AnalisiStati Uniti

Così le midterm possono tagliare le gambe a Biden

Le elezioni di midterm negli Stati Uniti si avvicinano, un bivio per l’amministrazione Biden ed i democratici. L’8 novembre infatti si terranno le consuete elezioni parlamentari per le due Camere del Congresso, il Senato e la Camera, che avvengono a novembre ogni due anni. Si chiamano midterm proprio perché avvengono a metà della durata del mandato di un Presidente, che viene definito term. Sono un momento cruciale della politica statunitense, ed un termometro popolare sull’operato della Presidenza. Storicamente, le elezioni di midterm puniscono l’Amministrazione insediata; il voto popolare riflette le promesse non mantenute e le disillusioni riguardo le proposte fatte in campagna elettorale. Nella storia recente della democrazia statunitense solo in due occasioni il Partito del Presidente ha conquistato seggi sia alla Camera che al Senato: nel 1934 e nel 2002, durante le Presidenze Roosevelt e Bush, rispettivamente. Erano tuttavia due momenti eccezionali della storia statunitense, quindi devono essere inquadrati nella loro unicità. Nel caso di Roosevelt il Paese stava tentando la risalita dopo la Grande Depressione del ’29 – il New Deal era stato varato l’anno precedente – mentre nel caso di Bush gli Stati Uniti erano immersi nella guerra al Terrore dopo i fatti dell’11 settembre. In tutti gli altri casi, il Partito del Presidente ha sempre perso seggi, in alcuni casi finendo in minoranza.

 

Il futuro della Presidenza si gioca alle midterm

 

Sono elezioni cruciali: il controllo del Congresso è fondamentale per poter implementare la propria agenda. Alle ultime elezioni di midterm, i democratici sono riusciti ad ottenere il controllo di entrambe le Camere, seppur con un margine risicatissimo. Alla Camera dei Rappresentanti il rapporto è 222 seggi per i Dem e 211 per i repubblicani – la maggioranza è 218 – mentre al Senato, grazie alle due vittorie in Georgia, sono riusciti a pareggiare il numero di membri; il rapporto è 50-50, ma in caso di parità il voto decisivo spetta al Presidente della Camera, che in questo momento è Kamala Harris. Sono margini esigui che rendono ogni azione politica molto complessa. Dopo essere riuscito a varare l’American Rescue Plan, un pacchetto da 1900 miliardi pensato per risollevare l’economia americana dagli effetti del Covid-19 (di cui si era già parlato in questo articolo), e l’Infrastructure Law grazie ad un consenso bipartisan, l’Amministrazione si è impantanata nel progetto più ambizioso di Biden: il Build Back Better. Si tratta di un piano economico-ambientale gigantesco da quasi 2 trilioni di dollari. Il piano prevede massicci investimenti di lungo periodo principalmente su ambiente ed economia sostenibile per combattere il cambiamento climatico e su famiglie e salute pubblica, con misure come gli asili nido universali e i crediti d’imposta rafforzati per figli a carico. 

 

Il Build Back Better ed il problema dell’inflazione

 

Il pacchetto si è arenato al Senato dopo esser stato approvato alla Camera lo scorso novembre, per colpa del voto contrario dei senatori democratici Sinema e Manchin. Quest’ultimo è stato oggetto di un pesante attacco mediatico dello stesso Presidente e dell’ala progressista del Partito, che lo hanno accusato di tradimento e di voler proteggere i propri interessi personali. Bisogna ricordare che negli Stati Uniti l’appartenenza ad un Partito può scontrarsi con gli interessi specifici dei singoli Stati. I deputati, infatti, più che rispondere al Partito, rispondono generalmente agli interessi del popolo della circoscrizione che li ha eletti. Manchin è un senatore moderato dell’Arizona, una regione conservatrice con elevati interessi nei combustibili fossili. Seguire il Partito e non il proprio Stato – Manchin detiene  partecipazioni in aziende petrolifere  – significa incorrere in una potenziale sconfitta nelle successive elezioni di midterm. Nonostante il Build Back Better sia stato più volte modificato per raggiungere un accordo – le correzioni fatte al progetto di legge sono state ribattezzate “correzioni Manchin” – è ancora fermo in Senato. Le speranze che possa essere approvato sono ormai molto basse, a meno che non venga completamente rivisto. 

 

La grana peggiore per Biden sembra essere l’inflazione. L’inflazione negli Stati Uniti (e nel mondo) è cresciuta al ritmo più veloce in 40 anni, arrivando a picchi tra il 7.5% ed il 10%, accompagnata da una crisi globale della supply chain, prezzi dei beni elevatissimi ed una mancanza cronica di lavoratori, quest’ultima prodotta in parte da un fenomeno che è stato ribattezzato “The great resignation”, ovvero la massiccia ondata di dimissioni nei posti di lavoro, soprattutto tra i giovani. Gli statunitensi sono enormemente preoccupati dalla portata del fenomeno, al punto da ritenerlo il problema più grave in questo momento. Un’indagine CBS/YouGov ha mostrato che il 58% degli americani ritiene che Biden non stia facendo abbastanza per l’economia, ed il 65% afferma la stessa cosa in merito alla sola inflazione. Una ricerca dell’Università di Harvard e Politico afferma che il 46% della popolazione ritiene che il Build Back Better possa aumentare l’inflazione, mentre solo il 6% afferma il contrario. Le indagini rivelano che, in generale, gli statunitensi pensano che ogni spesa governativa in questo momento possa aumentare l’inflazione. 

 

Biden ad un bivio 

 

Sembra passato il momento roseo di Biden con gli americani, quando gli interventi massicci dello Stato erano visti di buon occhio dalla popolazione in ragione della congiuntura economica negativa. I repubblicani stanno portando avanti attacchi pesanti da mesi proprio sul fronte dell’inflazione. I sondaggi indicano che, con molta probabilità, i repubblicani vinceranno le elezioni di midterm di novembre riprendendo il controllo di entrambe le Camere. I democratici stanno cercando di contenere i danni, piuttosto che ribaltare il risultato. Per Biden, perdere la maggioranzadel Congresso significherebbe non avere più margine di manovra per l’approvazione di future leggi. Lo stesso problema che limita l’agenda dei Presidenti ogni volta che incorrono le elezioni di midterm. 

 

La riconquista del Congresso per i repubblicani si inserisce in realtà in una cornice più ampia che caratterizza la politica statunitense da più di un decennio. La polarizzazione degli elettorati, di cui si era parlato qui, ha toccato un apice storico, e mai come ora il dialogo fra le parti, anche per l’approvazione delle leggi, è così difficile. Il Gop – Grand Old Party, un’espressione con cui viene da sempre definito il Partito repubblicano – è sempre più trumpizzato; le voci dissidenti diminuiscono e la presa del Partito da parte dell’ex conduttore di The Apprentice è quasi totale. Un’indagine Reuters-Ipsos sugli elettori repubblicani ha indicato come in delle ipotetiche Primarie repubblicane per scegliere il candidato alla Presidenza del 2024, il 54% voterebbe Trump, ed il secondo più votato sarebbe Ron De Santis, che raccoglierebbe tuttavia solo l’11%.

 

La Culture War del XXI secolo

 

I repubblicani stanno conducendo una guerra culturale ai democratici, che molti partiti conservatori in tutto il mondo hanno ripreso nelle proprie narrazioni. Dal braccio di ferro con il Texas sulle leggi sull’aborto, alla battaglia sulla soppressione del voto delle minoranze, agli appelli di associazioni e think tank conservatori per l’abolizione del gender nelle scuole e la cancellazione della critical race theory, la contesa tra repubblicani e democratici è diventata una battaglia sul destino culturale del Paese, più che un calcolo meramente numerico delle posizioni di potere. Dopo i massicci ridimensionamenti dei corpi di polizia in molti Stati americani a seguito dell’omicidio di George Floyd, la tendenza sembra essersi invertita. La campagna Defund The Police ha perso slancio, e persino i democratici stanno facendo dietrofront su questo fronte: un esempio è il sindaco di New York Eric Adams, ex poliziotto, che ha promesso di aumentare l’organico della polizia nella città, con il supporto dello stesso Presidente Biden, dopo che quest’ultimo aveva promesso di inserire 5 miliardi nel Build Back Better per il finanziamento al Cvi (Community Violence Intervention), ovvero le politiche di sostegno  alla prevenzione contro la violenza da arma da fuoco.

 

Biden è riuscito a implementare parte della sua agenda, oltre i già citati American Rescue Plan e Infrastructure Bill. Dall’inizio della Presidenza ha emesso 77 ordini esecutivi – 24 dei quali diretti ad annullare i procedimenti della passata Amministrazione – contro i 58 emessi da Trump nello stesso arco temporale. Ma questo non sembra bastare al momento; i malumori all’interno dello stesso Partito democratico si fanno sentire, anche dalla Blue Dog Coalition, la fazione centrista del Partito che pure lo aveva sostenuto fortemente alle Primarie democratiche. L’impressione è che più che correggere certe traiettorie – come la comunicazione governativa sull’inflazione o l’insistenza a presentarsi come l’anti-Trump – Biden dovrebbe cambiare totalmente strategia. Il presidente non esercita più lo stesso ascendente positivo di prima, ed i democratici in corsa negli Swing States si sono smarcati dalla sua figura, soprattutto dopo l’ultima cocente sconfitta in Virginia,  dove dopo essere stati in vantaggio nei sondaggi per tutto l’anno  alla fine ha prevalso il candidato repubblicano Glenn Youngkin. 

 

In bilico solo il futuro di Biden o degli Stati Uniti?

 

Nonostante i risultati economici notevoli ed il successo iniziale della campagna vaccinale, la popolazione statunitense non sembra essere soddisfatta dell’operato del Presidente. Il tasso di approvazione di Biden al 41% rimane uno dei più bassi di sempre. Solo il 45% degli statunitensi approva la gestione Biden della pandemia; il sentimento anti-restrizioni e anti-mascherine cresce in tutto il Paese. La crisi ucraina ha posto una nuova delicata sfida al Presidente nell’ottica non solo di un futuro della Presidenza, ma degli Stati Uniti. Secondo una ricerca di Five Thirty Eight, uno dei più importanti istituti di ricerca e statistiche statunitensi, il 54% della popolazione disapprova la gestione della crisi ucraina. Un dato figlio del ricordo del disastro in Afghanistan, che ha minato la fiducia nelle capacità di politica estera nei confronti del Presidente. Se si aggiunge anche la posizione finora debole di Kamala Harris, il cui tasso di disapprovazione è maggiore di quello di Biden, la situazione non è rosea. 

 

La comunicazione di Biden incentrata sul racconto dei successi della sua amministrazione non funziona; la frustrazione alla Casa Bianca è notevole, ed il Partito democratico si trova in grave difficoltà. Tante sono le incognite per i democratici in vista delle elezioni di midterm: in bilico anche il futuro della democrazia statunitense, tra il 64 % della popolazione che, secondo una ricerca NPR/Ispos, crede che la democrazia sia in pericolo e a rischio collasso, ed una situazione globale sempre più incerta.

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