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Guerra in Siria: dalle origini al 2015

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Siria: storia di una guerra globale. Il conflitto, figlio di problemi irrisolti interni al Paese, di natura politica, sociale ed etnoculturale, ha presto assunto i contorni di una guerra civile tra il regime della famiglia al-Assad e un composito fronte di oppositori internazionali. 

Le prime proteste scoppiarono nel febbraio del 2011, sull’onda di quei movimenti sorti in gran parte del mondo arabo denominati all’epoca “Primavere arabe”. La prima fase dell’insurrezione contro il governo siriano fu caratterizzata da una serie di manifestazioni di piazza, organizzate attraverso l’utilizzo dei social network. Le rivendicazioni della popolazione riguardavano, principalmente, due aspetti: la cancellazione della legge di emergenza in vigore dal 1963 e l’avvio di un processo democratico di riforme. 

Guerra Siria
Le vittime del conflitto in Siria.
Fonte: https://www.unicef.it/Allegati/UNICEF_Rapporto_9_anni_di_guerra_in_Siria_15_marzo_2020.pdf

Lo scacchiere della guerra in Siria

Il conflitto si configura come un insieme di guerre sovrapposte e combattute simultaneamente tra potenze regionali e internazionali entrate nel conflitto in fasi diverse, principalmente tra Stati Uniti e Russia e tra Iran e Arabia Saudita, assumendo i contorni di una proxy war (guerra per procura). 

Il governo siriano è politicamente e militarmente sostenuto dall’Iran, dal gruppo libanese Hezbollah e dalla Federazione russa. L’Iran e la sua rete di affiliati a Hezbollah, sono alleati geopolitici di lunga data della Siria. Un legame dovuto anche all’appartenenza degli Assad alla setta minoritaria sciita degli alawiti, ovvero circa il 12% della popolazione siriana. Fra Damasco e Teheran vi è l’interesse comune a fronteggiare e equilibrare il gioco di influenza dell’asse arabo-sunnita, oltre che a contrastare lo Stato di Israele

Per Tel Aviv, l’intervento nel conflitto siriano si inquadra nella più ampia strategia bellica volta a impedire che la Siria diventi per l’Iran un potenziale trampolino di lancio per operazioni aggressive nei suoi confronti.

L’opposizione al regime di Damasco, riceve supporto dai principali stati sunniti in Medio Oriente, in particolare: Arabia Saudita, Qatar e Turchia, che, con una strategia simile ma opposta a quella iraniana, mirano a contrastare e ridimensionare la presenza sciita nella regione. 

L’Arabia Saudita e il Qatar costituiscono i maggiori supporters di fondi ed armamenti destinati alle forze anti-governative. Negli ultimi anni si è tuttavia assistito a un riavvicinamento tra il regime siriano e le monarchie del Golfo (Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita), in chiave “anti-Fratellanza Musulmana”. Un’alleanza, quest’ultima, incarnata da Qatar e Turchia. Il primo è universalmente accusato di sostenere numerosi gruppi islamisti, mentre il secondo rappresenta uno fra i principali oppositori del regime di Assad. 

Le posizioni degli Stati Nato

La Turchia infatti, dopo una prima fase in cui ha cercato di esercitare pressioni sul regime siriano perché avviasse un processo di riforme nel paese, ha perseguito all’interno del conflitto principalmente due obiettivi. Da un lato la caduta del regime, dall’altro il contenimento delle aspirazioni indipendentiste della popolazione curdo-siriana localizzata nel nord, al confine meridionale della Turchia. Nel corso degli anni, il primo obiettivo è stato relegato in fondo all’agenda di Ankara a causa del coinvolgimento sempre maggiore di Mosca e Teheran a sostegno di Damasco. 

Tuttavia, la paura di una possibile costituzione di uno stato autonomo curdo, ha indotto il paese a lanciare più di un’operazione militare nelle aree del Kurdistan siriano con l’obiettivo di arrestarne l’espansione. È proprio secondo quest’ottica che la Turchia si è avvicinata progressivamente alla Russia col fine di combattere le forze curde, accusate da Ankara di terrorismo per i loro legami con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). 

Con il sostegno statunitense, i combattenti curdi riuniti sotto le milizie delle Unità di protezione popolare (Ypg) sono stati determinanti nella lotta contro lo Stato Islamico, che dal 2014 al 2017 ha posto sotto il proprio controllo una parte significativa del territorio siriano. 

Sin dalle prime fasi del conflitto, i principali paesi occidentali come Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno massicciamente supportato i gruppi in lotta contro l’emergente Stato Islamico.

Le origini delle proteste

È solo nel luglio 2011, dopo l’organizzazione di diverse proteste nei governatorati meridionali del Paese, che l’attenzione internazionale si è soffermata su ciò che sta accadendo. La repressione governativa, durante le manifestazioni nella città di Hama, genera la prima forte protesta da parte di Stati Uniti e Unione Europea.

In questo quadro, ex militari e volontari delle forze armate siriane costituiscono l’Esercito Siriano Libero (Esl), il principale gruppo di opposizione armata al regime di Assad. Sebbene l’Esl costituisca l’ossatura dell’opposizione armata in Siria, a inizio 2012 compaiono altri gruppi paramilitari come il Fronte al-Nusra, oggi Hay’at Tahrir al-Sham, che si affiancano all’esercito regolare. Al-Nusra ha forti legami con la branca irachena di AlQāʿida, ed è impegnato a combattere le truppe a guida USA presenti sul territorio siriano. 

Guerra Siria
Proteste anti regime a Damasco.

L’intervento internazionale nella guerra in Siria

Da giugno 2012, constatate le difficoltà nella gestione della crisi da parte del regime, molte nazioni straniere prefigurano una prossima caduta di Assad e decidono di sostenere il fronte dei ribelli. In primis, l’intervento della Turchia scatena la reazione dell’Iran e della Russia, tradizionalmente alleati a favore del regime di Assad. 

La posizione che la Turchia ha assunto all’interno del conflitto è sempre stata ambivalente. Se da una parte si è subito impegnata nella lotta allo Stato Islamico, dall’altra ha tuttavia favorito il passaggio di jihadisti sul suo territorio al fine di destabilizzare il regime di Assad e, contestualmente,  le forze curdo-siriane. 

Queste ultime si inseriscono nel conflitto nell’estate del 2012. L’esercito regolare, dopo la presa della città di Homs, mostra le prime difficoltà tattico-militari su diversi fronti. In quelle settimane, sia Aleppo che Damasco sono infatti simultaneamente minacciate dalle forze dello Stato Islamico e dall’Esl.

L’effetto dell’intervento Isis

Per queste ragioni, il regime orienta mezzi e uomini a difesa delle principali città del paese. Le forze governative appaiono sempre più deboli e ciò permette l’avanzata inarrestabile delle Ypg nelle principali città curdo-siriane. In tale contesto, già il 2 agosto 2012 le forze curde annunciano la liberazione della maggioranza del territorio del Kurdistan siriano. Diventa quindi evidente come l’obiettivo primario dell’Ypg, al contrario dell’Esl, non è la destituzione del regime di Assad, ma la costituzione di un’entità autonoma da Damasco.

Nel 2013 la guerra in Siria vede il coinvolgimento diretto di due nuovi attori: Iran e Israele. Per Teheran la difesa di Assad rientra nel quadro di un’affermazione regionale che si configura nella creazione di un “corridoio sciita” a guida iraniana. Il sostegno agli sciiti iracheni, a Hezbollah, e alla minoranza sciita yemenita degli Houthi sono gli ingredienti fondamentali di questa strategia, di cui la Siria costituisce l’ultimo tassello. La guerra civile siriana fin dai suoi albori, ha di fatto rappresentato per l’Iran una grande occasione per trasformare la Siria in un proprio stato satellite

Guerra Siria
In foto: Mahmud Ahmadinejad, Bashar al-Assad e Hassan Nasrallah.

L’intervento israeliano

Al contrario, nelle prime fasi del conflitto, Israele ha preferito osservare l’evolversi della guerra da una posizione esterna. Tuttavia, a seguito del coinvolgimento iraniano, per Tel Aviv diventa necessario impedire alle milizie libanesi, supportate da Teheran, di avvicinarsi ai propri confini sulle alture del Golan. Israele approfitta dunque della guerra in Siria per condurre una campagna di bombardamenti, volti a contenere la minaccia iraniana. 

A maggio 2013, le forze armate siriane ed i militanti di Hezbollah completato la riconquista della città ribelle di Qusayr, vicino al confine libanese. Questa operazione, insieme a una lunga serie di vittorie strategiche da parte dell’esercito regolare di Assad determina lo sgretolamento delle forze dell’Esl, portando le forze islamiste a operare in maniera sempre più autonoma e a prendere la guida delle operazioni, grazie alla loro progressiva influenza nei diversi fronti e legittimazione nei territori a nord del paese. In tale contesto, il successo più importante da parte del Fronte al-Nusra è la presa della città di Raqqa

Al contempo, si inasprisce la violenza della guerra in Siria, su tutti i fronti. Nell’agosto del 2013, le agenzie di stampa di tutto il mondo riportano inorridite l’attacco chimico di Ghūṭa, nei pressi di Damasco, di cui si accusano reciprocamente le forze governative e i ribelli. L’attacco suscita una grave crisi internazionale con Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia che si dichiarano, anche se solo tramite comunicati ministeriali, pronte a intervenire militarmente a favore dei ribelli. 

Scacchiere degli attori
Scacchiere delle alleanze nella guerra siriana.

L’ascesa dello Stato Islamico

Approfittando della grande instabilità  territoriale, nel 2014 lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (EIIL), autodefinitosi “Stato Islamico” (IS) e sotto la guida di Abū Bakr al-Baghdādī, proclama la nascita del Califfato in seguito alla presa di Mosul, in Iraq, abbattendo simbolicamente la frontiera siriana. 

Sebbene si conosca ancora poco della storia di al-Baghdādī, è noto tuttavia che mosse i suoi primi passi nella galassia jihadista in Iraq, unendosi ai ranghi dell’insurrezione arabo-sunnita in lotta contro le forze della coalizione americana presenti sul territorio iracheno dal 2003. Proprio per questo suo coinvolgimento le forze militari Usa lo rinchiusero nel carcere di Camp Bucca. Ed è proprio il periodo di prigionia che gli offrì l’opportunità di trovarsi fianco a fianco con altri grandi protagonisti del movimento jihadista locale, favorendo la radicalizzazione di futuri membri e la costituzione di nuove cellule terroristiche. 

Già dal 2011 al-Baghdādī, comincia a inviare sul territorio siriano membri iracheni con esperienza nella guerriglia, per formare un’organizzazione all’interno del territorio siriano. Il gruppo comincia dunque a reclutare combattenti, scontrandosi con le truppe dell’esercito regolare e i loro alleati iraniani. 

La popolazione siriana sunnita in rivolta e l’anarchia che regna nei governatorati, costituiscono due opportunità strategiche importantissime per il movimento insurrezionale: la guerra in Siria offre infatti le condizioni perfette sia per il jihād globale che per la rifondazione di un Califfato. 

Ciò che favorisce l’espansione e la legittimazione dello Stato Islamico sono due macro-dinamiche presenti in tutta la regione mediorientale: da una parte la crescente radicalizzazione religiosa della popolazione e dall’altra le polarizzazioni politiche tra il blocco sunnita e quello sciita. Oltretutto almeno per il regime di Assad, lo Stato Islamico costituisce un nemico secondario, mentre i nemici principali rimangono le forze anti-governative.

La resistenza curda

L’inizio del 2015 vede un importante vittoria da parte dei curdi delle Ypg contro l’esercito regolare siriano. Grazie al sostegno militare statunitense infatti,  la città di Kobane (corridoio chiave per il passaggio dei jihadisti dalla Turchia), alla frontiera siro-turca. Da questo momento in poi, le milizie Ypg diventano i principali antagonisti dello  Stato Islamico

Pochi mesi più tardi, la Turchia torna sui suoi passi e si unisce alla coalizione pro-Assad, con l’obiettivo di prevenire l’istituzione di un’entità curdo-siriana nel nord. A seguito dell’entrata in campo delle forze militari della Mezzaluna, volto a riconquistare l’intera regione, l’IS comincia progressivamente a perdere terreno. Verso la fine del 2015 perde il controllo di diversi territori iracheni e, ad agosto, la Turchia lancia l’operazione “Scudo dell’Eufrate per strappare ai jihadisti l’intera zona di frontiera turco-siriana. 

Il Califfato non riuscirà più a recuperare quei territori, avviandosi verso il totale annientamento. Due anni più tardi infatti, ad ottobre 2017, l’alleanza curdo-araba delle Forze Democratiche Siriane riconquista la città di Raqqa, fino ad allora la capitale dell’IS, che diviene quindi il simbolo della sconfitta dello Stato Islamico. In questo contesto, gli oppositori di Assad e i curdo-siriani costituiscono un fronte comune, le Forze Democratiche Siriane (Sdf), con l’obiettivo di arrivare alla creazione di una Siria democratica, laica e federale

Il coinvolgimento di Mosca 

A settembre 2015, anche la Russia interviene nella guerra in Siria a fianco di Assad. Due sono le motivazioni che si celano dietro la strategia russa: garantire e ampliare la propria presenza marittimo-militare nel Mediterraneo e combattere il terrorismo e il proselitismo sunnita, anche nel proprio territorio.  Le popolazioni musulmane sunnite della Russia meridionale (in particolare nelle aree cecene) sono infatti estremamente sensibili al problema della radicalizzazione. L’aperto conflitto di Mosca contro l’estremismo religioso è ciò che le ha consentito di acquisire un certo prestigio presso l’opinione pubblica internazionale. 

Il 22 dicembre 2015, dopo essere stata governata dalle forze ribelli per quasi quattro anni, la città di Aleppo torna nelle mani del regime siriano. La vittoria si dimostra essere un risultato schiacciante anche per la Russia: una settimana dopo la caduta della città, Mosca e Ankara annunciano infatti la realizzazione di un accordo congiunto di pace in grado di garantire il cessate-il-fuoco nell’area. Questa alleanza rappresenta per gli Stati Uniti, ormai scalzati da ogni tipo di preminenza nell’area, una grandissima sconfitta diplomatica.

L’analisi del conflitto continua in questo articolo.

Articolo scritto in collaborazione con Riccardo Gasco

Anthea Favoriti
Nata nelle Marche, cresciuta in Toscana, adottata da Roma. Ho studiato Lingue Orientali (arabo e persiano) presso l’Università Sapienza di Roma e MENA Politics poi presso l’Università degli Studi di Torino. Amante dei viaggi in solitaria e dei soggiorni all’estero, passo il tempo libero a organizzare possibili itinerari e a collezionare mappe.

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