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Referendum taglio dei parlamentari: cose da sapere

Tempo di lettura stimato: 5 min.

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Se non fosse stata in quarantena, il 29 marzo l’Italia sarebbe dovuta tornare alle urne per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Infatti, a causa dell’emergenza Covid-19 in corso, il voto è stato posticipato a data da definirsi. Nel frattempo, dato che abbiamo molto tempo libero a disposizione, possiamo approfondire l’argomento ed essere pronti per questo referendum che, prima o poi, s’ha da fare. 

Cosa prevede il referendum sul taglio dei parlamentari

Il referendum sul taglio dei parlamentari, fortemente voluto dal Movimento 5 Stelle, prevede una riduzione delle poltrone in entrambe le Camere, andando a modificare l’art. 56, l’art.57 e l’art.59 della Costituzione. Si passerebbe così da 630 a 400 seggi alla Camera e da 315 a 200 seggi al Senato, con un taglio complessivo di 345 parlamentari, pari al 36,5%. Tra questi, verrebbero ridotti i parlamentari eletti all’estero (18 a 12) e i senatori a vita (massimo 5).

Con il taglio poltrone, aumenta il numero di abitanti per parlamentare: per ciascun deputato si passa da 96.006 a 151.210 cittadini e per ciascun senatore da 188.424 a 302.420 cittadini. Di conseguenza, nel caso di approvazione, sarà necessario ridefinire i collegi elettorali tramite una nuova legge che richiederà ulteriore tempo per l’approvazione. 

La riforma costituzionale presentata dal M5S ha come principale obiettivo la riduzione dei costi della politica. Secondo le stime fatte dal partito, la riduzione dei parlamentari porterebbe ad un risparmio di circa 100 milioni di euro all’anno, per un totale di circa 500 milioni a legislatura. 

Tuttavia, secondo l’Osservatorio dei conti pubblici italiani di Carlo Cottarelli, il risparmio sarebbe molto più contenuto: con un netto complessivo annuo di 57 milioni di euro e di 285 milioni a legislatura, il taglio dei parlamentari ridurrebbe la spesa pubblica solo dello 0,007% sul totale. 

Referendum costituzionale: cos’è e come funziona

Il referendum sul taglio dei parlamentari è un referendum di tipo costituzionale, detto anche confermativo o sospensivo, e viene garantito dall’art.138 della Costituzione. Non richiede il raggiungimento di un quorum, ovvero una soglia minima di voti per renderlo valido: vince il risultato che ha ottenuto il maggior numero di voti. Al contrario di un referendum abrogativo, agli elettori non si chiede di votare per eliminare una legge, ma piuttosto di approvare una riforma del testo costituzionale già vagliato da Camera e Senato

Infatti, le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali vengono sottoposte a referendum solo nel caso in cui, in seconda lettura, non siano state approvate con una maggioranza di 2/3 da ciascuna delle due Camere. Ma come si richiede un referendum nel caso in cui la legge non passi in entrambe le Camere? Secondo l’art.138, per avere un referendum costituzionale è necessario che ne facciano domanda o un quinto dei membri di una Camera, o cinquecentomila elettori, o cinque Consigli regionali. 

Nel caso del referendum sul taglio dei parlamentari, in Senato la legge ha raggiunto la maggioranza ma non la soglia richiesta a causa del voto contrario di Partito Democratico e Liberi e Uguali (al tempo all’opposizione) e l’astensione di Forza Italia. Quindi, anche se la riforma costituzionale è stata approvata in seconda lettura da tutti i gruppi parlamentari della Camera lo scorso ottobre, per farla passare si è reso necessario richiedere un referendum.

Il referendum sul testo di legge costituzionale approvato dal Parlamento ha raccolto le firme di 71 senatori, numero superiore al requisito previsto dall’art.138. Gli unici partiti a non supportare la richiesta sono stati Fratelli d’Italia e il Gruppo per le autonomie. 

I precedenti referendum costituzionali 

Nella storia della Repubblica italiana, si sono tenuti 72 referendum, di cui solo 3 costituzionali. La prima riforma costituzionale è quella del 2001 sul Titolo V della Costituzione, in cui si definiscono le competenze e le autonomie locali. Infatti, l’attuale struttura delle regioni dipende da una serie di riforme iniziate negli anni ‘70 e confermate dal referendum del 2001. L’obiettivo è quello di dare una forma più decentralizzata allo Stato. La legge viene approvata con il 64,2% dei voti, anche se l’affluenza è solo al 34%. 

Il secondo referendum costituzionale si tiene nel giugno 2006 ed è promosso dal governo Berlusconi su ispirazione della Lega Nord. Il punto principale è la “Devolution”, ovvero una ulteriore devoluzione di potere alle regioni per giungere ad un sistema federalista. Allo stesso tempo però prevede anche un aumento dei poteri del Presidente del Consiglio, avvicinando l’Italia ad una Repubblica presidenziale. Si registra un’affluenza maggiore (52%) rispetto al primo referendum, ma la proposta viene respinta dal 62% dei votanti.

L’ultimo referendum, più recente, è quello del 4 dicembre 2016, spesso chiamato riforma Boschi-Renzi, che si conclude con una vittoria del “no” al 59% e con le dimissioni dell’allora premier Matteo Renzi. Tra le proposte bocciate, c’è il superamento del bicameralismo perfetto, in particolare la riforma del Senato e il taglio del numero di senatori, ma anche l’abolizione del CNEL (Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro) e la ridefinizione del Titolo V della Costituzione, con una riduzione delle competenze regionali. 

I sondaggi e le previsioni sul taglio dei parlamentari

Prima che il referendum fosse rimandato a data da destinarsi, i sondaggi davano già il sì in netto vantaggio. Secondo un sondaggio di Demos pubblicato su Repubblica, avrebbe votato a favore del taglio dei parlamentari circa l’86% degli elettori, ovvero 9 cittadini su 10. I motivi del sì appaiono abbastanza chiari: la volontà di ridurre le spese pubbliche della politica e il taglio dei costi dei parlamentari è una tematica che riecheggia da molti anni nelle piazze, specialmente tra i pentastellati. C’è da chiedersi se questo risparmio non particolarmente significativo valga il riassetto del modello democratico.

Il sistema elettorale italiano è infatti un miscuglio tra proporzionale e maggioritario. Il taglio dei parlamentari comporterebbe una riduzione della rappresentanza dei partiti di minoranza, specialmente al Senato, dove i seggi sono distribuiti solo su base regionale. A farne le spese sono soprattutto le regioni con meno cittadini, che si ritroverebbero con tre senatori al posto di sette, provenienti dai partiti più votati. Per evitare una distorsione nella rappresentanza nel caso di vittoria del “sì”, sarà necessario ridefinire i collegi e mettere mano alla legge elettorale, processo non semplice e, soprattutto, non breve.

Ora però bisogna aspettare la fine dell’emergenza Coronavirus. Il voto del referendum potrebbe trasformarsi in un giudizio sul governo e sul suo operato in questi mesi di crisi, in quanto sostenuto dalla stessa coalizione M5S e Partito democratico che sta gestendo la pandemia. Dato che nel 2016 il voto sul referendum è stato associato ad un voto di fiducia al governo, in particolare al premier, non è detto che ciò non accada anche in questo caso. 

Giada Garofani
Nata a Cesena nel '96, a Milano da 4 anni. Laureata in Scienze Politiche alla Bocconi, ora frequento il corso magistrale in Economic and Social Sciences. Nel tempo libero vado ai concerti e a mangiare cinese.

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