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Midterm in arrivo, gli Stati Uniti al voto

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Midterm in arrivo, gli Stati Uniti al voto

 

Gli Stati Uniti si avvicinano alle elezioni di midterm di novembre, un momento cruciale della politica statunitense. In un precedente articolo si era già ampiamente discusso del peso storico delle midterm e con correlazione negativa del suo esito per il partito del Presidente in carica, ovvero del fatto che sono elezioni che vengono solitamente vinte dal partito all’opposizione. Le previsioni fino a questa estate sull’esito finale, anche in questa fase, sembravano predire una vittoria repubblicana in entrambe le Camere del Congresso. Tuttavia, secondo diverse analisi, il vento potrebbe aver cambiato direzione. Alcuni sondaggi da parte di centri di ricerca autorevoli come FiveThirtyEight hanno infatti rilevato una consistente variazione positiva nelle preferenze accordate ai democratici. Per la Camera (House) le proiezioni danno ancora i repubblicani favoriti, ma al Senato i democratici sono passati in testa nelle possibilità di avere la maggioranza. Importante notare che, in virtù della particolare conformazione distrettuale della mappa elettorale statunitense e del cosiddetto fenomeno di Gerrymandering (l’operazione di ridisegno dei distretti per massimizzare i risultati elettorali) le intenzioni di voto non sempre combaciano con le probabilità di vittoria. Il Presidente Biden, in particolare, dopo un anno molto difficile sul piano politico e reputazionale che ha visto il suo indice di gradimento toccare uno dei punti più bassi della storia dei Presidenti statunitensi, è cresciuto costantemente in popolarità negli ultimi due mesi. 

 

L’effetto Trump e il clima politico negli Stati Uniti

 

Il Presidente statunitense ha registrato nei due anni di presidenza il record assoluto di pacchetti legislativi approvati, nonostante la maggioranza risicata. Tuttavia, parte del merito di questa rinascita viene attribuita più a fenomeni generali ed esterni all’azione diretta del Presidente. In primis la presenza massiccia di Trump che se da una parte ha rinvigorito la base più affezionata (e radicale) del partito, dall’altra ha di nuovo spostato l’attenzione sulla sua figura generando conseguenze non sempre positive. In alcuni Stati dove la vittoria repubblicana sembrava certa da mesi, come l’Ohio e la Georgia, l’entrata in scena di Trump ha comportato la vittoria di filo-trumpiani alle primarie repubblicane per la selezione dei candidati in corsa alle midterm, che si sono rivelati meno graditi all’elettorato rispetto a figure tradizionali del Gop (Grand Old Party, uno dei nomi del partito repubblicano) spaventando soprattutto gli elettori indipendenti in virtù delle loro posizioni estreme.  Figure scelte dall’ex Presidente più per un legame personale che per ragioni politiche, vista la loro scarsa esperienza. Herschel Walker e Mehmet Oz sono i due esempi più significativi: il primo è un ex campione di football americano, il secondo un medico divenuto famoso per le comparse all’Oprah Winfrey Show. Walker è attualmente sotto attacco dell’opinione pubblica per lo scandalo dell’aborto pagato per un figlio avuto da una ragazza nel 2009, in contrasto con le sue posizioni antiabortiste e pro-famiglia. Oz è stato accusato più volte, anche dai repubblicani stessi, di essere stato assente durante la campagna elettorale e di aver passato l’estate in vacanza. Trump pare quindi una figura polarizzante e divisiva, che potrebbe generare un effetto avverso in vista delle midterm simile a quello che il Tea Party (una fazione ultraconservatrice del Gop) provocò alle midterm dei primi anni del decennio scorso. 

 

Un altro dei motivi che hanno favorito la resurrezione dei dem e di Biden è il clima politico conseguente alla sentenza della Corte Suprema che ha rovesciato la legge federale Roe vs Wade sull’aborto. Il pericolo di una svolta antiabortista è stato percepito da una fetta consistente dell’elettorato non solo democratico, e questo ha generato nuovamente una polarizzazione paragonabile a quello delle elezioni presidenziali. La culture war negli Stati Uniti è ad uno dei punti più alti di sempre, e le linee di faglia dell’elettorato si sono saldate ancora di più. La sensazione di una “caduta della democrazia” che si respira in una parte sempre maggiore di opinione pubblica, anche in virtù dei processi della Commissione d’Inchiesta sul tentato colpo di stato del 6 gennaio e delle indagini dell’Fbi (Federal Bureau Intelligence) su Trump in merito ai documenti presidenziali nascosti nella sua residenza di Mar-a-Lago in Florida, è entrata nelle principali preoccupazioni degli statunitensi. L’istituto di ricerca Gallup conduce da diversi anni un sondaggio sui problemi più importanti per la popolazione, ed in queste analisi emerge che le questioni economiche (in primis l’inflazione e i costi dell’energia) sono la questione più sensibile per la maggioranza, un trend comune a buona parte della storia americana. Tuttavia, la percentuale ha registrato un calo negli ultimi mesi, in virtù del rinnovato interesse verso la questione dei “pericoli per la democrazia” e del cambiamento climatico, tornato in auge dopo l’uragano che ha colpito la Florida in queste settimane.

 

L’economia determinerà l’esito delle elezioni

 

Il momentum guadagnato dai dem dipenderà in larga parte, comunque, dall’andamento dell’economia dei prossimi giorni. Già stime di questi ultimi giorni, come quelle di YouGov, danno già i democratici in calo negli ultimi giorni, in virtù soprattutto della crisi economica. Quasi tutte le stime degli istituti e del mondo economico sono concordi sul fatto che gli Stati Uniti entreranno in recessione il prossimo anno. L’inflazione sembra inarrestabile, oramai oscillante tra l’8% e il 9%, record che non si registrava dal 1982, e la Fed non è riuscita ad arrestarla nonostante la politica di rialzo dei tassi d’interesse, e gli impatti dell’Inflation Reduction Act approvato ad agosto sono imprevedibili. La recente querelle con l’Arabia Saudita getta ulteriori ombre sul futuro imminente. Il Regno dei Saud ha effettuato nei mesi scorsi un taglio della produzione di greggio che ha messo in seria difficoltà gli Stati Uniti e l’Unione Europea, dopo aver promesso a Washington che non lo avrebbe fatto. La carenza improvvisa nello stock di petrolio potrebbe spingere i già elevati prezzi dell’energia in alto e contribuire ancora di più alla spirale inflattiva in Occidente. Un fatto che ha scatenato dure reazioni all’interno della politica statunitense, anche da parte dei più accesi sostenitori della storica linea di realpolitik che ha dominato per decenni l’azione di politica estera di Washington: la filosofia che aveva determinato l’alleanza tra la monarchia saudita e gli Stati Uniti, e che è sopravvissuta anche all’attentato alle Torri Gemelle del settembre 2001. Il rapporto di amicizia tra i due Paesi è a rischio, gli Stati Uniti sembrano essersi stancati dell’instabilità della relazione con l’Arabia Saudita.

 

 

È un’elezione che, come ogni elezione statunitense, dipenderà dal risultato in alcuni distretti chiave, alcuni detti “swing” per la loro natura elettoralmente mutevole, altri che lo sono diventati dopo essere stati decenni in mano ad un partito o ad un altro. Anche in questo caso la faglia geografica è rappresentata dal binomio centri urbani e aree rurali, con i primi in mano ai democratici e le seconde saldamente guidate dai repubblicani. Come menzionato in precedenza, il Gerrymandering è un fenomeno che rende la contesa elettorale meno rappresentativa del voto su base nazionale, perché assegna i segni sulla base della concentrazione di certe fasce di elettori nei distretti. Il processo di rimodulazione dei distretti di quest’anno ha preservato un disegno dei distretti tendenzialmente favorevole ai repubblicani. 

 

Le contese chiave 

 

Come riporta FiveThirtyEight, sono 10 i distretti che saranno decisivi per il controllo della Camera, di cui 9 su 10 con candidati repubblicani in vantaggio nei sondaggi. Tra le battaglie decisive ci sono scontro tra Walker (repubblicano) e Warnock (democratico) in Georgia, entrambi afroamericani, in uno Stato storicamente repubblicano. Warnock è un pastore che a gennaio 2021 aveva consegnato il controllo del Senato ai dem vincendo le elezioni suppletive. I sondaggi lo danno in lieve vantaggio, mentre Walker sembra non essere uscito troppo danneggiato dallo scandalo sull’aborto pagato. Interessante anche lo scontro in Pennsylvania tra Fetterman, candidato democratico con visioni molto liberal sopravvissuto ad infarto avuto a maggio, e Oz, il medico e opinionista televisivo menzionato in precedenza. La situazione è simile a quella della Georgia, con i dem leggermente avanti con Fetterman, ma la gara è ancora aperta. 

 

Altra situazione analoga quella che vede protagonisti in Arizona Mark Kelly, un ex astronauta candidato con i dem e leggermente in vantaggio nei sondaggi, e Blake Masters, un venture capitalist candidato con i repubblicani con idee molto forti su armi, immigrazione e aborto, nonché socio di Peter Thiel, co-fondatore di PayPal. Una contesa molto importante sarà Ohio, Stato storicamente repubblicano in cui ha vinto Trump alle ultime elezioni presidenziali, dove Tim Ryan, democratico, sta conducendo una campagna elettorale molto energica che la ho avvicinato nei sondaggi a JD Vance, considerato uno dei primi ad aver compreso il fenomeno Trump che, dopo averlo criticato negli anni scorsi, è diventato un fedele sostenitore del Maga movement, e ora frontrunner dei repubblicani nello Stato. Altre battaglie chiave saranno quelle in Wisconsin, North Carolina, Nevada e New Hampshire, in un’elezione di midterm molto imprevedibile, da cui dipenderà il margine di manovra (e il futuro) dell’amministrazione Biden nei prossimi due anni. In gioco ci sarà anche la corsa alla prossima elezione presidenziale del 2024: l’esito dei candidati filotrumpiani determinerà le chance per Trump di essere il frontrunner per i repubblicani alla prossima tornata elettorale, e conseguentemente il potere che l’ex presidente avrà ancora sul Gop. Sarà altrettanto importante per i democratici per comprendere se andare avanti con Biden (in virtù anche dell’età) o se cambiare strategia.

Massimiliano Garavallihttps://orizzontipolitici.it
Classe ’97, ma con le occhiaie da quarantenne. Fondatore del blog culturale Sistema Critico, scrivo di politica e filosofia, e nel mezzo qualche poesia. Mi sono laureato con double degree in Economia e Management ad Urbino ed in European Economic Studies a Bamberg, Germania. Mi piace pensare che ogni nostro piccolo pensiero sia una spinta per qualcuno a cambiare.

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