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Tra rinnovabili e carbone: la Cina nella lotta al cambiamento climatico

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La crisi ambientale in Cina, risultato di decenni di rapida industrializzazione, pone spesso Pechino al centro del dibattito riguardo al cambiamento climatico. Tuttavia, anche se l’esplosiva crescita economica risulta fortemente legata all’utilizzo di risorse non rinnovabili, la pressione da parte dei cittadini cinesi, sempre più consapevoli, e gli effetti della crisi climatica sulla salute stanno spingendo il governo verso decisioni più sostenibili. 

A livello mondiale, la Cina è il Paese che emette la maggior quantità di CO2 – nel 2019 pari al 28% delle emissioni totali –  ed è anche il maggior consumatore di carbone. Le emissioni pro capite sono più basse di quelle degli Stati Uniti, ma il dato aggregato è in crescita, parallelamente allo sviluppo economico.

Tuttavia, il cambiamento climatico rappresenta una minaccia concreta anche per la Cina, dove gli effetti del surriscaldamento globale risultano sempre più dannosi per la salute dei cittadini. Secondo un report del 2020 della rivista scientifica The Lancet,  la mortalità causata dalle ondate di calore è in crescita, e nel 2019 sono stati raggiunti oltre 26 mila decessi. Lungo la costa orientale si è registrato un aumento di forti tifoni, mentre nel Nord della Cina la popolazione risulta sempre più esposta a incendi. Anche la desertificazione e l’inquinamento dell’aria e del suolo costituiscono ulteriori minacce: ogni anno, l’inquinamento atmosferico causa circa un milione di decessi, con un costo sull’economia cinese di 267 miliardi di Yuan.

Consapevolezza e opinione pubblica in Cina

Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza tra i cittadini cinesi riguardo agli effetti della crisi climatica. The Lancet analizza il crescente interesse e l’impegno pubblico in relazione a differenti indicatori: dalla copertura mediatica del tema ambientale, alla ricerca online legata a salute e cambiamento climatico, fino agli articoli accademici pubblicati su giornali scientifici, tutti i termini suggeriscono un rinnovato interesse e un crescente impegno pubblico in Cina.

Ai cittadini cinesi interessa il cambiamento climatico? Due indagini, una svolta nel 2017 dal China Centre for Climate Change Communication (China 4C), e l’altra nel 2018 dall’Innovative Green Development Program (IGDP), dimostrano che sì, i cittadini cinesi sono preoccupati per gli effetti della crisi climatica e desiderano un cambiamento. L’inquinamento atmosferico risulta essere la fonte di maggiore inquietudine. Dal 2013, anno ricordato per gli altissimi livelli di inquinamento registrati a Pechino, il governo ha adottato politiche volte a diminuire la concentrazione di polveri sottili. Tuttavia, molte regioni continuano a subire i danni provocati dalla contaminazione dell’aria. I cittadini si dicono inoltre preoccupati dalla minaccia di malattie e dalla siccità. La mancanza di acqua, infatti, è una questione centrale in Cina, che, con il 20% della popolazione mondiale, ospita solo il 7% delle risorse di acqua dolce. 

I sondaggi rivelano la volontà dei cittadini di cambiare piccole abitudini per contrastare il cambiamento climatico. I cinesi, inoltre, si dicono disposti a pagare di più per prodotti sostenibili. Stando ai dati, il 94% dei cittadini ritiene giusto rimanere negli accordi di Parigi e il 97% supporta politiche di riduzione dei gas serra. La stessa ricerca rivela che il pubblico cinese reputa che sia il governo a doversi impegnare nella lotta al cambiamento climatico, ma valuta importante anche l’impegno dei media e delle Organizzazioni non governative (Ong).

Cambiamento climatico: una minaccia per il Pcc?

Inquinamento atmosferico, siccità e contaminazione del suolo sono minacce reali per la salute e, all’aumentare della consapevolezza pubblica, anche l’insoddisfazione è cresciuta, manifestandosi in petizioni e proteste. Ciò rappresenta una sfida per il Partito comunista cinese, che, secondo Yanzhong Huang, dovrà affrontare il maggiore ostacolo alla crescita economica e la stabilità politica del Paese, ossia l’inquinamento e la degradazione ambientale. Un fallimento in questo campo danneggerebbe difatti la legittimità del sistema politico. Inoltre, l’incapacità del governo nel frenare l’inquinamento lederebbe anche l’immagine della Cina a livello internazionale.

Il cambiamento climatico non è solamente un problema nazionale, ma rappresenta anche un tema di sicurezza regionale. L’Asia, infatti, ne risulta particolarmente vulnerabile. Studi recenti mostrano un significativo scioglimento dei ghiacciai nella regione himalayana dell’Hindu Kush, che alimentano il maggior sistema fluviale dell’Asia. Le regioni costiere densamente popolate sono esposte all’innalzamento dei mari, a tempeste e tifoni, mentre la siccità, causata da un eccessivo sfruttamento del suolo e dal cambiamento dei modelli delle precipitazioni, colpisce le aree dell’Asia orientale. In tale contesto, le conseguenze del cambiamento climatico contribuiscono ad esacerbare le dispute territoriali esistenti nelle zone marittime e terrestri, e a minare la stabilità dell’area. 

L’azione politica di Pechino

La risposta politica al cambiamento climatico da parte di Pechino presenta diverse contraddizioni. Il presidente Xi Jinping ha riconosciuto il cambiamento climatico come una priorità, impegnandosi a superare il picco delle emissioni di CO2 entro il 2030 e a raggiungere emissioni nette zero entro il 2060, lanciando un messaggio di responsabilità. Nonostante ciò, alcuni esperti sostengono che tali obiettivi non siano in linea con gli accordi di Parigi. 

La Cina, comunque, rappresenta il leader mondiale nel settore dell’energia rinnovabile, è il più importante produttore di energia solare ed eolica, e, grazie ai programmi di silvicoltura che fronteggiano l’erosione del suolo, sta divenendo sempre più verde. Ma se da un lato l’utilizzo di energia pulita, affrontando direttamente l’inquinamento di aria e acqua, mitiga i rischi dell’instabilità socio-economica, dall’altro la Cina continua a basare la propria industria sull’utilizzo di energia non rinnovabile. Inoltre, Pechino resta il più grande finanziatore di infrastrutture basate su combustibili fossili. Basti pensare che, attraverso la Belt And Road Initiative, la Cina ha costruito centinaia di centrali elettriche a carbone e che il 60% degli investimenti in campo energetico della BRI riguarda risorse non rinnovabili.  

Secondo i ricercatori della Tsinghua University, la Nuova Via della Seta potrebbe contribuire al peggioramento del riscaldamento climatico, causando un aumento della temperatura fino a 2 gradi Celsius, a meno che non si avviino iniziative di decarbonizzazione. Un tale incremento termico causerebbe gravi conseguenze anche sul territorio cinese, poiché si stima che terre che ospitano circa 43 milioni di persone in Cina scomparirebbero. Nei prossimi anni, Pechino dovrà quindi essere in grado di rispondere alle molteplici pressioni interne e internazionali, sfruttando la propria capacità di mobilitare investimenti su larga scala e di promuovere strategie nel lungo periodo.

*Crediti foto Photoholgic via Unsplash

Aurora Bonini
Laureata in lingue, oggi studio per conseguire un doppio titolo Torino-Tongji in Relazioni Internazionali. Qui in Orizzonti Politici parlo di Asia orientale, soprattutto di Cina.

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