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Lo sgretolamento della resistenza ai talebani in Afghanistan

Tempo di lettura stimato: 7 min.

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Anche l’ultima sacca di resistenza è crollata. I talebani controllano ora l’intero Afghanistan, a seguito della sconfitta subita dal Fronte di Resistenza Nazionale (FRN), capeggiato da Ahmed Massoud, nel Panjshir. Nella vallata, situata a nord di Kabul, si erano rifugiati gli ultimi soldati volenterosi di opporsi al nuovo regime degli “studenti”. Secondo il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, la vittoria “è completa e il nostro Paese è fuori dal pantano della guerra”.

La capitolazione di Massoud e dell’ultima forza di resistenza al nuovo Emirato islamico avviene curiosamente a pochi giorni di distanza dal ventesimo anniversario dell’uccisione, da parte dei taliban, del padre dello stesso Massoud, il “leone” Ahmad Shah. Militare, politico e guerrigliero, Massoud ha guidato per anni l’Alleanza del Nord, prima contro l’invasione sovietica, poi contro i talebani nella successiva guerra civile. Il comandante venne ucciso da un attentato kamikaze, ad opera di due tunisini travestiti da giornalisti, il 9 settembre 2001, due giorni prima dell’attacco alle Torri Gemelle di New York. Proprio il mausoleo che ospita la sua tomba, nella valle del Panjshir, ha rappresentato l’ultima roccaforte di difesa dei ribelli, costretti poi alla ritirata sui monti. Sebbene via sia un’evidente difficoltà nel reperire informazioni attendibili a causa dell’interruzione delle comunicazioni con i ribelli, è pensabile che, a questo punto, la resistenza si trasformerà in azioni di guerriglia condotte dal fronte anti-talebano.

Il disgregamento della resistenza anti-talebani 

La spettacolare, e rapidissima, conquista del Paese e della sua capitale, Kabul, da parte dei talebani a metà agosto è avvenuta senza incontrare una particolare resistenza. L’esercito regolare, creato, addestrato e finanziato dalla missione Nato presente in Afghanistan negli ultimi vent’anni, si è sciolto come ghiaccio al sole, permettendo la facile avanzata delle milizie talebane. Tutto ha avuto inizio con la firma degli accordi di Doha, siglati nel febbraio 2020 da Washington e i vertici talebani. L’intesa sanciva la definizione di una road-map che avrebbe portato all’uscita dal Paese delle forze alleate, garantendo al tempo stesso che il gruppo si sarebbe impegnato a non ospitare in futuro gruppi terroristici, come fatto con Al-Qaeda a cavallo del 2000, e dialogare direttamente con il governo dell’ex-presidente Ashraf Ghani. A partire da questo momento, il controllo reale del Paese e del suo territorio è passato nelle mani dei talebani, forti del riconoscimento americano e consapevoli delle effimere speranze di creare un governo di unità nazionale che comprendesse anche la classe politica legata a Washington.

Non è stato tuttavia solo l’esercito regolare ad arrendersi in maniera più che sorprendente alle milizie del nuovo Emirato. Anche i signori della guerra, alla guida di milizie paramilitari che per anni hanno gestito e controllato svariate aree del territorio afghano, hanno ben presto alzato bandiera bianca. Questo nonostante gli svariati proclami atti a mettere in campo una resistenza ad oltranza contro i ribelli, funzionale alla creazione di un’alleanza nazionale contro i talebani, in cui i signori della guerra avrebbero dovuto giocare un ruolo chiave. Ci sono voluti pochi giorni perché le truppe degli “studenti coranici” assumessero il controllo della regione settentrionale, roccaforte dei signori della guerra, e da lì scendessero agilmente verso Kabul, conquistata senza neanche sparare un proiettile.

Il caso di Mazar-i-Sharif

L’esempio più lampante è quello della città di Mazar-i-Sharif, al confine con Uzbekistan e Tagikistan, nell’estremo nord afghano. La città ha rappresentato per anni il centro operativo di due uomini chiave della politica dell’Afghanistan: Atta Mohammad Noor, ex-governatore della provincia di Balkh, e Abdul Rashid Dostum, signore della guerra di etnia uzbeka. Entrambi strenui oppositori dei talebani nel corso della guerra civile degli anni ‘90, si sono dati alla fuga in Uzbekistan attraverso il Ponte dell’Amicizia, lo stesso superato dai militari dell’Armata Rossa nel 1979.

La resistenza ai talebani in Afghanistan
Le truppe sovietiche si ritirano dall’Afghanistan, superando per l’ultima volta il Ponte dell’Amicizia al confine con l’Uzbekistan. 15 febbraio 1989 [A. Solomonov, via Wikimedia Commons CC BY-SA 3.0]
“I Talebani sono venuti al nord diverse volte, ma sono sempre rimasti intrappolati. Non è facile per loro uscire”, aveva detto solo a inizio agosto Dostum ai reporter. Noor aveva invece usato twitter per rilanciare la sfida agli insorti: “Preferisco morire con dignità che morire nella disperazione”. Neanche una settimana dopo però, le loro milizie sono state sbaragliate dalle forze talebane, e i due leader costretti a superare la frontiera in tutta fretta. Sempre su Twitter, Noor ha denunciato l’esistenza di un vile complotto volto a favorire la vittoria dei talebani. “Nonostante la nostra ferma resistenza, purtroppo, tutte le attrezzature del governo e delle forze di sicurezza sono state consegnate ai talebani” ha scritto Noor, proseguendo: “Avevano orchestrato il complotto per intrappolare il maresciallo Dostum e anche me, ma non ci sono riusciti”. Nello stesso periodo, anche a Herat, luogo in cui era dislocato fino a pochi mesi prima il contingente militare italiano, i talebani hanno arrestato Ismail Khan, storico comandante della regione, autore di un accorato appello per la resistenza comune di tutte le forze di opposizione ai talebani.

La fine di di un intero sistema politico e militare

La fragilità del precario equilibrio politico afghano si è dunque mostrata in tutta la sua essenza non appena l’alleanza militare guidata dagli Usa ha dato formalmente inizio al processo di evacuazione delle proprie truppe. Per i talebani era il segnale da tempo aspettato. In questo senso, la fuga di Noor e Dostum, così come la capitolazione di molti altri “colleghi” è la rappresentazione del collasso totale di ogni pilastro del potere afghano post-2001.

I “capibastone” regionali, sebbene il più delle volte non ricoprissero incarichi di governo ufficiali, godevano di un forte prestigio e di un diffuso consenso territoriale. Il loro potere è nato e prosperato nel corso dei conflitti che hanno attanagliato l’Afghanistan a partire dalla fine degli anni ‘70. Lo stato di caos totale in cui ha versato per anni il Paese ha permesso a molti di questi signori della guerra di ergersi come effettiva alternativa al potere centrale, organizzando sistemi parastatali in grado di offrire, nelle proprie regioni, servizi essenziali come scuole e ospedali, riempiendo dunque il vuoto di Kabul. La vittoria dei talebani del 1996 ha costretto molti di loro all’esilio o alla fuga al nord, dove si sono riuniti sotto l’Alleanza del Nord. Il legame con gli Usa, creato grazie al supporto ricevuto da molti di loro nel corso del conflitto contro i sovietici, ha poi ripreso forma in seguito all’11 settembre. Le forze dell’Alleanza hanno ricevuto supporto logistico e finanziario della Cia prima e dell’aviazione americana poi, rivelatosi decisivo per la vittoriosa riconquista di Kabul nel 2001.

L’assegnazione di posizioni chiave nei governi che si sono succeduti da allora in Afghanistan, con lo stesso Dostum a ricoprire la carica di vicepresidente del Paese dal 2014 al 2020, è dimostrazione di quanto sia stato determinante l’apporto dei vari potentati per il successo dell’operazione militare americana. Una centralità che non è certo diminuita nel corso del tempo, dal momento che spesso le truppe Nato erano costrette a richiedere, o ad accettare, l’intervento di uomini appartenenti alle varie milizie per la realizzazione di operazioni militari, come avvenuto nel 2007, quando i taliban conquistarono la città di Chora. In quel caso, le truppe olandesi e australiane furono costrette a fare affidamento sull’intervento del signore locale, Rozi Khan.

Instabilità strutturale

La sconfitta dei talebani nel 2001 consisteva nell’iniziale obiettivo a breve termine del Pentagono. La “Guerra al Terrore” non doveva diventare un nuovo Vietnam, anzi. Ma in assenza di un esercito, apparati di sicurezza e forze di polizia, il nuovo governo di Kabul post-taliban ha dovuto appaltare, con il consenso di Washington, la gestione del territorio e della sua sicurezza ai vari signori della guerra locali, tornati da poco in auge. Tuttavia, con una mossa in evidente contrasto con i loro interessi strategici, gli americani hanno cercato di ridurre, a partire dal 2004, il potere militare dei potentati. Questo era infatti diventato un ostacolo al processo di “State-building” iniziato nel frattempo a Kabul.

Vent’anni di occupazione e più di duemila miliardi di dollari non sono però bastati a costruire un sistema che permettesse a Kabul di controllare efficacemente il proprio territorio. Gli apparati di sicurezza militare del governo centrale non sono mai riusciti a imporsi del tutto nel caos afghano. Ben presto infatti, svariati gruppi di resistenza talebana hanno cominciato a perseguire azioni di guerriglia urbana, a suon di attentati, e di riconquista delle zone rurali. Gli accordi di Doha non sono stati altro che la constatazione, da parte americana, del fallimento della propria missione, oltreché il riconoscimento dell’ineludibile potere e dell’influenza reale dei talebani sull’Afghanistan. Davanti all’uscita degli americani dal Paese, anche gli inscalfibili signori della guerra hanno dovuto abbandonare i loro feudi, pronti a tornare in campo non appena qualcuno tornerà a supportarli.

* Membri del corpo di polizia di frontiera afghana si preparano a una missione di sicurezza, Heyratan, 2010. [Afghan Soldiers, Resolute support media, CC BY 2.0]
Stefano Mazzola
Milanese, nato nel 1998. Appassionato di politica e Medio-Oriente, studio Relazioni Internazionali all’Università Bocconi di Milano. Il primo libro che mi hanno regalato a cinque anni era una raccolta delle bandiere del mondo e, dopo averle imparate tutte, ho capito che per essere felice ho bisogno di esplorare. Nutro una passione sfrenata per le rivoluzioni e amo raccontarle.

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