, inizialmente presente, è completamente scomparsa, relegata ad un ruolo secondario, quello della vittima.
Gli interessi esterni
La lotta inizia a Khartoum, fin li risparmiata da qualsiasi tipo di scontro. Caduta e poi riconquistata dalle forze regolari, perde anche il fregio di capitale, che passa a Port Sudan, sul Mar Rosso. Il conflitto è caratterizzato da ingerenze esterne. Entrambe le fazioni, infatti, sono supportate a livello strategico e militare da differenti attori, regionali e internazionali, interessati alle risorse naturali e all’assetto politico del territorio sudanese.
Tutto ciò fa assomigliare la contesa in Sudan ad una vera e propria guerra per procura, un conflitto in cui gli attori principali, siano essi statali o non, agiscono anche per conto e nell’interesse di potenze esterne. Queste possono partecipare in vari modi alla contesa, per esempio addestrando, armando, finanziando e proteggendo a livello mediatico e diplomatico il proprio belligerante.
I numerosi attori coinvolti
Le SAF hanno una capacità industriale propria, si approvvigionano in autonomia e sono supportate da Iran, Turchia, che ha consegnato alle truppe governative droni di ultima generazione importanti per la riconquista della capitale, e Russia. Proprio la posizione del Cremlino in territorio sudanese appare piuttosto controversa. Mentre nella fase iniziale del conflitto i russi fornivano armi ed equipaggiamenti alle truppe islamiste delle RSF in cambio dell’oro estratto nel Darfur. Successivamente, la promessa di ottenere una base navale sulle rive del Mar Rosso a Port Sudan ha spinto Mosca a rivedere il proprio schieramento, orientandosi a favore dell’esercito regolare. Questa notizia potrebbe essere significativa anche per l’Europa e gli Stati Uniti, che si ritroverebbero un avamposto russo a pochi chilometri dal Mediterraneo e su una delle più importanti rotte marittime al mondo.
Anche Cina e Malesia osservano l’evolversi del conflitto dal momento che rappresentano le due principali fazioni interessate nell’estrazione petrolifera in Sud Sudan, i cui oleodotti e terminali arrivano fino a Port Sudan.
Arabia Saudita, Egitto ed Eritrea figurano tra gli altri sostenitori dell’esercito regolare, seppur in maniera secondaria, essendosi limitati prevalentemente all’addestramento di truppe e, recentemente, alla concessione di tavoli di confronto per il raggiungimento di una tregua. I maggiori investimenti esterni riguardano le RSF. Le truppe di Dagalo, infatti, sono pesantemente finanziate dagli Emirati Arabi Uniti. Abu Dhabi fornisce armi, munizioni e mezzi ai miliziani islamisti, facendo passare questi rifornimenti attraverso Ciad, Libia, Uganda e regioni separatiste della Somalia.
Inoltre, gli arabi consegnano anche materiale bellico di altri stati, come quello cinese, che viene così testato e valutato sul campo, a spese della popolazione civile. Gli interessi emiratini in Sudan sono molteplici: dall’estrazione nelle miniere d’oro, grazie alle quali puntano a diversificare la propria economia, basata prevalentemente sul petrolio, passando per il controllo delle rotte commerciali fino ad arrivare ad un miglioramento del proprio posizionamento nella regione.
La crisi umanitaria e le iniziative estere
Il conflitto sudanese è stato e continua ad essere terribilmente violento e sanguinoso. Le stime ufficiali parlano di più di 150.000 morti dall’inizio della guerra, ma appaiono essere, purtroppo, riduttive. Il numero degli sfollati è enorme. Si parla di più di 15 milioni di persone costrette ad abbandonare la propria nazione e rifugiarsi in stati confinanti o limitrofi. Oltre 30 milioni di sudanesi necessitano di aiuti umanitari e 26 milioni versano in uno stato di insicurezza alimentare. Questa situazione catastrofica pone inevitabilmente delle sfide per il mondo europeo.
Il Sudan rappresenta un nodo strategico nella gestione delle rotte migratorie ed è un punto di transito fondamentale per i migranti provenienti da Eritrea, Siria, Etiopia e numerosi altri paesi. Sebbene i dati sottolineino solamente un lieve aumento dei richiedenti asilo sudanesi in Europa, al momento, la domanda è una: come si comporteranno i Paesi europei una volta che quei confini cederanno? A questo quesito è difficile rispondere ad oggi, ma è possibile analizzare le scelte compiute fino a questo momento.
Le iniziative europee e statunitensi
L’Unione Europea ha destinato al Sudan più di 570 milioni di euro per contrastare la crisi umanitaria e fornire ai cittadini assistenza alimentare, acqua e servizi igienico sanitari oltre che garantire il diritto all’istruzione. In aggiunta a ciò, i Paesi europei hanno comminato sanzioni per coloro che minacciano la pace, la stabilità e la sicurezza del Sudan e compromettono gli sforzi per una transizione democratica, indipendentemente dalla fazione di appartenenza.
Inoltre, nel 2024, è stato siglato un accordo tra Ue ed Egitto per il potenziamento delle capacità di controllo delle frontiere, in risposta al crescente numero di sbarchi sulle coste europee e in prevenzione di una possibile crisi migratoria causata anche dall’instabilità del Sudan.
L’amministrazione Biden, il 7 Gennaio 2025, sul finire del proprio mandato, ha definito la guerra civile in Sudan un genocidio. Il riconoscimento delle atrocità commesse è stato accompagnato da sanzioni nei confronti delle RSF e di imprese di appartenenza della milizia situate negli Emirati Arabi Uniti mentre al loro comandante Dagalo e ai suoi familiari è stata impedito l’accesso sul suolo americano. Trump, in seguito all’incontro con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, ha affermato di aver intenzione di lavorare sul Sudan, con l’obbiettivo di raggiungere un accordo per la sospensione del conflitto.
La situazione sul campo
La contesa sul campo vede le due fazioni aver consolidato le rispettive aree di controllo. Le SAF detengono la zona orientale del paese, le RSF quella occidentale; mentre i combattimenti sono in corso nel Kordofan, regione centro occidentale a Ovest del Nilo.
Anche dal punto di vista diplomatico si vive una fase di stallo.
Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita ed Egitto stanno ospitando colloqui con le parti coinvolte per raggiungere un cessate il fuoco permanente e avviare negoziati per la costituzione di un governo civile che non contenga al suo interno gruppi islamisti legati alle SAF. Purtroppo, entrambi i belligeranti stanno continuando ad armarsi e consolidare le proprie alleanze militari; queste dinamiche, oltre che gli interessi degli attori esterni, stanno facendo naufragare le trattative.
Una tregua complessa
Uno spiraglio di cambiamento potrebbe essere rappresentato dalla richiesta di condanna, voluta da senatori statunitensi, sia repubblicani che democratici, delle RSF come organizzazione terroristica. Questa dovrebbe comportare sanzioni più stringenti e persecutorie per governi e aziende che approvvigionano e riforniscono le milizie islamiste, nella speranza che le forniture inizino a rallentare e, di conseguenza, la fiamma della guerra a spegnersi.
Il conflitto in Sudan, però, è una disputa interna, che troverà una soluzione solamente internamente. È impossibile che una qualsiasi condizione imposta arbitrariamente dall’esterno venga rispettata e sia duratura, data la situazione sociale del paese. Per giungere ad un accordo, dunque, è necessario che vengano istituiti colloqui formativi tra le parti e venga ristabilito una sorta di ordine istituzionale. Tuttavia, fin quando persisteranno ingerenze estere, sotto forma di finanziamenti, concessioni di armamenti e denaro, il raggiungimento di un nuovo status quo sarà molto complesso.
*Immagine di copertina: [Foto di Catherine Kalmykova via Unsplash]





